Pasolini è un nome che mette in crisi. E in un Paese dove troppe cose funzionano per inerzia, un premio che nasce per disturbare è già una forma di utilità pubblica. L’importanza di questo Premio è semplice: rimette la parola al suo posto. Come strumento di verità e responsabilità. Il Premio Pasolini seleziona, valorizza chi scrive e chi racconta i fatti.
La libertà di stampa non è un principio astratto. Quando la stampa è libera, il potere si sente disturbato. Quando la stampa è addomesticata, il potere dorme. E oggi il rischio non è solo la censura esplicita: è l’autocensura, la paura di esporsi, l’isolamento di chi insiste con le domande sbagliate. Un premio che riconosce il lavoro giornalistico – compresi i linguaggi di radio e tv – serve a dire una cosa: la qualità dell’informazione non è un optional, è una garanzia democratica.
Il Premio tiene insieme due mondi che spesso vengono separati come se non parlassero la stessa lingua: letteratura e giornalismo. In realtà la lingua è la stessa: è la lingua della realtà. Pasolini è il simbolo perfetto. Non consola. La sua forza era dire cose precise. E la precisione è la vera bestemmia contro l’ipocrisia. “Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole”, non è un effetto scenico. Il Premio porta quella frase nel tempo chi controlla, chi racconta, chi resiste?
In un territorio come il Molise – e in un’Italia che spesso si ricorda delle periferie solo quando c’è un problema – un premio nazionale che nasce e cresce qui ha anche un valore simbolico. Per questo il Premio Nazionale “Pier Paolo Pasolini” è importante: non celebra, non addormenta, non offre frasi buone. Pretende parole giuste.
Oggi, tra propaganda e rassegnazione, le parole giuste sono una forma di difesa. Un premio così serve alle persone. Perché quando la parola torna ad avere dignità, torna ad averla anche la realtà.
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