A pochi giorni dalla sua scomparsa, resta un silenzio ipocrita, il silenzio che spesso avvolge chi è stato scomodo fino all’ultimo giorno. Un silenzio che si traveste da rispetto, ma che rischia di seppellire insieme al corpo anche la voce, la coerenza e la lucidità di chi, come lui, non si è mai piegato.
Salvo Vitale è stato l’ultimo compagno di lotte e di pensiero di Peppino Impastato, un intellettuale indipendente, un militante comunista, un testimone senza padroni. E, per questo, ingombrante.
La voce che disturbava l’antimafia di facciata
Per molti giornalisti e professionisti dell’antimafia ufficiale, Vitale era un corpo estraneo. Non seguiva i copioni, non si lasciava trascinare dalla retorica. La sua “colpa” era la più grave: pensare e agire liberamente, cercando sempre la verità, senza piegarsi né ai mafiosi né a quel mondo associativo che, col tempo, ha trasformato la memoria in palcoscenico e l’antimafia in carriera.
“Fortunatamente siamo andati avanti. Non mi hanno fermato i mafiosi, figurarsi certi talebani dell’antimafia,” amava ripetere.
Le sue denunce non puntavano soltanto contro la mafia, ma contro le degenerazioni dell’antimafia di comodo, quella che – come scrisse – “è diventata un marchio di fabbrica, una password per ottenere privilegi, potere, riconoscimenti”.
Il rifiuto degli editori e il coraggio delle inchieste
Quando propose il manoscritto di In nome dell’Antimafia – Cronache da Telejato, nessun editore siciliano volle pubblicarlo. Troppo diretto, troppo documentato, troppo scomodo.
Quel libro, uscito nel 2021 per IOD Edizioni, è un atto di accusa durissimo contro il “sistema Saguto”, la gestione clientelare dei beni confiscati che ha travolto imprenditori, distrutto posti di lavoro e mostrato la corruzione di un pezzo di apparato giudiziario.
Con Pino Maniaci, Vitale sfidò uno dei santuari dell’antimafia istituzionale: l’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo. Da lì emerse uno scandalo che fece tremare il palazzo: nomine pilotate, reti di potere, silenzi complici.
“Non abbiamo fatto il gioco dei mafiosi,” scrisse Vitale,
“ma quello di una giustizia che protegga i cittadini, che sia uguale per tutti, che non distrugga l’economia e i posti di lavoro.”
Negli ultimi anni, Salvo Vitale era amareggiato. Non per sé, ma per come la memoria di Peppino Impastato veniva svuotata e trasformata in icona inoffensiva.
Lui continuava a raccontare Peppino nelle scuole, a spiegare ai ragazzi la forza di una scelta radicale, a difenderne il pensiero politico e umano. Proprio per questo era considerato “troppo vivo”, “troppo libero”, difficile da controllare.
Senza di lui, la storia di Impastato sarebbe stata riscritta in forma edulcorata, piegata alle esigenze della retorica ufficiale.
IOD Edizioni annuncia la nascita di una nuova collana dedicata a Salvo Vitale. Una collana senza direttore, guidata idealmente dal suo sguardo critico, per continuare ad analizzare e denunciare, senza sconti, le distorsioni del presente.
Sarà uno spazio per chi non si accontenta, per chi crede che la cultura e la memoria possano ancora cambiare la realtà.
Vitale non è stato un “dissidente dell’antimafia”. È stato un antimafioso vero, perché non ha mai smesso di interrogare il potere e smascherarne le ipocrisie.
Le sue ultime parole, il dono più grande
Il suo ultimo post, l’11 giugno 2025, sul blog Il compagno, è un testamento spirituale. Un ringraziamento a chi gli aveva permesso di raccontare “l’ipocrisia che sta dietro certi comportamenti e la cattiveria nell’infierire non contro il potere o la mafia, ma contro chi mette in gioco la propria vita per diffondere idee e memoria”.
Parole che oggi pesano come macigni.
Una memoria che diventa responsabilità
Salvo Vitale, lo scrittore, il poeta, l’intellettuale libero, non si archivia. La sua voce rimane, e con essa l’obbligo di non ridurre l’antimafia a slogan, ma di viverla come pratica quotidiana di giustizia e libertà.
Il dono più grande che lascia è proprio questo: l’invito a non fermarsi, a non accettare la retorica, a mantenere viva la lotta di Peppino e di tutti quelli che hanno scelto di non piegarsi mai.
Perché la sua memoria non è un monumento: è un pungolo, un atto di resistenza.





