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Ingroia: per i mafiosi questione carcere oggetto di trattative politico-criminali

by Alessio Di Florio
6 Maggio 2020
in L'Opinione
Reading Time: 4 mins read
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Le dichiarazioni di Nino Di Matteo, magistrato in prima linea contro le mafie e le connivenze politiche, e la replica del ministro Bonafede durante la trasmissione Non è l’Arena su La7 stanno scatenando molte polemiche. Spesso confuse e non informate, con una corsa ad intervenire dettata in molti casi più da interessi di bottega politica e di tifoseria che dalla necessità di chiarezza e fermezza su temi fondamentali per la nostra democrazia.

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Di Matteo è stato tra i pubblici ministeri nel processo di primo grado per la Trattativa Stato-Mafia di inizio anni novanta, quelle inchieste e quel processo avviati da Antonio Ingroia. L’impegno contro le mafie, le zone grigie dei poteri criminali e per la giustizia Ingroia oggi lo prosegue da avvocato, parte civile nel processo ‘ndrangheta stragista, delle famiglie Vassallo e Manca nella lotta per la verità sull’assassinio di Angelo e Attilio e in altre importanti lotte giudiziarie, e da presidente del movimento politico Azione Civile.

In quest’intervista abbiamo approfondito cosa sta succedendo nella società e nell’economia italiana, le dinamiche in atto, la penetrazione costante delle mafie e l’ostilità e il disinteresse contro i magistrati impegnati e sul contrasto alle organizzazioni criminali.

Le dichiarazioni di Di Matteo hanno scosso molti e scatenato un dibattito, qual è il suo parere? Cosa le ha suscitato sentire le sue parole?

«I fatti riferiti da Di Matteo e la risposta del Ministro hanno suscitato in me amarezza e indignazione, ma anche inquietudine e preoccupazione.

Amarezza, perché amareggia molto sentire certi giudizi sul dott. Di Matteo come persona che si pronuncia sulla base di «percezioni sbagliate» da un Ministro della Giustizia, soprattutto da questo Ministro della Giustizia, e cioè un Ministro M5S, e quindi di un movimento politico che ha sempre difeso la magistratura autonoma e indipendente, capace di indagare senza guardare in faccia a nessuno, di cui Di Matteo è stato un esponente di spicco, assieme al quale abbiamo portato avanti l’indagine da me avviata sulla Trattativa Stato-mafia.

Indignazione, perché mi indigna profondamente quanto si scopre oggi, all’indomani del risultato disastroso della gestione del DAP Basentini che ha obiettivamente agevolato la scarcerazione in queste settimane di tanti assassini e boss mafiosi, e cioè che il Ministro aveva originariamente l’intenzione e la possibilità di nominare Di Matteo al vertice del DAP e che invece poi cambiò idea preferendogli Basentini, non si sa ancora per quale motivo, perché il Ministro non lo dice.

Inquietudine perché mi inquieta la sola ipotesi che il dietrofront del Ministro sulla nomina di Di Matteo sia stata determinata dalle proteste dei mafiosi e dai veti politici cui sembrerebbe essersi piegato il Ministro. Preoccupazione perché le polemiche e strumentalizzazioni attorno a questa vicenda rischiano di isolare ulteriormente il dott. Di Matteo ed esporlo sempre di più alle grave ritorsioni di una mafia che lo ha già condannato a morte».

Anche negli ultimi anni ci sono state istanze per la cancellazione del 41bis ai mafiosi – che era tra le richieste dei boss durante la trattativa 92/93 – e di reati come il «concorso esterno», è possibile ipotizzare che tra settori della politica e le mafie quelle trattative sono ancora in atto?

«Io non voglio fare ipotesi ma ci sono i fatti. E i fatti dicono che per i mafiosi la questione carcere è sempre cruciale, è sempre stata oggetto di trattative politico-criminali, e difficilmente la mafia rinuncia ai propri obiettivi strategici e vitali. E i fatti sono quelli denunciati da Di Matteo e altri magistrati».

Cresce sempre più l’ostilità nei confronti dei magistrati e di tutti coloro che sono in prima linea contro le mafie da parte di una certa stampa e di settori della politica. Prima dello stop a Di Matteo al Dap abbiamo avuto quello a Gratteri come ministro. Come si è arrivati a questo punto? Come è possibile che una nomina ministeriale venga modificata dopo intercettazioni di boss in carcere?
«Che l’ostilità nei confronti di certi magistrati cresca, attenzione non nei confronti di tutti i magistrati, ma solo nei confronti degli irriducibili che ancora pretendono di indagare a 360°, sulle mafie di ogni tipo ma soprattutto sui suoi complici altolocati, purtroppo è una costante degli ultimi decenni, alimentata da una precisa e mirata campagna di denigrazione finalizzata al ridimensionamento di quella che io chiamo la «magistratura costituzionale», e cioè la magistratura che usa la Costituzione come propria bussola. Invece, ben altro atteggiamento viene riservato ad un’altra categoria di magistrati, i carrieristi, gli opportunisti e gli omologati, che infatti fanno carriera assai più facilmente grazie al loro collateralismo con la politica. L’indagine sul CSM e il caso Palamara ne sono una lampante riprova».

Le istanze sui reati per la repressione delle mafie e quest’ostilità stanno portando a chiedere anche la cancellazione di leggi come il codice antimafia, quello degli appalti e altre leggi in nome dello «sviluppo economico» e della sburocratizzazione. Dietro queste spinte quali interessi e connivenze mafiose potrebbero esserci?

«In Italia, da decenni, il sistema criminale integrato di mafie e corruzione si è fatto classe dirigente, e costituisce una componente stabile di una classe dirigente criminale che pretende impunità e magistratura asservita. La Trattativa del biennio ’92-’94 ha creato i presupposti per fissare le nuove regole di convivenza fra legalità e illegalità, e dentro quel sistema in Italia ancora oggi si vive, senza soluzione di continuità. Chi si ribella al sistema viene espulso o schiacciato, in un modo o nell’altro».

Politica e «opinionisti» più o meno improbabili affermano sempre più che mafie e corruzione non sono pericolose come un tempo, che le mafie sono sconfitte o quasi. Eppure dati, fatti e atti oggettivi documentano il contrario. Quale spiegazione potremmo dare a questo? 
«C’è un colossale equivoco non «innocente», ma intenzionalmente provocato. Chiariamo una volta per tutte che le mafie sono solo apparentemente meno pericolose di una volta, nel senso che lo sono meno sul piano squisitamente militare, ma per la semplice ragione che siamo entrati in un’altra fase evolutiva della mafia, che è la fase della finanziarizzazione delle mafie che investono meno nell’uso diretto di armi e violenza, e si sono dedicate alla mimetizzazione in modo pressoché irreversibile nell’economia e nella società del Paese. Quindi, siamo certamente in una fase assai più insidiosa perché la mafia oggi è assai più strutturata».

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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