Oggi si celebra la Festa della Repubblica Italiana. Ma l’Italia non fu l’unico Paese ad abbandonare la monarchia nel corso del XX secolo. Dal 1900 ad oggi, infatti, ben 31 degli attuali stati europei hanno smesso di essere monarchie.
La monarchia ha dominato l’Europa fino alla Prima guerra mondiale, quando molti regni europei furono aboliti e gli imperi, come quello Russo (1917), Ottomano (1922) e Austro-Ungarico (1918), si dissolsero in seguito alla Grande Guerra. Un altro spartiacque che segnò profondi mutamenti istituzionali fu la Seconda guerra mondiale, con alcuni Paesi che si slegarono ufficialmente dai Regni a cui erano uniti (come lrlanda e Islanda) e altri che cambiarono forma statuale per ragioni legate al conflitto, come Italia e Jugoslavia. L’ultima corona a cadere ufficialmente fu quella greca, nel 1974.
A oggi, esistono 12 monarchie sovrane in Europa, la maggior parte delle quali sono parlamentari, ovvero i sovrani non influenzano la politica dello Stato. A fare eccezioni sono Liechtenstein e il Principato di Monaco, monarchie costituzionali, e la Città del Vaticano, monarchia assoluta teocratica.
La data del 2 giugno ricorda il referendum del 2 giugno 1946, quando gli italiani e le italiane furono chiamati a scegliere la forma istituzionale dello Stato tra repubblica e monarchia.
II paese intiero si destò la mattina del 2 giugno con la sensazione di dover vivere una grande giornata. L’affluenza alle urne fu, sin dalle prime ore, serratissima. Sembrava che la gente temesse di non arrivare in tempo, di giungere troppo tardi per dire sì o no alla Monarchia, sì o no alla Repubblica, e per eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea Costituente. Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Venezia a Firenze, a Roma, a Napoli, a Cagliari, ovunque la stessa impazienza; ovunque lo stesso entusiasmo; ma ovunque anche la stessa calma. (Giuseppe Romita: “Dalla Monarchia alla Repubblica. Taccuino politico del ’45”, Milano, U. Mursia & C. editore, 1966-1973)
Vinse la prima con un margine di due milioni di voti e nacque ufficialmente la Repubblica Italiana, segnando inoltre il primo voto nazionale a suffragio universale sia maschile che femminile.
Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re (Piero Calamandrei)
Sulle pagine del Corriere della Sera del 1° giugno Mario Borsa scriveva un’editoriale che sintetizzava il concetto che Libertà è coscienza e rispetto dei limiti, un editoriale che ritengo che sarebbe il miglior viatico per questi nostri tempi difficili da decifrare:
Concludendo: tutto considerare, tutto valutare, tutto pesare, con calma e con serenità, senza quella paura stupida, inafferrabile, inconfutabile, morbosa, contagiosa che è là, inespressa e insesprimibile, in fondo all’anima di tanta, di troppa gente. Paura di che? Del nuovo perché nuovo? Qualunque cosa ci capiti domani non sarà mai così brutta, così disastrosa, così tragica come ciò che ci è capitato ieri. Paura di che? Della instabilità? Non giuochiamo sulle parole: stabilità non deve significare quietismo, agnosticismo, apoliticità, forzato assenteismo e mutismo fascista, in odio ai partiti, ai naturali ed insopprimibili antagonismi di interessi nelle salutari contese civilmente concepite e civilmente condotte perché le cose si mutino e si rimutino per il meglio. Paura di che? Del famoso salto nel buio? Lo credano i nostri lettori: il buio non è né nella repubblica né nella monarchia. Il buio, purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza, o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi di classe e nelle nostre passioni di parte. Basterebbe avere un po’ di fede in noi stessi, nelle cose e nel Paese, per vedere chiaramente la strada da percorrere e come percorrerla. Noi non avremo nulla da temere da questa strada se sapremo tenere le mani sulla libertà che abbiamo riconquistata e se ci persuaderemo di una cosa sola: che libertà è coscienza e rispetto dei limiti.
Concetti che a pochi giorni dal voto saranno amplificati nell’editoriale di Pietro Calamandrei (Corriere della Sera del 6 giugno 1946)
La Repubblica italiana: non più un sogno romantico di cospiratori, un’immagine epica di poeti; non più una bandiera di ribellione e d’insurrezione. La Repubblica italiana: una realtà pacifica e giuridica scesa dall’impero degli ideali nella concretezza terrena della storia, entrata senza sommossa e senza guerra civile nella pratica ordinaria della costituzione.
[…] Senza stragi, senza turbamenti, senza rancori la Repubblica è nata in Italia da questa amara e snervante prova di due anni, in cui la nostra volontà invece di dissolversi s’è maturata e rafforzata.
Per un istante possiamo fermarci ed essere contenti di noi: non guardare gli infiniti lutti che sono alle nostre spalle, l’infinito lavoro di ricostruzione che è nel nostro avvenire. Guardiamo in alto per un istante: care ombre, che passate, paterne e fraterne, lontane e recenti non vi abbiamo tradito!
Ecco la nostra Repubblica: non improvvisata, non balzata su in un giorno di torbida passione: Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata. Non un impeto di generosa illusione romantica, ma una prolungata prova di coscienza civile e di riacquistata ragione.
La peculiarità del 2 giugno 1946 sta nella sua doppia natura: non solo momento istituzionale fondativo della Repubblica ma anche momento di democratizzazione sociale e simbolica. Alle elezioni le donne non furono solo “partecipanti” al voto ma anche, diversamente da quanto avvenne nel resto dell’Europa, come costruttrici della Repubblica attraverso la Carta Costituzionale. Limitare la memoria del 2 giugno alla conquista del voto riduce la portata storica di quell’evento e lo dissocia dall’Assemblea Costituente nella quale le donne hanno dato, malgrado la loro minoritarietà numerica rispetto agli uomini, un’impronta notevole nella stesura degli articoli dedicati all’uguaglianza, alla dignità sociale, al lavoro femminile, alla tutela della maternità e all’accesso agli uffici pubblici.
Dopo le prime consultazioni amministrative (parziali, perché per i consigli comunali e provinciali le elezioni si tennero in due tornate, nella primavera e nell’ autunno del 1946), alla votazione simultanea del 2 giugno 1946, per il Referendum istituzionale tra monarchia e repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente, la presenza delle elettrici fu altissima, il loro numero superò quello degli uomini. Quindi se vinse la Repubblica fu merito anche delle donne.
Il numero delle donne che si recarono ai seggi elettorali fu maggiore di quello degli uomini: risultarono votanti, in totale, 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini, cioè votarono più di un milione di donne rispetto agli uomini. Il referendum decretò che 12.717. 092 (54,3%) cittadine e cittadini erano per la Repubblica mentre 10.719.284 (45,7%) erano favorevoli alla monarchia (vinse la Repubblica per quasi 2 milioni di voti).
Per le elettrici del ’46, diverse per vissuto, ambiente, geografia e anche ideologia (non tutte votarono per la repubblica), la conquista del diritto di voto è stata un momento fondamentale non solo dal punto di vista politico, ma anche simbolico, nel lungo cammino verso la parità.
Nello stesso giorno si tennero anche le elezioni per l’Assemblea Costituente, che avrebbe scritto la Carta fondamentale della Repubblica nata dall’esito del voto referendario.
L’Assemblea Costituente è stata eletta “a suffragio universale con voto diretto, libero e segreto, attribuito a lista di candidati concorrenti”, come previsto dall’art. 1 della legge elettorale (Decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946 n. 74).
Le nostre Madri Costituenti sono le 21 donne elette il 2 giugno 1946 (21 su 556 componenti l’Assemblea Costituente cioè il 3,78%). La prima donna della Consulta a parlare in un’assemblea democratica fu Angela Guidi Cingolani che condivideva con altre elette trascorsi di prigione e di confino. Tutte le Madri lottarono e furono attente alle speranze delle italiane, per non deludere le migliaia di donne partigiane, staffette, donne antifasciste che in mille modi avevano contribuito alla Liberazione.
Tra le Madri Costituenti, 9 erano comuniste, tra cui cinque dell’UDI (Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi).9 democratiche cristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio ) e 2 socialiste (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) e una della lista ”Uomo Qualunque” (Ottavia Penna Buscemi ).
Tutte le Madri, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative.
14 erano laureate e molte insegnanti, qualche giornalista-pubblicista, una sindacalista e una casalinga; 14 erano sposate e con figli. Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista), Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere, perché antifascista, fu deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra) e Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio).
5 delle 21 Madri Costituenti, Maria Federici, Nilde Iotti e Teresa Noce del Pci, Angelina Merlin (Psi) e Angela Gotelli (Dc), entrarono a far parte della “Commissione dei 75”, quella commissione incaricata dall’Assemblea Costituente di formulare la proposta di Costituzione da dibattere e approvare in aula.
Le elezioni per l’Assemblea Costituente videro il successo dei tre grandi partiti di massa del tempo, la somma dei cui voti raggiunse circa il 75%. La Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa col 35% dei voti, seguita dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e dal Partito Comunista Italiano.
Concludo questo “memoranda” corroborandolo con la considerazione inerziale che il 2 giugno 1946 della celebrazione deve oggi interrogarci sullo stato della democrazia italiana e sulla capacità delle istituzioni di rappresentare lo stato di diritto che il popolo italiano antifascista volle allora e desidera ancora per i propri figli, ossia uguaglianza sociale e concreta partecipazione democratica di tutti alla cosa pubblica per il bene comune.





