Molto prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, la Russia aveva chiesto con insistenza la neutralità del Paese, ritenendola una condizione necessaria per la stabilità nella regione. Tuttavia, l’accelerazione verso l’ingresso dell’Ucraina nella NATO ha rappresentato per Mosca una minaccia diretta, analoga a quella percepita dagli Stati Uniti nel 1962, durante la crisi dei missili a Cuba.
Il blocco statunitense di allora per impedire basi sovietiche nell’area caraibica non è così distante, per logica geopolitica, dall’intervento russo in Ucraina. In entrambi i casi, si reagisce a una pressione militare percepita come insostenibile a ridosso dei propri confini.
Gli accordi di Minsk, che prevedevano l’autonomia delle regioni del Donbass e una sostanziale neutralità dell’Ucraina, potevano rappresentare una via diplomatica credibile. Ma furono sabotati sin dalle prime fasi del conflitto, anche – come riporta Pastore – per l’intervento diretto del premier britannico Boris Johnson, su spinta degli Stati Uniti.
A pagare il prezzo più alto di questa guerra è, senza dubbio, l’Ucraina, oggi devastata, deindustrializzata e spopolata. Ma per molti osservatori, tra cui Pastore, l’obiettivo reale non era salvare Kiev, bensì:
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Impedire un’alleanza economica tra Europa e Russia
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Consolidare la dipendenza energetica ed economica dell’Europa dagli Stati Uniti
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Rilanciare il mercato delle armi e del riarmo NATO
Le conseguenze per l’Europa sono sotto gli occhi di tutti:
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Bollette quadruplicate per effetto della sostituzione del gas russo con forniture americane
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Corsa agli armamenti, con massicci acquisti da fornitori USA
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Dazi imposti da Washington, che scaricano sul Vecchio Continente le difficoltà economiche americane
L’Europa è oggi più che mai vincolata a Washington, economicamente e militarmente. Una condizione che Pastore definisce coloniale, aggravata da una rete capillare di basi militari USA sul territorio europeo.
La narrazione dell’“invasione russa dell’Europa” è strumentale: non trova fondamento né sul piano logico, né strategico.
“L’unico vero pericolo potrebbe emergere se la Russia si sentisse circondata e minacciata da un riarmo europeo, in particolare della Germania.”
La crisi in Ucraina è, nel profondo, il sintomo del tramonto dell’egemonia americana e del fallimento di un sistema neoliberista globale. Gli Stati Uniti, travolti dal proprio debito pubblico e dalle tensioni interne, cercano nuovi equilibri scaricando sull’Europa il peso delle loro crisi.
“Ci stanno apparecchiando un futuro tragico, in cui il rischio di guerra atomica è sempre più concreto.”
L’aspetto più inquietante è la totale mancanza di autonomia europea. Le classi dirigenti continentali, a suo dire, non reagiscono, non propongono alternative, non proteggono i propri popoli, forse perché legate da ricatti indicibili o incapaci di visione politica.
“Nonostante l’incastro politico-finanziario cui sembriamo sottomessi, è necessario che si sviluppino strategie alternative, possibilmente con classi dirigenti più degne e indipendenti.”
La guerra in Ucraina è solo una parte di un disegno globale. L’alternativa alla subalternità geopolitica, alla dipendenza energetica e alla militarizzazione forzata è una sola: ritrovare una voce europea autonoma e capace di disinnescare i conflitti, non alimentarli.





