In Italia il carcere è diventato un luogo che consuma tempo invece di trasformarlo. Sovraffollamento cronico, risorse insufficienti, attività disomogenee tra istituti: un sistema che dovrebbe rieducare e invece rischia di riprodurre marginalità. Ma dentro questa crisi c’è un dato che inchioda tutti: quando si chiede alle persone detenute cosa vogliono davvero, la risposta non è “scappare dal passato”. È costruire un futuro.
Ed è qui che si colloca l’esperienza di PriTJP – Prison Training for Job Placement, realizzato da Seconda Chance, un modello che ha ribaltato lo sguardo: non parlare di carcere, ma parlare con chi lo vive. Tavoli con istituzioni, università, imprese, associazioni datoriali e terzo settore; ascolto diretto; analisi dei bisogni; e una domanda chiave: quali condizioni servono perché il reinserimento lavorativo non resti una parola buona per i convegni?
I numeri che non si possono più fingere di non vedere
Su 304 questionari somministrati in istituti di Sicilia e Calabria, emerge una fotografia nitida: una popolazione prevalentemente maschile (93%), con fasce d’età concentrate tra 36–55 anni (quasi due terzi del campione) e in larga parte italiana (87,9%).
C’è poi un dettaglio che pesa: la fragilità di partenza non è un’opinione, è struttura sociale. Il livello d’istruzione è mediamente basso: 60,6% con licenza media, 7,6% con elementari, solo 12,9% con diploma (e altre qualifiche in quote minori).
Eppure, ed è qui che la narrazione del “tanto non cambiano mai” si sbriciola, prima della detenzione lavorava il 90,3%. Non una minoranza: quasi tutti. Lavori soprattutto manuali (50,2%) e nei servizi (18,5%), con presenze anche tra liberi professionisti (12,1%) e imprenditori (11,7%).
Dentro il carcere, poi, il lavoro non è fantascienza: 76,4% dichiara di aver svolto attività lavorative durante la detenzione, soprattutto in manutenzione (52,8%) e in cucina (40,8%). E molti non lo fanno “per finta”: 33,9% lavora da oltre un anno.
Formazione in carcere: non è beneficenza, è sicurezza sociale
La formazione professionale durante la detenzione riguarda già una quota importante: 61,4% ha partecipato a corsi. Il più frequentato? Cucina e ristorazione (43,5%), seguita da sicurezza alimentare (19,7%) e sicurezza sul lavoro (15%), con presenza anche di alfabetizzazione informatica e lingue. E i risultati non sono fumo: 73,1% riceve un attestato di frequenza, con anche certificazioni e qualifiche in parte dei casi. Qui sta il punto sociologico: formare significa includere. Non è solo “trovare un lavoro”, è ricostruire identità, riattivare autostima, riprendere confidenza con regole e ruoli sociali. In un carcere che resta un’istituzione totale, lo scarto tra “dentro” e “fuori” si allarga se non crei ponti reali. E i ponti, nella pratica, si chiamano: competenze, reti, opportunità verificabili.
Il dato che sorprende solo chi non vuole sorprendersi: l’interesse ad avviare una propria attività dopo il rilascio è altissimo. 39,9% molto interessato e 34,9% estremamente interessato. E non è un sogno vago: tra le professioni desiderate, oltre al lavoro manuale (34,1%) e ai servizi (28,8%), c’è chi punta a diventare libero professionista (20,7%) o imprenditore (17,7%).
Ma c’è la stangata: l’83,3% non ha mai partecipato a corsi su come avviare un’impresa. È un paradosso perfetto, e pure tragico: chiediamo alle persone di “reinserirsi”, ma non insegniamo gli strumenti per farlo.
Gli ostacoli, infatti, sono concreti e ripetitivi:
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mancanza di capitale iniziale (57,1%)
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stigma sociale (32,3%)
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difficoltà di accesso al credito (30,3%)
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burocrazia e aspetti legali (26,2%)
E qui arriva l’altro dato che fa male: il 72,4% non conosce programmi di microcredito o finanziamenti per l’avvio d’impresa dopo la detenzione. Non è “mancanza di voglia”. È mancanza di informazione e canali.
Mentorship e reti: la domanda c’è, va costruita l’offerta
Quando si propone un percorso in cui un imprenditore affianca la persona detenuta per aprire un’attività, l’adesione esplode: 87,1% interessato. E le motivazioni sono tutt’altro che decorative: l’impresa viene vista come leva per ridurre il rischio di tornare a delinquere (53,7%), per un reddito stabile (52,3%), per una nuova identità professionale (46,7%) e perfino per creare lavoro per altri (44%).
Tradotto: non chiedono una seconda possibilità “per pietà”. Chiedono un sistema che smetta di sabotare il cambiamento. Il progetto PriTJP indica un modello realistico perché non si ferma alla formazione “tecnica”. Prova a cucire insieme:
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formazione professionale
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educazione civica
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educazione finanziaria
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accompagnamento all’autoimpiego
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sostegno psicologico
È la direzione giusta, perché i dati mostrano anche una base motivazionale solida: altissime percentuali dichiarano disponibilità a impegnarsi, lavorare in gruppo, adattarsi, trovare soluzioni. Il problema non è “la materia prima umana”. Il problema è l’architettura intorno: reti fragili, stigma, accesso al credito, continuità tra dentro e fuori.
In questo scenario, le novità che ampliano l’accesso all’apprendistato e rafforzano gli incentivi alle assunzioni possono diventare utili solo se agganciate a percorsi seri e misurabili, con monitoraggio degli esiti occupazionali e dei punti di rottura. Altrimenti restano un titolo: bello, ma appeso.
La lezione più dura è anche la più semplice: il carcere non si riforma con le intenzioni, ma con strutture che rendano la trasformazione possibile. E la trasformazione passa da un intreccio sistematico tra educazione e lavoro: formare mentre si rieduca, rieducare mentre si forma.
PriTJP propone un cambio di paradigma: non una scorciatoia, ma una strada. E quella strada comincia da un gesto elementare, quasi rivoluzionario per come siamo messi: conoscere le persone detenute per imparare da loro come aiutarle davvero. Il resto, stigma, paura, moralismi da salotto, è solo rumore. E di rumore, fuori, ce n’è già troppo.





