Nel video l’intervento della relatrice speciale ONU: dalla memoria di Paolo Borsellino ai rapporti tra mafia, economia e potere, fino alla Palestina, alla Costituzione e al diritto internazionale. «La legalità non è un insieme di procedure, ma una forma di civiltà».
Un intervento breve, poco più di quattro minuti, ma denso di questioni che vanno ben oltre la commemorazione. Albanese parla di Paolo Borsellino, di mafia, di potere, di diritti, di Palestina, di Costituzione e soprattutto della responsabilità individuale e collettiva di non voltarsi dall’altra parte.
Albanese: la memoria rischia di diventare una liturgia rassicurante
«I morti non governano la propria memoria, la consegnano ai vivi, che possono trasformarla in celebrazione oppure in coscienza».
Per Albanese la memoria di Paolo Borsellino deve continuare a essere «inquieta». Non deve rassicurare. Deve porre domande. Perché ricordare Borsellino non significa soltanto celebrare il magistrato assassinato, ma significa continuare a interrogarsi sulle ragioni della sua uccisione, sui sistemi di potere che resero possibile quella strage e sulle trasformazioni che quegli stessi sistemi hanno conosciuto nel tempo.
«Nessun delitto di quella portata nasce dall’opera di pochi»
Secondo Albanese, un delitto della portata della strage di via D’Amelio non può essere compreso guardando esclusivamente agli esecutori materiali. Dietro eventi di questa natura, afferma, esiste un sistema fatto di interessi, complicità, silenzi e depistaggi. Richiama Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre e Leonardo Sciascia, figure diverse tra loro ma accomunate, nella sua lettura, dalla capacità di comprendere la dimensione del potere mafioso.
WordNews.it ha dedicato negli anni numerosi approfondimenti ai depistaggi, alla scomparsa dell’Agenda Rossa e alle possibili matrici esterne a Cosa nostra.
Dalla Sicilia alla Palestina: «La stessa grammatica del potere»
È a questo punto che Albanese collega la propria esperienza sull’antimafia al lavoro svolto nel campo dei diritti umani e delle relazioni internazionali, con particolare riferimento alla Palestina. Lo fa precisando immediatamente un punto essenziale: mafia, colonialismo e apartheid non sono sinonimi e non possono essere semplicemente sovrapposti.
Secondo la relatrice speciale ONU appartengono a quella che definisce una medesima «grammatica del potere»: il processo attraverso il quale l’eccezione diventa normalità, la forza e la ricchezza si concentrano e alcuni territori vengono trasformati in luoghi nei quali determinate vite finiscono per essere considerate sacrificabili.
Costituzione, diritto internazionale ed etica
Quali strumenti abbiamo, allora, per opporci all’arbitrio? Albanese ne indica tre.
La Costituzione, innanzitutto. Poi il diritto internazionale. Ma esiste anche un’altra legge. È quella «dentro di noi». L’etica, l’integrità personale, la capacità di stabilire un limite anche quando nessuno ce lo impone dall’esterno.



