Parlare di politica, spesso, non è una passeggiata di salute. Schierarsi a favore di un solo partito politico, tantomeno. La Storia, però, ci insegna che solo l’avere il coraggio di prendere posizione può rivelarsi fautore di nuovi orizzonti.
Sempre la storia – intesa come la scienza che studia i comportamenti dell’uomo, non come libri stampati destinati al macero, perché letti sempre da meno gente – ci mette, ogni giorno, di fronte a scenari dolenti, campali, a tratti disomogenei, perché alla sua base ci sono tarli che ne intaccano le fondamenta. Per fare un esempio calzante, basta pensare alle decine di partiti politici, alcuni farlocchi, che invadono la nostra politica, il nostro governo, la nostra Nazione – dal latino natio, rinascita –.
Ebbene sì, la nostra Italia ha alla base l’aspirare al potere di centinaia di individui, alcuni davvero riprovevoli, che lavorano ammassati come formiche, ma con un solo obbiettivo: lacerare l’immagine di quanti più “colleghi” possibili, pur d’avere un posto a sedere sulle poltrone d’oro.
A questo punto due domande sorgono spontanee:
Possono mai coesistere i doveri di una di una Repubblica basata sulla democrazia, con i diritti riservati a pochi pagliacci, che operano, e si adoperano, a mo’ di dittatori?
Possono mai sentirsi tutelati, difesi, compresi e aiutati i cuori di un’intera nazione, dove si preferisce coprire la mafia, modificando leggi a solo uso e consumi di pochi?
Ovviamente, si tende a non divulgare questo tipo di notizie per non creare scompiglio in una popolazione che, già di suo, è rimasta scompigliata, disorientata, per certi versi annientata, dalle varie guerre che, nella storia, hanno anticipato e succeduto la disperazione, il terrore, la fame, la morte.
Fortunatamente, a venirci in soccorso c’è la letteratura: altra grande protagonista del nostro passato, presente, futuro e sorella gemella della storia.
La letteratura custodisce, nel suo immenso bagaglio artistico, pietre miliari cui poter fare affidamento per ripercorrere, costruire e difendere il coraggio di anime fragili e forti, che non hanno avuto paura d’offrire il loro sapere a difesa della causa che, da sempre, spacca l’essere umano in miliardi di pezzi: l’umanità.
A proposito del sodalizio tra letteratura e umanità, come non citare uno dei più grandi, anche se sottovalutato, letterato che questa nazione può vantare tra i suoi diamanti culturali?
Stiamo parlando dell’immenso Primo Levi, che sopravvissuto all’Olocausto italiano, non ha perso la grinta di dire: sono un uomo, nonostante i vostri schifosi giochi.
Di Levi, tra tutti i suoi scritti, non si può non citare, menzionare, custodire e vantare quello che è il suo manifesto contro il sudiciume che gli schieramenti politici sono stati capaci – riuscendoci bene e, tutt’ora sotto altre forme, ci riescono; purtroppo! – di fomentare con il più dannoso dei risvolti: le mattanze di uomini.

“Se questo è un uomo” è uno struggente componimento, che ha la poesia nel suo senso più intimo.
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi
Dopo averne assaporato il testo, facendo un’attenta esegesi si può ascoltare l’urlo di dolore e disperazione, provenire da ogni singola sua parola: oltre al grande amore che l’Autore nutre per l’essere umano in generale, la figura della donna viene difesa con versi laceranti, che spaccano l’anima e pervadono il silenzio.
Ovviamente, Primo Levi, quando ha composto questo capolavoro, era ben lontano dall’dea che, negli anni, lui stesso sarebbe diventato un capolavoro, brillante del senso d’umanità cui ha fatto il suo must di vita. Purtroppo, è questo senso d’umanità a mancare nelle nostre piazze, nei nostri comizi, nell’orgoglio dei nostri politici, nella nostra attuale storia.
A proposito di storia, come non citare un altro grande autore perseguitato ed esiliato dalla stessa?
Ignazio Silone, nelle sue opere non si è mai risparmiato dall’essere onesto e lapidario verso i climi di una malata e, a spezzoni, mancata politica. Non a caso, l’Autore abruzzese è stato esiliato all’estero in quanto antifascista e fondatore, assieme ad altri, del Partito Comunista d’Italia dal quale venne espulso per la sua dissidenza con la linea stalinista.
Sarà proprio la rottura con il Partito Comunista Italiano, negli anni del secondo dopoguerra, a farlo mal vedere dalla critica di un’Italia con una politica sempre più corrotta.
Non a caso, mentre all’estero lo acclamano come scrittore, nella sua terra i suoi scritti non vengono, neppure, presi in considerazione per eventuali pubblicazioni. Solo più tardi, quando verrà riabilitato dalla stessa critica, esploderà anche in Italia, ma sempre in levatura di gran lunga inferiore rispetto all’estero.

Tra i suoi scritti più granitici e lapidari vi è, senza dubbio, Vino e Pane: romanzo immenso.
In “Vino e Pane” a farla da padrone sono ancora una volta vicende politiche distorte, che inevitabilmente sono andate a sedimentarsi nel puzzle della Storia, fino a sporcarne anche il più piccolo brandello di buon operato.
Con l’audace stesura di questo romanzo, l’Autore ci mette di fronte alle diatribe di terrore, che i pochi al potere infondono, fondendosi con un popolo di creduloni, quali siamo anche noi da italiani perché incapaci di ribellarsi fino in fondo.
I fannulloni, però, come scrive anche Silone, sono loro: i politici che campano sulle ossa spaccate dei lavoratori, sposando usanze e apparenze mafiose pur d’avere la pensione d’oro a discapito di eventuali terremoti politici, che muterebbero in progresso, come le grandi rivoluzioni.
A conclusione, un'altra domanda arriva prepotente:
Come si può fare la rivoluzione, se tutti i carri armati sono stati venduti alle esigenze di villeggiature “ospiti” sulle spiagge del niente concesso?
A risposta di ciò, mi viene spontanea l’esternazione di una triste verità: per mettere in piedi le rivoluzioni ci vogliono buone menti, quelle che oggi mancano in questo Paese di continui malfattori e dittatori, che nulla hanno a che vedere con il senso di rinascita, insito nel senso della stessa.
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2022-06-07 15:59:50
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