“Taci, il nemico ti ascolta!” non è solo uno slogan: è una chiave per leggere come, nella storia, interi popoli siano stati accompagnati verso la guerra senza volerla davvero. Da sempre mi domando come sia possibile che comunità intere accettino di diventare carne da macello, facendosi massacrare nei conflitti. L’esempio più clamoroso resta la Prima guerra mondiale: un dramma che nessuno pensava potesse esplodere in quella forma, e che invece trascinò al massacro centinaia di migliaia di esseri umani.
Oggi, pur senza una reale voglia di guerra e di massacri, ci troviamo in una situazione che somiglia inquietantemente a quella che precedette il 1914. Il meccanismo è sempre lo stesso: creare, tramite propaganda continua ed ossessiva, un clima cupo di pericolo. Un martellamento che serve a costruire un nemico evidente. Nella narrazione dominante quel nemico ha un volto preciso: la Russia. La Russia “ci vuole invadere”, vuole conquistare tutta l’Europa, l’Ucraina sarebbe solo la prima tappa. E chiunque provi a mettere in discussione questa visione viene liquidato con un’etichetta: “putiniano”.
Dentro questo quadro si inserisce anche l’accusa che Mattarella “stia a questo gioco”. Non è un dettaglio marginale, perché l’obiettivo – in questa lettura – è far passare un’idea: la guerra non solo è possibile, ma sarebbe quasi inevitabile. E intanto si tenta di boicottare le conferenze che provano a esprimere un pensiero critico, così come si boicotta la cultura russa. Il punto, però, va oltre un singolo evento o una singola scelta: è la costruzione di un ambiente dove il dissenso diventa sospetto e la complessità viene schiacciata.
Il prezzo di questa narrazione, secondo questa analisi, lo pagano i cittadini: si chiede di sacrificare strato sociale e benessere della popolazione in nome del riarmo. Perché il riarmo, da solo, non basta: bisogna “penetrare nelle menti”, isolare e delegittimare tutte le iniziative contrarie, fino a rendere l’idea della guerra una normalità psicologica prima ancora che politica.
Lo stesso schema, qui, viene collegato anche ad altri scenari: la difesa dei palestinesi e la denuncia del genocidio che subirebbero da decenni “deve essere repressa”, come accade ora. In questa visione, tutto concorre a un unico risultato: creare un clima di guerra, alimentato da una esaltazione costante delle forze armate, che entrano anche nelle scuole per iniziare a formare le nuove generazioni alla guerra. Quando la divisa diventa abitudine culturale, la guerra smette di sembrare un’aberrazione e inizia a presentarsi come destino.
E se il clima è pronto, prima o poi servirà un detonatore. La storia insegna che spesso i conflitti vengono “legittimati” da un casus belli, vero o falso. Gli esempi richiamati sono netti: il Golfo del Tonchino per il Vietnam, la provetta di Powell all’ONU per giustificare l’invasione dell’Iraq, le Torri Gemelle come grimaldello per l’Afghanistan. In questa lettura, il copione è già scritto: quando serve, si trova l’episodio che rende “necessario” ciò che prima era impopolare.
C’è però un elemento nuovo, un granello di sabbia capace di inceppare gli ingranaggi: il web. La possibilità – ancora non del tutto controllata – di far circolare notizie e opinioni può diventare una crepa nel muro della propaganda. Forse è questa una delle poche salvezze rimaste, almeno finché non si deciderà un controllo ferreo anche su internet. Perché se la guerra è anche una costruzione comunicativa, allora la battaglia decisiva passa dalla libertà di informazione e dalla capacità collettiva di riconoscere i meccanismi della manipolazione.
Il punto finale è amaro: il gioco dei “mercanti di morte” può fallire solo se ci rendiamo conto in tempo che vogliono trasformarci in carne da macello per i loro interessi. Ma manca ancora – purtroppo – una forza politica capace di opporsi in modo organico al pensiero unico e di proporre un modo diverso di organizzare la società. Finché questa alternativa non esiste, il rischio è che il rumore della propaganda continui a coprire la domanda più semplice e più umana: davvero vogliamo tornare lì, sull’orlo di un nuovo 1914, con la storia che ci urla addosso e noi che facciamo finta di non sentirla?
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