E’ in corso a Firenze un processo a carico di Salvatore Baiardo imputato per calunnia nei confronti del giornalista Massimo Giletti. Nel corso delle udienze è stato un via vai di teste sentiti e abbiamo parlato delle parole riferite dal magistrato Nino Di Matteo.
Nell’udienza del 9 settembre è stato sentito Giovanni Brusca, ex boss di San Giuseppe Jato, stragista e omicida del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Nell’udienza, rispondendo alle domande del PM, ha fatto riferimento ai rapporti tra Cosa nostra, politica e Berlusconi:
“Volevamo dare colpa delle stragi alla sinistra per aiutare il Cav. Ci avrebbe dovuto dare una mano, altrimenti avremmo messo altre bombe”.
Entrando nel merito ha riferito che dopo gli attentati della mafia del 1992 e del 1993
“nelle discussioni con Bagarella (Leoluca Bagarella erede e cognato di Totò Riina, ndr.) dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra, in modo tale “da agevolare” Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”, “eravamo nel 1994”.
Il contatto era con Vittorio Mangano, lo stalliere dell’imprenditore di Arcore. Brusca al PM ha spiegato che con Mangano c’è stato “un incontro per dargli l’incarico“. Ad individuare la figura di Mangano, dice ancora Brusca, “fu Stefano Bontade“. “Io scoprii che era lo stalliere di Arcore solo da un articolo de L’Espresso“. Brusca, alla domanda se Mangano avesse mai fatto il nome di Dell’Utri, ha risposto che lui diceva di “poter arrivare a Berlusconi tramite un imprenditore delle pulizie che lavorava in Mediaset“.
Per poi aggiungere che
“Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”.
“Gli mandammo anche una minaccia velata”, e cioè “che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”,
ha detto Giovanni Brusca confermando il metodo mafioso. Brusca ha anche affermato
“di non sapere nulla di rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi antecedenti al 1993”,
Brusca durante l’udienza ha riferito che dopo l’arresto di Bagarella del 24 giugno del 1995, i boss di cosa nostra si erano incontrati e durante quella ‘riunione‘ Matteo Messina Denaro, capo mafia di Trapani e figlio di Don Ciccio,
“disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. E’ la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi”. Precisando che “io sono appassionato di orologi e l’argomento mi è venuto facile crederlo. Il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi”.
A Brusca è stato chiesto se i Graviano si fossero allontanati da Palermo dopo l’attentato a Borsellino e lui ha risposto:
“Non lo so. Fino alla strage di Capaci li ho visti, li ho visti fino a due, tre sere prima prima dall’attentato a Borsellino”. Su dove fossero i Graviano “ho saputo da Messina Denaro che erano al nord, che si erano divertiti, che facevano la bella vita”.
In effetti,
“Messina Denaro al nord era stato ospite dei fratelli Graviano, si parlava di ville affittate al nord”.
Brusca inoltre voleva rintracciare Balduccio Di Maggio, altro boss di cosa nostra e ex autista di Totò Riina
“ma dopo aver individuato dove era facemmo un viaggio a vuoto, non lo potevamo colpire. A Borgomanero aveva un amico”. Il riferimento è a “un gelataio che ci fece sapere dove si trovava”.
Il gelataio è presumibilmente riferito alla figura di Salvatore Baiardo tanto che la presidente del collegio Anna Favi gli ha chiesto chiarimenti:
“Non sapevo nulla chi era questo soggetto, l’ho saputo dopo. Sapevo solo che Di Maggio era amico di uno di Borgomanero, era da quelle parti”.
E nel caso di eventuali rapporti politici? Brusca ha parlato di
“un progetto politico per costituire un partito politico, Sicilia Libera, nel 1993-1994. Aderii inizialmente a questo progetto ma dopo che mandai due miei soggetti di fiducia a informarsi, tutti e due mi hanno dato notizie negative e decisi di ritirarmi”.
E secondo Brusca, in questo partito era entrato Giuseppe Graviano. Anche se “poi Bagarella non mi disse più nulla“.
Arriva subito la replica di Barbara Berlusconi:
“Trovo intollerabile che, ancora oggi, le inverosimili e ridicole affermazioni di persone che si sono macchiate dei delitti più efferati — e che oggi parlano addirittura da uomini liberi — vengano utilizzate per alimentare l’ennesima damnatio memoria e contro mio padre.
Da oltre trent’anni si inseguono teoremi, suggestioni e sospetti alimentati dalle solite procure. Le prove, invece, continuano a mancare.
Il processo Baiardo si è trasformato in un processo bis sulle stragi del ’93-’94, riesumando accuse contro Berlusconi e Dell’Utri già archiviate. Una vicenda giudiziaria semplicemente surreale. Mio padre non può più difendersi. Proprio per questo continueremo a farlo noi, ogni volta che sarà necessario”.
Arriva anche la replica dell’avvocato Giorgio Perroni, legale della famiglia Berlusconi:
“L’inattendibilità delle dichiarazioni di Brusca a proposito di Dell’Utri e Berlusconi è già stata accertata in altre precedenti sentenze.
Le sue parole sono state scartate dai giudici per la loro ‘fortissima ambiguità’, per le nettissime contraddizioni con altri incontrovertibili dati processuali, e sono state definite ‘del tutto inconsistenti ai fini probatori’, anche perché provenienti da un soggetto che ‘non ha voluto fornire uno spontaneo e leale contributo all’accertamento della verità.
Come può un processo diventare il pretesto per riesumare accuse su fatti già giudicati, tanto più nei riguardi di persone che neppure sono parti in causa nel procedimento? Che poi una delle persone trascinate in questa vicenda sia Silvio Berlusconi, scomparso da oltre tre anni e dunque impossibilitato per sempre a replicare, rende tutto questo non soltanto paradossale e gravissimo, ma anche vergognosamente ingiusto.
L’udienza di oggi ha definitivamente sancito che il procedimento fiorentino a carico di Salvatore Baiardo, iniziato a febbraio, si è trasformato in un processo a due persone che non sono nemmeno imputate, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, e che non possono quindi difendersi.
Eppure tutto questo avviene ormai da sette mesi, nell’evidente tentativo di confermare una vulgata, falsa e assurda, in base alla quale Berlusconi e Dell’Utri sarebbero i mandanti occulti delle stragi di mafia del 1993-94: un’infamia che da trent’anni a questa parte ha conosciuto esclusivamente smentite e archiviazioni.
Oggi si è arrivati al paradosso dei paradossi: si è chiamato a deporre Giovanni Brusca, il quale è stato interrogato per ore in aula benché abbia dichiarato sin dal principio di non avere mai né visto né conosciuto l’imputato Baiardo. La sua audizione, in realtà, ha avuto l’unico scopo di riproporre dichiarazioni che erano già state vagliate e sconfessate in altri processi.”
immagine copertina creata con IA



