La storia di Lea Garofalo non si racconta soltanto nei libri, nelle aule o durante le commemorazioni ufficiali. Si racconta anche camminando dentro i luoghi dove quella storia è passata.
A Campobasso, in via Sant’Antonio Abate, davanti al civico 58, il nostro direttore Paolo De Chiara ha scelto di parlare agli studenti. Una strada apparentemente normale, una delle tante del centro cittadino, che il 5 maggio 2009 diventò il teatro di uno degli episodi più gravi nella vicenda della testimone di giustizia calabrese: il tentato sequestro da parte della ’ndrangheta.
In quel luogo Lea Garofalo visse per alcuni mesi insieme alla figlia Denise, dopo l’uscita dal programma di protezione.
Una fase delicatissima, segnata dalla fragilità, dalla paura, dagli spostamenti, dalla sensazione di essere esposta. Proprio da lì passa il racconto di De Chiara, che ricostruisce un fatto di cronaca, una ferita civile ancora aperta.

Il giornalista indica la strada, il portone, il numero civico. Pezzi di memoria.
Da quella strada passarono un furgoncino e un’auto riconducibili a soggetti legati alla ’ndrangheta. L’obiettivo era Lea Garofalo. Il piano fallì anche per la presenza della figlia Denise, lo scudo che in quel momento si trovava con la madre. Una presenza decisiva, l’ultimo argine tra Lea e la morte.
Sei mesi dopo, il 24 novembre 2009, Lea Garofalo venne masacrata a Milano. Il suo corpo fu distrutto con una ferocia che racconta tutta la brutalità del codice mafioso: non bastava eliminare una donna, bisognava cancellarla. Farla sparire. Ridurla a cenere. Migliaia di frammenti ossei buttati in un tombino.
Gli “uomini” schifosi della ’ndrangheta, però, non avevano fatto i conti con la forza della memoria.

Paolo De Chiara – autore di diversi libri su Lea Garofalo, tra cui l’ultimo UNA FIMMINA CALABRESE – ricorda che Lea Garofalo non nasce fuori dal mondo criminale. Nasce dentro quel puzzo di ’ndrangheta, dentro legami familiari e ambientali pesantissimi. Suo padre Antonio era un boss (ucciso nel 1975), suo fratello, detto Fifì, era il contabile della cosca dei petilini a Milano (ucciso nel 2005).
La donna decide che sua figlia non dovrà crescere dentro quel contesto. E decide di rompere il codice criminale, di uscire dalla gabbia. Di denunciare.
È questa la prima grande lezione: non esiste il destino. Anche quando si nasce dentro un sistema violento, chiuso, oppressivo, si può scegliere un’altra strada.
Lea Garofalo lo ha fatto, pagando un prezzo altissimo. Ma salvando sua figlia Denise.

De Chiara lo dice senza girarci intorno: Lea Garofalo, in vita, non è stata creduta fino in fondo. Le sue denunce furono sottovalutate, la sua figura venne considerata scomoda, poco affidabile. Inattendibile in vita, eroina dopo.
Solo dopo la morte è diventata simbolo, bandiera, film, fiction, libri, illustrazioni, celebrazioni.
Tutto giusto, tutto importante.
Ma resta una domanda: perché – nel Paese del giorno dopo – tante vittime vengono riconosciute solo dopo essere state uccise?

Il passaggio più amaro riguarda proprio il dopo tentato sequestro di Campobasso. Secondo il racconto di De Chiara, dopo un episodio di gravità enorme, l’attenzione istituzionale – anche attraverso l’intervento dei carabinieri – finì per spostarsi dal pericolo concreto rappresentato dalla ’ndrangheta a una canna trovata nell’abitazione della donna.
Da una parte una testimone minacciata, una madre esposta, un piano criminale fallito per un soffio. Dall’altra un dettaglio che sposta l’attenzione: da vittima a carnefice.
Una donna che denuncia la ’ndrangheta avrebbe dovuto essere protetta con ogni mezzo.
Invece Lea Garofalo rimase sola, fino all’agguato finale.

De Chiara insiste: non basta commemorare le vittime delle mafie un giorno all’anno. Non basta pronunciare i loro nomi, deporre fiori, pubblicare fotografie. Diventa un esercizio di inutile retorica italiota.
Lea Garofalo ci obbliga a scegliere. Ci chiede da che parte stare.
La ’ndrangheta, ricorda De Chiara ai ragazzi, non è un problema lontano e non è una questione solo calabrese. È una delle organizzazioni criminali più potenti, radicate e pericolose. Ha saputo attraversare territori, economie, istituzioni, silenzi. Vive dove trova complicità, paura, convenienza, indifferenza.
Non si può combattere soltanto con le operazioni di polizia o con le sentenze. Si combatte anche con la conoscenza, con lo studio, con la partecipazione, con la capacità di riconoscere il potere mafioso.
La lezione in via Sant’Antonio Abate diventa così una lezione sull’Italia. Sui suoi nodi irrisolti. Sulla questione meridionale, sui rapporti tra potere e criminalità, sulle ambiguità storiche che hanno permesso alle mafie di rafforzarsi nel tempo.
De Chiara collega la vicenda di Lea alle grandi ferite del Paese: Capaci, via D’Amelio, l’uccisione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e degli agenti delle scorte. Perché la storia di una donna calabrese arrivata a Campobasso non è una storia isolata. È parte dello stesso filo rosso (impregnato di sangue) che attraversa la Repubblica.
Non bisogna delegare tutto a magistrati e forze dell’ordine. La lotta alle mafie riguarda tutti. Riguarda chi studia, chi insegna, chi scrive, chi amministra, chi vota, chi lavora, chi osserva e, troppo spesso, tace.
Il 5 maggio 2026, ricordare Lea da Campobasso significa tornare nel punto esatto in cui la ’ndrangheta provò a colpirla. Significa guardare quella strada e capire che i luoghi parlano.
Lea Garofalo non va soltanto ricordata. Va studiata. Va portata dentro le scuole, dentro le coscienze, dentro le scelte quotidiane.
E davanti al civico 58 di via Sant’Antonio Abate resta una domanda: vogliamo limitarci a commemorare Lea Garofalo o vogliamo, finalmente, raccogliere la sua battaglia di dignità?

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