Durante la 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, organizzato dall’Associazione Dioghenes APS, la sorella di Lea rompe il silenzio tra memoria, ingiustizia e una ferita che lo Stato non ha mai davvero rimarginato.
C’è un silenzio che pesa più delle urla. È quello che avvolge il Cimitero Monumentale di Milano quando a parlare non è solo una voce, ma una ferita che non smette di sanguinare. Il 23 novembre scorso, nell’ambito della quarta edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, Marisa Garofalo è tornata in quel luogo dove la memoria non è mai neutra. È tornata a dire ciò che molti sussurrano, pochi pronunciano, troppi fingono di non sentire.
“Questo momento per me è sempre doloroso. Non è semplice venire qua”
Parole semplici, eppure definitive. Dietro c’è una vita che non si è mai più ricomposta dopo l’assassinio di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta per aver scelto la libertà.

Accanto a Marisa, in silenzio, c’erano i soci dell’Associazione Dioghenes APS, Associazione Antimafie e Antiusura, che organizza il Premio Nazionale Lea Garofalo e che da anni cammina insieme alla famiglia su questo sentiero stretto fatto di memoria, denuncia e giustizia. Non una presenza di facciata, ma una comunità reale, fatta di scelte, di coerenza, di schiena dritta. Una famiglia civile, mentre quella biologica di Marisa è stata spezzata dalla violenza mafiosa e dall’isolamento che spesso accompagna chi denuncia.
“Grazie per non avermi lasciata sola”
Una frase che pesa come una dichiarazione politica in un Paese dove troppo spesso le vittime vengono celebrate e poi abbandonate.
“Lea era la mia unica sorella. Io, come sapete, purtroppo non ho più nessuno della mia famiglia. Spesso i veri amici sono la mia famiglia”.
Qui il discorso si fa carne. Non è più solo antimafia, non è più solo memoria. È vita quotidiana. È una tavola apparecchiata con sedie vuote. È la solitudine che nessuna sentenza può colmare. Eppure Marisa non arretra. Non si rifugia nel silenzio. Non si consegna alla rassegnazione.
“Lea mi manca tantissimo”.
Una frase che non ha bisogno di commenti. Sta lì, come una lapide senza data di fine.

Ergastolo, permessi, e una giustizia che non consola
Il passaggio più duro arriva quando il dolore diventa accusa civile, diretta, senza sconti:
“Dopo che c’è stata una condanna all’ergastolo, mi sento a dire che hanno dei permessi che vanno a casa ai detenuti. E quindi non c’è stata giustizia per Lea”.
Non è solo un paradosso giuridico. È una frattura morale. È la sensazione che lo Stato, ancora una volta, si sia fermato prima dell’ultimo miglio. Che la parola “fine pena mai” non sia poi così “mai”. Che l’ergastolo possa diventare un dettaglio amministrativo.
“Questo crimine nessuno lo pagherà mai”. E poi la frase che taglia tutto, come una lama lenta:
“La vera condanna la stiamo scontando noi, io e i miei figli soprattutto”.
Qui resta solo la verità nuda: chi resta, paga per sempre. Senza sconti. Senza permessi.
Il senso profondo del Premio Nazionale Lea Garofalo
L’intervento di Marisa Garofalo non è stato un momento simbolico da protocollo. È stato l’essenza stessa del Premio Nazionale Lea Garofalo, organizzato dall’Associazione Dioghenes APS, che da quattro edizioni rifiuta la logica delle passerelle per costruire invece spazi veri di verità, di attrito e di responsabilità.
Lea Garofalo non è solo una vittima di ‘ndrangheta. La schifosa organizzazione criminale calabrese. È il simbolo di uno Stato che chiede di denunciare, ma troppo spesso non sa proteggere fino in fondo. E questo Premio, così come lo ha voluto Dioghenes APS, non addolcisce il racconto: lo rende scomodo, perché solo ciò che è scomodo può generare cambiamento.
Scegliere il Cimitero Monumentale di Milano non è casuale. È uno dei luoghi dove la memoria non è decorazione, ma materia viva. Qui la storia non dorme. Qui la morte chiede conto ai vivi. Nel cuore di una città che troppo spesso ama raccontarsi solo come capitale economica, Marisa Garofalo ha riportato tutti davanti a una verità che dà fastidio: le mafie non sono un problema del Sud. Sono una questione nazionale.
Marisa non chiede compassione. Chiede giustizia vera. Chiede che le condanne siano tali non solo sulla carta. Chiede che chi ha distrutto una famiglia non torni a casa come se nulla fosse. Chiede che il sacrificio di Lea non venga tradito due volte: prima dall’acido, poi dall’indifferenza. E mentre ringrazia, mentre si commuove, mentre si ferma per respirare, accade qualcosa di raro: il dolore individuale diventa coscienza collettiva.
Il Premio Nazionale Lea Garofalo, organizzato da Dioghenes APS, continua a esistere per questo:
perché la memoria non sia un anniversario, perché la giustizia non sia un compromesso, perché le vittime non restino sole dopo i titoli di giornale.
E perché voci come quella di Marisa Garofalo continuino a rompere il silenzio.
Anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.
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