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Trattativa Stato-mafia, la difesa di Cinà chiede l’assoluzione

by Serena Verrecchia
22 Giugno 2021
in Speciale Trattative
Reading Time: 6 mins read
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Continuano le arringhe difensive al processo d'Appello sulla Trattativa Stato-mafia. Dopo l'avvocato Cianferoni, difensore del boss Leoluca Bagarella, è stata la volta di Federica Folli e Giovanni Di Benedetto, i legali che assistono l'imputato Antonino Cinà.
L'arringa difensiva si è sviluppata su due temi principali: la disamina del dichiarato dei collaboratori di giustizia e la contestazione del reato di minaccia a corpo politico dello Stato. 
Secondo l'avvocato Folli, i collaboratori avrebbero fatto “dichiarazioni tardive e contraddittorie”. Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Antonino Giuffré non avrebbero fatto nessun riferimento al ruolo di Cinà nella trattativa, mentre le parole di Pino Lipari sarebbero, per la difesa, del tutto inattendibili. Quest'ultimo, nel 2016, aveva dichiarato di aver ricevuto delle confidenze direttamente da Cinà, che sarebbe stato avvicinato in ospedale da Massimo Ciancimino con la preghiera di incontrare suo padre Vito con urgenza:

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"Cinà mi raccontò le parole di Ciancimino, questi aveva necessità assoluta di parlare con il ‘primario’ (Salvatore Riina) per una situazione che poteva portare dei vantaggi all'organizzazione. Cinà mi disse che appena aveva sentito quella cosa voleva defilarsi e disse: ‘don Vito veda di lasciarmi in pace e sistemi le sue cose’. E lui: ‘no, lei deve riferire a Riina assumendosi una grossa responsabilità, c’è questa situazione con i Carabinieri che chiedono di sapere cosa desidera Cosa nostra per far finire queste stragi e lei non si può togliere’. E lui disse che avrebbe cercato di far avere una risposta. Poi portò questa notizia al Riina, non mi disse per quale via. Mi racconta che questi gli ha dato un foglio di carta in una busta e che l’ha lasciata in portineria in via Sciuti", dove abitava don Vito.
Lo stesso Ciancimino parlò di Cinà come del “postino” che si occupava dell'interlocuzione tra lui e Riina, ma secondo la difesa "Cinà non era interessato all'incontro di Ciancimino con i carabinieri” e sapeva che “Riina non avrebbe mai voluto avere niente a che fare con i carabinieri”. Ciancimo era un “opportunista” e avrebbe intavolato la trattativa “per il suo tornaconto personale”. Quello che gli interessava era farsi aggiustare i processi e farsi restituire i beni e a questo scopo avrebbe tranquillamente potuto bluffare anche con lo stesso Cinà sul livello del suo rapporto con i carabinieri.
Quanto alla disamina delle prove dichiarative sopravvenute nel corso del dibattimento, l'avvocato Folli ha definito le dichiarazioni del collaboratore Rosario Naimo “inverosimili”, mentre quelle di Giuseppe Di Giacomo e Carmelo D'Amico “caratterizzate da assoluta inaffidabilità”.

Il primo avrebbe rivelato di aver ricevuto una confidenza da Cinà, che si lamentava per le “troppe responsabilità. Devo contattare politici, tutto sulle mie spalle, prima facevo solo il medico, ora mi mettono tutte cose sulle mie spalle”; Di Giacomo invece, detenuto in regime di 41 bis in una cella adiacente a quella di Cinà, raccontò che “quando venne arrestato dalla Dia, rispetto al passato si dimostrò disponibile anche alludendo ad un'eventuale collaborazione con la giustizia. Quando loro lo chiamarono da lì a poco fu messo a conoscenza che su di lui c'erano altre indagini a suo carico. E lui esternò: 'Pago il papello che scrissi per 'u cristiano'. Questo termine era un modo convenzionale per intendere Totò Riina. Poi in un'altra occasione, dopo che aveva parlato con Carlo Greco, che gli chiese chi glielo aveva fatto fare, tornò ad esprimere la propria amarezza di aver scritto queste situazioni. A chi era destinato il papello? Non me lo disse. Lo doveva dare a Riina ma era per altre persone. Se fu consegnato? Una volta mi disse di stare tranquillo che l'ergastolo non l'avrei fatto perché aveva avuto un esito positivo”.

Ma per la difesa, queste parole sono inverosimili, specie se si considera che Di Giacomo era costantemente sorvegliato durante il periodo di detenzione (anche se l'ex direttrice del carcere di Tolmezzo non ha escluso con assoluta certezza che qualche comunicazione possa esserci stata).

Poi, nella seconda parte dell'arringa, come era già avvenuto per il primo grado, l'avvocato Di Benedetto ha messo in discussione il reato contestato, quello di “minaccia a corpo politico dello Stato”. Per la difesa, questo è un “processo mediatico” che rischia di mettere a repentaglio la serenità dei giudici nel dover confermare o respingere le condanne di primo grado.
Antonino Cinà, lo ricordiamo, è stato condannato a 12 anni dalla Corte d'Assise di Palermo. Sarebbe stato lui l'intermediario mafioso della trattativa, colui che avrebbe materialmente consegnato le richieste di Riina a Vito Ciancimino, che poi le avrebbe inoltrate ai carabinieri. Cinà è stato il medico personale di Riina, molto vicino anche a Provenzano e al vertice dei mandamenti di 
Pagliarelli, dell’Uditore e di San Lorenzo dopo l'arresto di zio Binnu. In emergenza Covid, il suo nome è comparso nella lunga lista di detenuti che hanno richiesto la scarcerazione per gravi motivi di salute.
Cinà ha 76 anni e sta scontando un ergastolo. I suoi legali hanno chiesto alla Corte di assolverlo dalle accuse rigettando la sentenza di primo grado che lo ha condannato insieme a Leoluca Bagarella, a Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e Marcello Dell'Utri.
Lunedì prossimo, la parola passerà all'avvocato Basilio Milio, il legale di Mario Mori, e c'è da aspettarsi che si ritorni sulla sentenza Mannino e sugli esiti dei processi sulla mancata perquisizione del covo di Riina e sui fatti di Mezzojuso, fatti per i quali l'imputato Mori non è stato condannato.

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2021-06-22 12:21:18

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