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La crocifissione perpetua della schiavitù sessuale, dello stupro a pagamento

by Alessio Di Florio
4 Aprile 2021
in Mafie
Reading Time: 6 mins read
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La seconda Pasqua ai tempi della nuova pandemia è arrivata. Pasqua è parola che viene dall’ebraico, Pesah, a ricordo del passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto alla biblica «terra promessa». In questi mesi drammatici di emergenza sanitaria, nelle ultime settimane la Pasqua è stata legata alla speranza di passaggio, di liberazione, dalla pandemia. Si succedono torrenziali gli auspici, i calcoli, le speranze su quando questo passaggio avverrà. Metà luglio, fine luglio, agosto, settembre, autunno inoltrato, fine dell’anno. Il dato che accomuna tutti è che questo giorno arriverà.

Persistono, invece, pandemie e schiavitù di cui nessuno prevede la fine, perpetue, eterne pandemie. Disumane, criminali, violente, che distruggono vite sacrificandole ai peggiori idoli del nostro tempo, le perversioni depravate, l’arida, squallida e senza nessuna dignità dei mercati criminali di persone la cui umanità non viene neanche riconosciuta da trafficanti senza scrupoli. In questi mesi don Fortunato Di Noto e Meter ripetutamente hanno lanciato l’allarme dell’aumento esponenziale della pedopornografia e della pedofilia, degli abusi peggiori anche contro bambini di pochi mesi. Le denunce che abbiamo riportato nei mesi scorsi, e che torneremo a riportare presto, raccontano l’abisso sconfinato di quanto lo sfruttamento della schiavitù e dello stupro a pagamento.

Un abisso che, nonostante le restrizioni ai movimenti delle persone, ai divieti di transito tra comuni e regioni, il #restiamoacasa non si è mai fermato. Anzi, continua a crescere sempre più. L’abisso che incatena, devasta e arriva ad uccidere chi non festeggerà questa Pasqua. Così come non ha festeggiato le precedenti e, probabilmente, non festeggerà le prossime. Ai margini delle nostre città, non distante dalle nostre tiepidi case, imprigionate in case a pochi passi dai salotti buoni delle grandi città o delle strade delle periferie più lontane.

«Mary, diciotto anni, era una ex bambina soldato, abituata a difendersi da sola e soprattutto a lottare per sopravvivere. Nel suo Paese era stata reclutata per uccidere e, dopo l’addestramento secondo le più rigide e spietate tecniche di resistenza fisica e psicologica, non ebbe la forza di trasformare quegli insegnamenti di morte in un destino da killer. Una giovane martire della mafia nigeriana venduta come una bestia, violentata e costretta più volte ad abortire. Nel viaggio della tratta degli esseri umani, in piena traversata del deserto, è costretta persino a bere le proprie urine. La storia di Mary ha commosso papa Francesco, in visita alla Comunità Giovanni XXIII dove la donna ora risiede. Ma quante sono le Mary che popolano ogni giorno le nostre strade? Quali sono le storie drammatiche che si celano dietro questa moderna tratta delle schiave (e degli schiavi) che è la prostituzione e che spesso fingiamo di non conoscere? Quali sono le responsabilità di quelli che definiamo “clienti”? È delle tante, troppe Mary che questo libro parla, raccontando storie, tracciando traiettorie che si intrecciano inevitabilmente con quelle dell’immigrazione, ricostruendo le ragioni perverse che spingono uomini (spesso connazionali) a schiavizzare altri esseri umani, facendo mercimonio del loro corpo».

Questa la drammatica testimonianza e denuncia della presentazione del libro di don Aldo Bonaiuto, Comunità Papa Giovanni XXIII, sulla «vergogna della tratta raccontata dalla strada». Donne crocifisse le definisce già nel titolo del libro don Aldo. Crocifisse dalle mafie che le sfruttano, dagli stupratori a pagamento che sfogano contro i loro corpi le depravazioni più immonde, i desideri più perversi, che le utilizzano come fossero un oggetto. In alcuni forum online, come abbiamo già denunciato nei mesi scorsi, ci sono stupratori a pagamento che si vantano della brutalità, della violenza,  di come considerano le donne vittime della tratta passatempi, sfogatoi anti stress. Frasi nauseanti, che fanno stare male al solo leggerle, devastanti. Abusi disumanizzanti, che devastano e cancellano la vita delle donne sfruttate.

«L’ho capito sentendo il mio corpo usato come oggetto masturbatorio da migliaia di uomini che, ovviamente, sanno che il sesso che comprano è indesiderato. Altrimenti non pagherebbero per questo. Usare il denaro per comprare l’ingresso nel corpo di qualcuno è di per sé un atto di violenza sessuale. Lo so perché l’ho vissuto e l’ho visto accadere a molte altre, e non tutte sono sopravvissute. Sono obbligata a dire la verità sul danno che gli uomini fanno alle donne quando, a causa del loro egoismo sessuale, sono disposti a trattare gli altri esseri umani come bambole viventi e respiranti. Questi uomini conoscono perfettamente il male che stanno commettendo». Questa è una delle tantissime testimonianze di donne che sono state liberate dalla tratta della schiavitù sessuale.

Non c’è bandiera ideologica, non c’è ottuso calcolo fiscale, economico o di comodo che possa reggere di fronte a tutto questo. Vengono spazzate via frasi fatte, squallidi luoghi comuni, feticci pseudofilosofici di chi pensa di assumere posizioni politiche o sociali ma, in realtà, non sa di cosa parla. Contribuendo ad uno delle peggiori criminali oppressioni moderne. «L’impegno nella liberazione delle donne vittime della tratta ci insegna il valore supremo della libertà» ha scritto nella presentazione del libro Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, ricordando la campagna «Questo è il mio corpo». Che sta smobilitando coscienze, confrontandosi con tantissime realtà dell’associazionismo e del volontariato, cittadini e istituzioni per contrastare la tratta, liberare le vittime dalla schiavitù sessuale dello stupro a pagamento. Una campagna che abbiamo raccontato e racconteremo con interviste, testimonianze, informando sugli eventi e sulle attività.

Nel libro di don Aldo Bonaiuto, scrive Ramonda, «riecheggiano le voci delle donne crocifisse, liberate dalla schiavitù della prostituzione. Nei capitoli sono disseminate le reali violenze subite, le sevizie e le minacce ripetute». La storia di Mary è la storia di migliaia di donne, sfruttate dalle mafie e dai «clienti», gli stupratori a pagamento. Come Lilian Solomon, morta di linfoma il 1° ottobre 2011 a Pescara. Nonostante l’avanzare della malattia le provocasse dolori atroci nessun stupratore a pagamento (e poi dovremmo chiamarli con un termine quasi «gentile» clienti?! Mai) si fermò, nessuno si accorse di nulla e decise di non violentare ed abusare. «Ogni santo giorno avrei voluto morire … ero stanca e depressa ma nessuno, dico nessun cliente, ha avuto pietà di me. Alla fine del 2003 ero la controfigura di me stessa, sempre ammalata e febbricitante, ero ridotta ad uno straccio che avrebbe voluto chiudere gli occhi per sempre». È la testimonianza di Maris Davis nel libro «Parlo di me (Senza Paura): Schiavitù sessuale e mafia nigeriana» che abbiamo già ricordato nel gennaio dell’anno scorso. Per anni prigioniera delle mafie nigeriane Maris Davis fu ripetutamente violentata per tre giorni dai suoi aguzzini all’arrivo in Italia.

«Mi dissero che dovevo imparare il mestiere» ha raccontato nel libro. Trovò la forza di ribellarsi e denunciò i suoi sfruttatori, la ritrovarono e la rapirono nel maggio 1999 quando la portarono in Spagna. Dove continuò il suo calvario fino al 2003 quando, ammalata e quasi in fin di vita, fu abbandonata in una delle stazioni di Madrid. Due anni dopo le venne diagnosticato un cancro alle ovaie in stato avanzato. Fu salvata grazie ad una complessa operazione chirurgica, che le ha salvato la vita. Ma non potrà mai diventare madre.  È tornata in Italia. Oggi si batte per dar voce alle vittime delle mafie nigeriane. Sono passati ormai quattordici anni dalla pubblicazione del libro «Le ragazze di Benin City», dalla testimonianza/denuncia di Isoke Aikpitanyi, ma il tempo è praticamente passato invano. Aumentano e non si fermano mai le crocifissioni di migliaia di donne sfruttate, abusate, violentate e anche uccise. L’ultima notizia è dei giorni scorsi, a Terni, e uno dei più diffusi giornali online ha titolato la notizia ironizzando sulla «Bocca di Rosa» che non ha soddisfatto il cliente, che «non ci sa fare». Una scelta vergognosa e vigliacca che si commenta da sola. E dimostra, una volta di più, l’infimo livello italiano sociale.   

È possibile conoscere, seguire e sostenere la campagna «Questo è il mio corpo» dal sito web https://www.questoeilmiocorpo.org/ e dalla pagina facebook https://www.facebook.com/questoeilmiocorpo/ .

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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