Vanno e vengono, si fermano o fuggono via velocemente. Faber così descriveva le nuvole. Possono scomparire subito le nuvole e possono sparire velocemente le onde. Quelle del mare e, ancor di più, quelle delle coscienze ed emotive.
L’emotività e il clamore del momento possono essere importanti, sono indice di una società per fortuna non ancora del tutto assuefatta. Ma non bastano. Le nuvole che volano via in poche ore, le onde che si ritirano senza lasciar segno sulle battigie sociali sono indice dell’ipocrisia, di quanto vuote possono essere le parole, di complicità, omertà e squallori che quotidianamente muovono i fili oltre ogni velo di chiacchiere, retoriche e maschere. Pirandello scrisse che nella vita si incontrano tante maschere e pochissimi volti. Ipocrite, false, nell’omertà e nell’omologazione accomodanti.
Si fa finta di non tacere ma non si dà nessun peso, nessuna particolare evidenza. E soprattutto, come le nuvole in cielo, l’attenzione viene spostata in poche ore o giorni altrove e si passa oltre. E così calano cappe più pesanti del totale silenzio. Facendo finta di “parlare”. In un fumetto di ormai trent’anni fa si raccontava del funerale di una persona molto conosciuta nella sua comunità, nelle ore del funerale centinaia se non migliaia di persone apparvero accanto alla famiglia, tutti commossi, tutti affranti, tutti apparentemente partecipi.
Ma a sera la famiglia a casa torno sola e senza più nessuno. Sola come, ogni giorno, nelle mura domestiche, nei luoghi di lavoro e di studio, nelle strade, nei luoghi della “politica” e delle istituzioni sono tante, troppe donne. È passata una settimana dall’8 marzo, come sempre grande mobilitazione e tanti bei discorsi e parole in quelle ore. Poi si è tornati alla quotidianità, alla squallida, meschina, ipocrita, violenta quotidianità.
Di una società in cui tante, troppe donne, ogni giorno sono bersaglio di insulti, insinuazioni, offese, persecuzioni, attaccate per la giovane età o la capacità di empatia, la tenacia e la generosità, perché riescono a mostrare ogni giorno il loro valore. Negato, calpestato, vilipeso da chi vede le donne sono e soltanto come marionette di un uomo, che dietro ogni affermazione di valore manovre maschili.
Siamo sette giorni dopo l’8 marzo, certe giornate non devono essere solo “ricorrenze” e l’8 marzo e il 25 novembre non sono questioni “da donne” in cui gli uomini fanno un favore o hanno chissà quali meriti se compaiono. La violenza contro le donne non è tema femminile, è una responsabilità maschile.
L’8 marzo deve essere «la giornata della consapevolezza e della deterrenza. Non basta ricordare, serve agire. Educare al rispetto, alla parità, alla libertà di essere e di scegliere – è la sacrosanta riflessione di Anna Bosco, assessora alle politiche sociali del Comune di Vasto – Questa giornata non è solo ricordo e celebrazione, ma richiamo alla responsabilità collettiva».
«Troppe donne ancora subiscono discriminazioni, ingiustizie e violenze. Troppi diritti vengono messi in discussione, a partire da quello del lavoro: il nostro paese è l’ultimo in Europa per occupazione femminile: Il 2024 ha chiuso infatti con l’occupazione femminile al 53%, contro una media Ue del 69,3%: il valore più basso tra i 27 dell’Unione (dati Istat-Cnel) – ha sottolineato l’assessora Bosco – la differenza di genere riguarda non solo l’accesso al mondo del lavoro, ma si riverbera sulle tipologie di contratti e di ruoli una volta in azienda».
«L’8 marzo è quindi un momento per riflettere, per iniziare davvero a cambiare un futuro in cui la dignità e il valore di ogni donna siano riconosciuti, protetti e garantiti – ha concluso Anna Bosco – Non un giorno di retorica, ma di impegno concreto. Perché il rispetto non si regala una volta all’anno: si pratica, ogni giorno».
Anche quest’anno, come in ogni occasione, sono fioriti immagini, testi, discorsi in cui il refrain sarà sempre e solo nei confronti delle donne vittime e, con una faciloneria totale, ripetere “denunciate denunciate denunciate”, fate questo, non fate quest’altro e così via. Facile per chi non vive l’inferno, facilissimo parlare per chi non ha mai subito il calvario, per chi non subisce la violenza e non ha rischiato anche la vita. Sopravvivendo a menzogne, violenze e difficoltà, inganni anche con l’aiuto di altri, paura, delegittimazione, accuse che rovesciano la realtà, silenzi, omertà, persecuzioni. La realtà, come sempre, è più complessa e complicata delle parole. E nessuno (soprattutto nessuno) dovrebbe sentirsi escluso.
Si può avere piena coscienza su una delle prime trincee del disagio sociale, dell’agorà, della polis: i Comuni. Politica, che in origine era solo e soltanto l’agire nella polis per il bene comune, è parola che oggi partendo da questa trincea risalendo i palazzi ha tanti significati. Amministrare il quotidiano tirando a campare, giostra di cordate e consorterie, egoismi e carrierismi, scalata sulle spalle della società e rinchiudersi clanici e arroganti. O ascoltare, agire, sentire sulla propria pelle gioie e dolori, angosce e speranze, di ogni cittadino. Con passione, generosità, umanità, empatia. Parole da tanti bandite, sconosciute e scandalose per tanti, ma che per fortuna resistono, non muoiono come i raggi del sole dietro le nubi più nere.
Tra le vicende più gravi che ci ha consegnato il 2024 la cronaca quella di «Aurora, una ragazza di soli 13 anni, è morta dopo essere caduta nel vuoto dal balcone, spinta – secondo le accuse – dal suo giovane fidanzato, già noto per atti di violenza» ha sottolineato lo scorso 11 novembre Anna Bosco, assessora alle politiche sociali di Vasto.
«Spesso, chi vive queste situazioni non ha la forza di denunciare da solo e ha bisogno del nostro supporto, della nostra attenzione e della nostra volontà di agire – la riflessione condivisa da Anna Bosco – Il silenzio non protegge: mette solo a rischio altre vite». Un silenzio che va infranto impegnandosi ogni giorno contro ogni subcultura maschile sessista, violenta e intimidatrice, contro ogni pretesa di dominio e possesso maschile, contro ogni perpetrarsi di un potere patriarcale, maschile, sessista.




