Denunciare la camorra e ritrovarsi senza libertà, senza lavoro e, talvolta, senza la possibilità di raccontare pubblicamente la propria storia. Al Castello Ducale di Casoli è andato in scena il volto meno celebrato dell’antimafia: quello dei testimoni di giustizia lasciati soli dopo aver servito lo Stato.
CASOLI – La lotta alle mafie non è una bandiera da sventolare. È una scelta quotidiana che può costare il lavoro, gli affetti, la libertà e persino il diritto di mostrare il proprio volto. È questo il messaggio emerso dalla presentazione di “Una vita contro la camorra”, il libro del giornalista e scrittore Paolo De Chiara, direttore di WordNews.it e presidente di Dioghenes APS, ospitato sabato 29 agosto nel Castello Ducale di Casoli.
L’incontro, inserito nella 12^ edizione del Festival letterario dannunziano “Ariel a Castello”, è stato promosso dall’Amministrazione comunale di Casoli. A dialogare con De Chiara è stato il giornalista Alessio Di Florio, vicedirettore di WordNews.it e vicepresidente di Dioghenes APS.
Il Festival, organizzato dal 28 al 30 agosto, ha proposto tre giornate dedicate alla cultura, alla memoria e all’impegno civile.
L’assenza che ha raccontato più di molte parole
La serata avrebbe dovuto avere un terzo protagonista: Gennaro Ciliberto, il testimone di giustizia la cui vicenda costituisce il cuore del libro. Ciliberto, tuttavia, non era presente. Un cittadino denuncia la criminalità organizzata, collabora con lo Stato e finisce per vivere sottoposto a limitazioni che possono impedirgli persino di raccontare ciò che ha vissuto.
La sua storia apre diverse domande: che cosa accade dopo la denuncia? Lo Stato riesce davvero a tutelare chi gli consegna documenti, registrazioni e informazioni decisive oppure, esaurita l’utilità processuale della testimonianza, lascia il cittadino solo davanti alle conseguenze?

Testimoni e collaboratori di giustizia: una differenza fondamentale
Durante l’incontro De Chiara ha insistito sulla necessità di distinguere tra testimoni di giustizia e collaboratori di giustizia. I primi sono cittadini estranei alle organizzazioni criminali che, dopo essere venuti a conoscenza di reati o averne subito le conseguenze, decidono di denunciare. I secondi provengono invece da contesti criminali e scelgono di collaborare per lo sconto di pena. Una distinzione troppo spesso cancellata dal linguaggio mediatico.
«Non stiamo parlando di un ex pentito», ha chiarito De Chiara. «I testimoni di giustizia sono cittadini perbene, cittadini onesti che non hanno girato la testa dall’altra parte e hanno denunciato l’arroganza criminale».
La scelta di Gennaro Ciliberto
Gennaro Ciliberto lavorava nel settore delle infrastrutture ed era arrivato a ricoprire incarichi di responsabilità. Nel corso della sua attività si imbatte, secondo quanto ricostruito nel libro e ribadito durante l’incontro, in pericolose anomalie riguardanti materiali, procedure e sicurezza di alcune opere.
Avrebbe potuto tacere, conservare lo stipendio e voltarsi dall’altra parte. Scelse invece di documentare ciò che vedeva attraverso fotografie, copie di atti e registrazioni, consegnando il materiale alle procure.
Da quel momento la sua vita cambiò. Le sue segnalazioni hanno riguardato cantieri e appalti in diverse zone d’Italia. La vicenda supera i confini della Campania e mostra come le mafie sguazzano indisturbate negli appalti pubblici, nell’edilizia, nella gestione dei rifiuti, nei trasporti, nei servizi, nella sanità e nelle relazioni con professionisti, imprese e apparati amministrativi.
Le mafie non sono lontane dall’Abruzzo
Di Florio ha ricordato episodi avvenuti in Abruzzo: minacce contro giornalisti, investimenti attribuiti a soggetti legati alla criminalità organizzata, beni confiscati, incendi dolosi, interessi nei pascoli e di altri tipi.
Il messaggio è netto: pensare che camorra, ’ndrangheta e Cosa nostra siano problemi esclusivamente meridionali significa regalare loro invisibilità. Le mafie seguono il denaro. Cercano territori nei quali investire, riciclare capitali, ottenere lavori pubblici e costruire relazioni. Preferiscono spesso non sparare, perché il silenzio degli affari è più redditizio del fragore delle armi.
«Quando si parla di camorra e di mafie, alcuni temi possono sembrare lontani. In realtà non lo sono», ha osservato Di Florio, collegando la storia di Ciliberto alle dinamiche economiche e sociali presenti anche nel territorio abruzzese.

Il caso di Lea Garofalo e la retorica dell’antimafia postuma
Ampio spazio è stato dedicato alla storia di Lea Garofalo, assassinata nel 2009 dopo aver denunciato uomini e dinamiche della ’ndrangheta. De Chiara ha ricostruito le difficoltà vissute da Lea e dalla figlia Denise durante il percorso di protezione, ricordando l’isolamento, le ristrettezze economiche e i giudizi degradanti che la donna avrebbe subito quando era ancora viva. Oggi il volto di Lea Garofalo compare sulle bandiere, nelle manifestazioni e nelle celebrazioni pubbliche. Ma dove erano tutti quando Lea aveva bisogno di essere ascoltata e protetta?
«In vita non sono state tutelate da nessuno», ha denunciato De Chiara.
Dal mito degli eroi alla responsabilità di ciascuno
Alessio Di Florio ha evidenziato uno degli aspetti più importanti di “Una vita contro la camorra”: il libro non costruisce un eroe. Gennaro Ciliberto viene raccontato come una persona reale, con fragilità, contraddizioni e sofferenze. Proprio per questo la sua vicenda è ancora più potente. Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa, Impastato e Fava erano esseri umani costretti a lavorare dentro istituzioni e società che, prima di celebrarli, li hanno spesso isolati.
Trasformarli in statue irraggiungibili significa allontanare il loro esempio dalla vita quotidiana.
La responsabilità politica e sociale
Uno dei passaggi conclusivi dell’incontro ha riguardato la differenza tra responsabilità penale e responsabilità politica. Non tutto ciò che è inopportuno, moralmente discutibile o socialmente devastante costituisce necessariamente un reato. Un’assoluzione o l’assenza di un procedimento penale non cancellano le domande e le responsabilità sul comportamento di un amministratore, di un dirigente o di un rappresentante delle istituzioni.
La responsabilità penale viene accertata nei tribunali. Quella politica viene valutata dai cittadini.
De Chiara ha richiamato la necessità di scegliere persone credibili e coerenti anche all’interno delle cabine elettorali. Perché le mafie non crescono soltanto attraverso la violenza: prosperano nell’indifferenza, nel voto di scambio morale, nell’accettazione delle clientele e nella disponibilità a considerare normale ciò che normale non è.
Lo stesso ragionamento è stato esteso alla sanità pubblica, ai rapporti tra pubblico e privato, agli appalti e alla gestione delle risorse collettive.




