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Le miniere del giornalista giornalista

by Alessio Di Florio
23 Settembre 2020
in Il "santo Laico"
Reading Time: 7 mins read
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«Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare». (Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)

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Il post referendum/elezioni regionali in queste ore sta egemonizzando l’infosfera: ovunque sbucano le facce dei «grandi leader», delle vittorie e delle sconfitte nelle grandi città, delle manovre dei palazzi e delle trame dei corridoi. Un alieno che atterrasse ora penserebbe che esistono solo grandi palazzi, grandi partiti, Roma e il potere romano. E che, nell’Italia del 2020, non esistono le periferie, non esistono zone buie e da illuminare.

Poi tornano a far capolino altre notizie, fatti diversi ma legati da un unico grande filo criminale. La Ostia che Federica Angeli racconta da tanti anni, le Puglie dove le mafie arrivano a realizzare attentati continui, i sistemi criminali che inondano le strade abruzzesi e di tante regioni delle droghe peggiori, la pedopornografia che emerge dal dark e pure dal normal web, lo sfruttamento della schiavitù sessuale, gli appalti pilotati e guidati, la Roma dove dopo l’inchiesta «Mondo di Mezzo» e l’assassinio di Diabolik gli equilibri del potere mafioso sono in evoluzione; e ancora il ventre oscuro che cerca di sfruttare persino l’emergenza sanitaria per seminare odio, violenza e imporre il proprio dominio (urlando assurdamente contro una inesistente «dittatura sanitaria»), pizzo e usura che divorano attività economiche, le clientele sempre in azione e che ogni tanto irrompono nelle cronache locali, la speculazione su tragedie come i terremoti che ingabbiano milioni di italiani nella precarietà senza casa e senz’avvenire, mentre alcuni ben noti forzieri s’ingrassano, le speculazioni sulla sanità rafforzate in tempo di emergenza, periferie dove emerge un «mondo di mezzo» sempre più impastato di manovalanza criminale, violenta, dove s’intrecciano tutti i peggiori sporchi traffici criminali che incutono terrore, impongono il dominio di signorotti e clan, la fragilità e la negazione di diritti fondamentali come la casa che diventano praterie per racket di abusivi e mercati paralleli (Pescara ma non solo docet), parrocchie dove si coccolano mafiosi e genitori di mafiosi mentre si abbandonano i giovani e chi è in difficoltà e altre dove la religiosità popolare diventa venerazione e inchino ai boss.

L’elenco potrebbe essere sterminato.

«Apri il giornale c’è l’ispirazione» cantano da tanti anni I Nomadi. Ma i giornali, che siano cartacei o sulle moderne frontiere del web, non nascono da soli. Hanno bisogno di giornalisti, di cercatori, di lampadieri nei luoghi più diversi e impervi.

Giancarlo Siani era un giovane ragazzo come tanti. Era curioso, assetato, si interrogava e cercava risposte. Era la Campania del post terremoto in Irpinia, degli anni della Nuova Camorra Organizzata e dei clan che s’involavano sulle ali dei miliardi che piovvero, insinuandosi ad ogni livello e conquistando nuove praterie.

Qualche anno dopo arrivò il vertice di Villaricca e la camorra, che già stava riempiendo terreni di tutto il Nord Italia, consolidò definitivamente il sistema criminale imprenditoriale della «Terra dei Fuochi», quella che qualche anno dopo fu definita «ecomafia».

Mafie che si evolvono, insomma: tre anni fa la Procura Nazionale Antimafia (non un moderno Marx) scrisse che la concezione classica di ecomafia è superata e si deve far riferimento a sistemi imprenditoriali complessi. Quei sistemi che negli Anni Novanta intrecciarono imprenditori, politici di ogni schieramento al potere nei comuni, settori infedeli delle istituzioni e tanto altro. Roberto Mancini lo aveva documentato e messo per iscritto già in quegli anni. Ma le sue informative furono abbandonate nei cassetti per lustri. Intanto, gli stessi che avevano creato l’emergenza, la sfruttarono per lucrare e consegnare vasti territori della Campania allo stesso blocco di colletti bianchi criminali.

Uno dei protagonisti di quella resa, capace di attraversare indenne (non firmò mai nessun atto ma fu sempre presente e protagonista) in questi mesi l’abbiamo ritrovato ai vertici della gestione dell’attuale emergenza. Sarebbe bastato tornare a leggersi il libro «La Peste» di Nello Trocchia e Tommaso Sodano, un ormai datato straordinario articolo di Rosaria Capacchione sullo stesso quotidiano di Giancarlo Siani, le inchieste di Roberto e di alcuni coraggiosi giornalisti giornalisti.

Giancarlo Siani ogni giorno saliva sulla sua Mehari e raggiungeva i luoghi più diversi, conosceva persone, atti e fatti, non si fermava, come un rabdomante nel deserto la sua sete mai si placava e cercava, apriva, scavava, faceva conoscere nelle miniere. Fedele solo alla ricerca e alla notizia nascosta che era doveroso gridare dai tetti. E così incontrava studenti che scendevano in piazza per la Pace, lavoratori che si battevano per diritti ed avvenire, persone che si vedevano negare quel che era giusto perché senza oliare e distribuire mazzette, senza raccomandarsi al santo di turno non solo non si andava avanti ma non si partiva proprio. Racconti di trent’anni fa ma che sono giunti intatti a noi, sino ad oggi.

«Il comune ha avuto la bellezza di 22 miliardi di lire per la ricostruzione, eppure sono cinque anni che i lavori come cominciano si fermano. Chi ha vinto le gare sta in villa e i terremonati nei contaneiner. Poi, tutte le gare sono state vinte con poche migliaia di lire di scarto…non è strano signor sindaco?» (Fortapasc)

Sono domande che davanti agli appalti, ai terremotati di ogni terremoto fisico, sociale, ogni speculazione contro l’ambiente e i territori che uccide e ingabbia si possono ripetere, dall’Alpe a Sicilia, dalla Lombardia dei rifiuti tossici interrati sotto i piloni autostradali e dal triangolo del Nord Est dove la ‘ndrangheta e le mafie nigeriane si spartiscono ogni affare, dalla regione di Aemilia al Lazio dei Casamonica e degli Spada e le dirimpettaie Abruzzo e Molise dove sono nati e ancora oggi capobastone si spartiscono affari, mazzette, clientele e soldi pubblici mentre il «mondo di mezzo» macina spaccio, racket, estorsione, violenza a più non posso.

«I giornalisti giornalisti, quelli so’ tutt’ n’atra cosa Giancà…Quelli portano le notizie, gli scoop e non sempre si devono aspettare gli applausi della redazione, no? Perché le notizie, gli scoop, so’ na rottura i cazz’! Che fann’ mal’, fanno mal’ assasi. E allora, sae ti posso dare un consiglio, sta a sentì a Sasà…l’inchiesta che stai facendo, io non ne voglio sapere niente …e dà retta a me…questo non è un paese per giornalisti giornalisti…chist’ è nu paese per giornalisti impiegati» (Fortapasc)

Sono ormai molti anni che si infiammano dibattiti sul futuro del giornalismo, sul senso di una professione che molti considerano morta, sui mezzi e le frontiere digitali, della carta stampata, della televisione e di tanto. Fiumi di parole, diluvio di filosofie e analisi, dotti e sapienti che ci inondano e intortano di parole, numeri, grafici e tanto altro. Mentre a Roma si discute la realtà reale, la verità vera, è che a Sagunto ci sono tante Mehari che attendono solo di essere messe in moto. Perché possono cambiare i decenni, si può parlare, discutere e analizzare per giorni interi ma il nocciolo di tutta la questione resta sempre uno:

«Sasà: ci stanno i cani e ci stanno i padroni. Tu che vo’ fa’? Un cane o u padrone?

Giancarlo: Nessuno dei due… io voglio fare il giornalista.

Sasà: e magari vuoi fare pure il giornalista giornalista. Perché anche qua ci stanno due categorie… ci stanno i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati». (dal film Fortapasc)

 

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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