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Viaggio all’inferno: vittima di mafia, abbandonato dallo Stato

by Redazione Web
22 Ottobre 2020
in Mafie
Reading Time: 7 mins read
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Si chiama Arnaldo Maria Tancredi Giambertone ed è un imprenditore nel settore dell'edilizia a Palermo. Un imprenditore come molti altri, ma in Sicilia niente è semplice e anche portare avanti la propria attività può diventare un viaggio all'inferno. 

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Lo abbiamo intervistato per parlare della sua storia, del suo lavoro, di una esistenza segnata dalla presenza violenta e costante della mafia. Ma soprattutto per far conoscere la storia di un uomo coraggioso che ha denunciato i propri aguzzini.

Signor Giambertone qual è la sua attività e quando è iniziata?

«Mi occupo di costruzioni,sono nel settore della edilizia civile e industriale dal 1984, ho iniziato quando avevo 19 anni nell'impresa di mio padre.»

Quando sono iniziati i problemi con le estorsioni mafiose?

«Posso dire che sono stati 36 anni di calvario, anni di lotta a cosa nostra e al sistema mafioso. Ho conosciuto personaggi pericolosi dai quali ho sempre cercato di tenermi lontano anche se non è stato facile. E' stato difficile soprattutto durante i primi dieci anni di attività perchè erano tempi in cui tutto era meno conosciuto e si faceva fatica a capire a cosa si stava assistendo. Erano gli anni in cui Palermo vedeva l'affermarsi dei corleonesi e si iniziava a parlare del Maxi processo, reso possibile anche grazie alle rivelazioni dei pentiti di mafia che aiutarono i magistrati a conoscere la struttura di Cosa nostra, prima di allora sconosciuta. Anni che ho vissuto da ragazzo, agli inizi della mia attività di imprenditore e quel mondo non mi apparteneva, era lontano da me: ho vissuto in seguito sulla mia pelle tutta la sofferenza che comportano mafia e malaffare.»

 Cosa ha dovuto subire in questi anni?

«Di tutto: le estorsioni, la sottomissione al potere mafioso, le minacce, ma anche lavorare senza essere pagato. E' un sistema maledetto quello della mafia che distrugge le vittime e che negli anni è cresciuto fino ad infiltrarsi nelle istituzioni, all'interno degli uffici pubblici, in ogni settore dell'economia.» 

Si ricorda il primo episodio, il primo avvicinamento al mondo mafioso?

«Avvenne dopo pochi anni dall'inizio del mio lavoro. Il primo mafioso con il quale venni in contatto (poi imputato nel Maxi processo) è stato il capo mafia Giuseppe Vernengo della famiglia di Santa Maria di Gesù. L'ho conosciuto nel 1986, mentre mio padre era ricoverato in ospedale al Civico di Palermo. In un padiglione che chiamavano il "carceretto" si trovavano ricoverati alcuni detenuti, anche boss mafiosi come Vernengo, Geraci, Giovanni Bontade, Mineo di Bagheria e altri. Fu cosi che un uomo mi si avvicinò per chiedere una sigaretta mentre ero in attesa che mio padre facesse una visita, scambiammo quattro chiacchiere come si fa di solito senza che io avessi la minima idea di chi fosse.

Ricordo che notai il pigiama in seta con eleganti pantofole ai pedi e una collana d'oro con un grosso crocifisso: era il boss Giuseppe Vernengo, come ebbi modo di scoprire in seguito. Ancora oggi non so spiegarmi come sia stato possibile entrare in contatto con quegli individui, in assoluta libertà di muoversi nonostante la detenzione e ai quali veniva cosi permesso di gestire i propri affari in assoluta tranquillità. 

Io e mio fratello ci alternavamo nella assistenza a nostro padre e una sera arrivato li non lo trovai in stanza. Era stato spostato nelle "stanze di lusso" come mi disse l'infermiere: Vernengo aveva chiesto e ottenuto il trasferimento di mio padre nella sua camera. Mafiosi che  potevano tutto e che continuavano i loro sporchi affari dalle stanze dell'ospedale. Naturalmente la sua attenzione per la mia famiglia era dovuta alla nostra attività nel campo dell'edilizia e ben presto ne pagammo le conseguenze.» 

Quando ci fu la prima estorsione ai vostri danni?

«Presi un lavoro, ufficilamente per un società come molte altre: ricordo che firmò il contratto e le cambiali l'amministratore delegato, apparentemente quindi tutto in regola. Ma poco tempo dopo, con le cambiali protestate, venne fuori che il committente era proprio il boss Vernengo che non pagò mai per il lavoro, il mio referente era il figlio più piccolo: vennero prodotte cambiali per 55 milioni di lire mai pagate, più le spese del protesto. Un grosso colpo alla mia attività anche perchè iniziarono a chiedermi il pagamento del pizzo negli altri cantieri che avevo: fu quello l'inizio di un incubo che ancora oggi non è terminato.»

Quanti altri episodi di estorsione ci sono stati ai suoi danni ?
«Molti e da appartenenti a diversi clan. Nel 1996 a Borgo Vecchio presi una palazzina, pagai due milioni e mezzo di lire, ma poi tornarono a chiedere denaro una seconda volta, poi ancora e ancora. Io non pagai e cosi vennero incendiate tutte le impalcature. Anche il boss di San Lorenzo per un cantiere mi chiese tre milioni e mezzo, cosi come tanti altri, continuamente ad ogni lavoro. Loro arrivano e pretendono, una prassi consolidata e che non lascia scampo.»

Poi è arrivata la sua prima denuncia nel 2016. Questo ha dato vita all'operazione Talea che ha portato in carcere molti boss e appartenenti alle cosche. Cosa è cambiato nella sua vita da quel momento?

«Ho denunciato a seguito della richiesta di estorsione per il cantiere di Cinisi dove era in progetto una casa vacanza: i boss di San Lorenzo volevano entrare e imporre alcuni dei loro uomini. Ho denunciato tutto alla Autorità giudiziaria. Il processo di primo grado con 37 imputati, si è concluso nel maggio del 2019 con la assoluzione di 13 di loro. Attualmente è in corso il processo di appello da un paio di mesi e la prossima udienza è prevista per il 26 ottobre. Dopo la denuncia ho subìto 36 atti intimidatori fra minacce, avvicinamenti, danneggiamenti sia in cantiere che presso la mia abitazione.» 

Come sta andando il lavoro in questo periodo?

«Molto male. Dopo la denuncia sono rimasto fermo due anni paralizzato dalla paura e vivendo nel terrore. A peggiorare il tutto c'è stato il furto delle mie attrezzature presso il cantiere a Marina di Cinisi, attrezzature preziose accumulate in questi anni di lavoro. Un colpo tremendo. Attualmente la mia azienda rischia il fallimento.»

A chi si è rivolto per chiedere aiuto?

«A molte persone, alle Associazioni per le vittime di mafia, allo Stato, alla Prefettura. Sono stato rassicurato dalla Associazione Addio Pizzo che mi segue e dalla Prefettura . Mi hanno sollecitato a ricominciare a lavorare perchè avrei ricevuto un sostegno economico come risarcimento essendomi stato riconosciuto lo status di vittima di mafia e parte lesa, per questo beneficiario di un ristoro economico come prevede la normativa per le vittime di mafia, la legge numero 6 del 2018 che riporta disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia. Ma ad oggi totalmente disattesa.»

Ha ricevuto altro tipo di risarcimento e una tutela personale?

«Niente di tutto questo: per ricominciare a lavorare ho dovuto vendere tutto ciò che avevo, compreso il mio orologio e l'oro di famiglia, non ho più nulla. Provo a lavorare ma è difficilissimo. Pago 2mila euro all'anno per avere una vigilanza privata. Dopo la denuncia tutti si allontanano, non sei ben visto, ma soprattutto le istituzioni ti abbandonano al tuo destino condannandoti ad una esistenza terribile.»

Oltre alle difficoltà economiche qual è la cosa più difficile per chi denuncia?

«La  cosa più scoraggiante è sicuramente l'assenza delle istituzioni. Non rispondono mai. Non risolvono i gravissimi problemi di decine di persone come me che trovano il coraggio di denunciare: in cambio si hanno solo silenzi e l'ostacolo di una burocrazia che non garantisce neanche ciò che per legge ci spetterebbe. Ho presentato il 15 febbraio presso la Prefettura l'istanza di risarcimento per i danni personali: di solito rispondono entro quattro mesi. Non ho saputo ancora niente.

Gravissima è anche la latitanza dei mezzi di informazione, televisioni e testate giornalistiche, che non vogliono raccontare cosa accade a chi denuncia: in questo modo le nostre storie restano confinate alla Sicilia e non diventano una questione nazionale, cosa che invece sono.»

Ha mai pensato di abbandonare la Sicilia e andare via?

«L'ho pensato e l'ho anche fatto. Di fronte alla ennesima estorsione di denaro, attuata sequestrandomi in un negozio per alcune ore, ho aspettato due giorni e poi me ne sono andato: tornavo a Palermo di nascosto, viaggiando di notte, coperto da una coperta sotto il sedile dell'auto: come si può vivere cosi?»

Il prossimo 26 ottobre ci sarà un'altra udienza del processo di Appello, cosa vuole dire?

«Ho paura non lo nascondo. Essere prelevato dai carabinieri per recarsi all'aula bunker dove ci sono criminali da me denunciati, alcuni condannati al 41 bis, che ti guardano minacciosi con un fare di sfida, anche se da dietro le sbarre, non è facile. Ci sarà la parte finale del mio interrogatorio con il controesame degli avvocati degli imputati.»

Grazie alle denunce di Arnaldo Giambertone lo scorso giugno ci sono stati ulteriori arresti a seguito dell'operazione delle forze dell'ordine denominata Teneo e che ha portato in carcere boss e appartenenti al clan di Tommaso Natale.

Grazie alle sue dichiarazioni lo Stato è riuscito a sferrare colpi importanti alla mafia siciliana. Ma poi questo stesso Stato dimenticata ancora una volta un altro dei suoi cittadini coraggiosi. Ci racconta Giambertone di essere da anni in attesa di una convocazione da parte della Commissione Nazionale Antimafia, di essersi affidato alle Associazioni antimafia, di aver raccontato decine di volte la propria storia a uomini e donne delle istituzioni. Ma non è servito a nulla. 

La storia di questo imprenditore è un copione già visto. Una storia che si ripete di chi denuncia allo Stato e che dallo Stato e poi abbandonato. La scoperta di collusioni con la mafia da parte di appartenenti alla politica, alla magistratura, alle forze dell'ordine o di settori importanti dell'economia inquinati dal malaffare, sta diventando una notizia di cronaca quotidiana che non sconvolge più. Ma questo è ciò che fa comodo a mafiosi e gregari per distogliere l'attenziome dell'opinione pubblica dal principale problema italiano: la mafia. Fin quando c'è chi denuncia, rifiutandosi di pagare il pizzo, resta viva la speranza di un riscatto necessario e non più rinviabile per la società tutta.

Purtroppo troppi uomini e donne delle istituzioni promettomo e non mantengono. Purtroppo una parte dell'antimafia è solo di facciata e quindi inutilizzabile. Quello che resta è un Paese martoriato e tanti cittadini, vittime incolpevoli, abbandonati a se stessi. La mafia non è il problema di pochi, ma è il cancro di un paese intero.

 

 

 

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2020-10-22 18:57:33

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