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Peppino Impastato, il 9 maggio brucia ancora la sua guerra alla mafia e all’antimafia di facciata

A 48 anni dall’assassinio di Peppino Impastato, la sua voce resta una ferita aperta: non una memoria da cerimonia, ma una chiamata alla responsabilità contro Cosa nostra, i depistaggi, i silenzi dello Stato e le comode liturgie dell’antimafia ufficiale.

by Redazione Web
9 Maggio 2026
in Mafie
Reading Time: 4 mins read
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Il 9 maggio 1978 viene ucciso un giovane militante, un giornalista libero, una voce radiofonica irriverente. Peppino Impastato viene ammazzato perché aveva capito che la mafia vive nel consenso sociale, nella paura, nelle amicizie, nei rapporti con pezzi di potere. Vive dove nessuno la nomina.

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E Peppino la nominava. La ridicolizzava. La sputtanava. 

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, a Cinisi, in provincia di Palermo, il corpo di Peppino viene dilaniato dal tritolo sui binari della linea Palermo-Trapani. Una prima narrazione infame: attentatore, terrorista, suicida. Il solito copione per cancellare una vittima scomoda. Ma quella versione di comodo, costruita anche con le complicità istituzionali, non può reggere. Viene capovolta grazie ai suoi compagni, a Felicia Impastato, a chi non accetta la versione ufficiale. 

Peppino era nato in una famiglia con legami mafiosi. E sceglie di rompere. Sceglie la cultura, la politica, la militanza. La sua arma più potente era l’ironia dissacrante. Con Radio Aut, con “Onda pazza”, con i soprannomi, con la satira contro “Mafiopoli” e contro “Tano Seduto”, Peppino toglie ai mafiosi il prestigio e il rispetto. Li rende ridicoli. Giovanni Impastato lo ha spiegato con chiarezza: Peppino aveva capito che bisognava usare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia, perché quando i mafiosi iniziano a perdere consenso sociale non recuperano più.

Peppino faceva paura perchè parlava ai giovani, faceva politica, denunciava traffici, affari, complicità. Nella sua radio e con la sua radio. La sua candidatura al consiglio comunale di Cinisi fu l’ultimo schiaffo. Voleva entrare nelle istituzioni locali per rompere dall’interno. Giovanni Impastato ha ricordato che i mafiosi capirono il pericolo: una settimana in più avrebbe potuto rompere equilibri, costringerli a misurarsi con una figura pubblica, esposta, riconoscibile, legittimata dal voto.

Peppino venne eletto da morto. 

Il delitto Impastato è anche la storia di un depistaggio. Per cancellare la verità. Un depistaggio all’italiana (questo Paese orribilmente sporco basa la sua storia sui depistaggi), di settori istituzionali. Il più schifoso, fatto da esseri schifosi. Traditori della Repubblica.

Giovanni Impastato ha parlato di indagini a senso unico, di memoria infangata, di un tentativo di far passare Peppino per ciò che non era. 


Le mafie non sono finite: Giovanni Impastato demolisce la favola dello “Stato vincitore” a “30 minuti con…”


La verità giudiziaria arriverà dopo un’attesa lunghissima. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi, verrà condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Peppino. Ventiquattro anni dopo. Casa Memoria ricorda anche il riconoscimento delle responsabilità nei depistaggi da parte della Commissione parlamentare antimafia. 

In questa battaglia, Felicia Bartolotta Impastato resta una figura enorme.

La memoria di Peppino, però, rischia ogni anno una seconda morte: quella della retorica. Il santino, la frase ripetuta. Giovanni Impastato lo ha detto senza giri di parole a “30 minuti con…”: le commemorazioni servono, ma non bastano.

Peppino, Falcone, Borsellino, Lea Garofalo e tutte le figure della lotta antimafia non devono diventare eroi. Devono restare punti di riferimento. 

Dire che la mafia è finita è un favore alla mafia. Perché abbassa le difese, addormenta le coscienze. È un potere che si rigenera. Cambia linguaggio, metodo, volto. Ma ancora non è stata sconfitta.


Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa


Peppino Impastato non appartiene solo al passato. Appartiene alle scuole, alle periferie, ai territori abbandonati, ai giornalisti minacciati, agli amministratori onesti lasciati soli, ai testimoni di giustizia dimenticati. Il 9 maggio deve essere una frustata. Per fare un passo avanti. Non basta urlare che la mafia è una montagna di merda ma bisogna agire come Peppino. Senza tentennamenti, senza compromessi. 

Il legame indicato da Giovanni Impastato tra Peppino e Lea Garofalo racconta che la memoria non è una questione locale. Attraversa i territori, unisce le storie, parla ai giovani. Lea e Peppino, pur in contesti diversi, rappresentano la stessa rottura: il coraggio di dire no dall’interno di mondi attraversati dalla cultura mafiosa.


Giovanni Impastato: «Esiste un legame forte tra Peppino e Lea Garofalo»


A 48 anni dal suo assassinio, Peppino Impastato va riconosciuto per quello che è stato: un rivoluzionario, un educatore, un militante.

Lo hanno fatto saltare in aria, ma non sono riusciti a farlo tacere.

Hanno tentato di infangarlo, ma non sono riusciti a sporcarlo.


Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

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