La classe dirigente molisana ha fallito. Punto. Ha avuto anni a disposizione, ruoli, lauti stipendi, immenso potere e innumerevoli occasioni. E ha consegnato ai cittadini, con arroganza, una regione più lenta, più fragile, più povera di servizi. Il “Molise esiste” ma è arrivato il momento di fare tabula rasa.
Il Molise poteva essere una piccola realtà funzionale, un vero e proprio laboratorio: distanze brevi, comunità riconoscibili, problemi chiari, soluzioni verificabili. Invece è diventato un posto dove tutto è complicato: curarsi, spostarsi, restare, progettare un futuro.
In una regione piccola si possono fare bene le cose essenziali: sanità dignitosa, trasporti decenti, strade curate, uffici che rispondono. Scuole sicure, legalità sotto controllo. Non significa fare miracoli ma amministrare in modo degno. In Molise, però, la normalità è trattata come un lusso. I cittadini vivono con l’ansia: ansia di ammalarsi, ansia di muoversi, ansia di restare.
La “cosa pubblica” come rifugio, non come responsabilità
La “cosa pubblica” non può essere gestita come se fosse un centro di ricollocamento morale. In Molise, come in troppe parti d’Italia, si è visto (e si vede) un meccanismo tossico: condannati che hanno scontato la pena e sono stati riabilitati tornano con la loro faccia tosta: incarichi, candidature, ruoli, relazioni di potere (consiglieri regionali, assessori regionali, presidenti del consiglio regionale). Una vergogna senza fine. Nel silenzio generale dei molisani che continuano a votare e, quindi, ad eleggere questi galeotti incompetenti. La legge può anche riaprire le porte ma la politica dovrebbe avere una regola più severa e chiara: bisogna essere limpidi e con le mani pulite.
E c’è l’altro lato, più corrosivo: persone indagate o imputate per fatti gravi che restano in posizioni da cui si decide, si indirizza, si influenza. La presunzione d’innocenza vale sempre, ovviamente. Ma vale anche un’altra verità: chi amministra denaro pubblico e decide sulla vita dei cittadini deve essere oltre ogni sospetto, non “in attesa di chiarimenti”. Perché la politica non è un diritto automatico: è una responsabilità enorme.
E in Molise, da troppi anni il copione è sempre lo stesso: “ci stiamo lavorando”, “è complesso”, “servono tempi tecnici”. Intanto la vita reale resta immobile: cantieri eterni, disservizi, rimpalli di responsabilità.
I giovani vengono spinti via
I giovani sono energia, sono il presente e il futuro. Se partono, significa che non trovano spazio. Non si accontentano del “signorotto di turno” che promettere mari e monti solo per i suoi scopi elettorali. “Tu dai una cosa a me e io do una cosa a te”, questo è stato il disco rotto negli ultimi anni. Complicità, clientele, arroganza del potere più becero.
Il Molise poteva diventare un modello: sanità territoriale pubblica e vera, ospedali funzionanti, trasporti affidabili, strade sicure e curate, lavoro e formazione, turismo intelligente, scuole sicure, senza la presenza delle schifose mafie che hanno impestato il territorio.
Si chiama serietà. Quella che è mancata, troppe volte. Quella che non ha mai contraddistinto la classe dirigente. Nessuno ha mai aperto la scatoletta di tonno.
Si decide in cabina elettorale
La cabina elettorale è l’unico posto dove la propaganda muore. Lì, in quel luogo chiuso e al riparo da occhi e orecchie indiscrete, si decide se continuare a premiare gli omuncoli del potere tossico, oppure se scegliere persone perbene, competenti, pulite, verificabili.
Caro molisano, se continui a votare chi ha fallito o chi è circondato da ombre pesanti, non stai scegliendo il “meno peggio”. Stai scegliendo di restare fermo. Per continuare a sprofondare. Il Molise non ha bisogno di nuovi slogan. Ha bisogno di una cosa semplice e rara: una classe dirigente degna.






