Il 12 gennaio, al Liceo Classico “M. Morelli” di Vibo Valentia, la parola “legalità” non è stata una carezza di circostanza né un cartello da corridoio. È diventata una scelta. Una presa di posizione. Perché quando davanti ai ragazzi arriva la storia di Lea Garofalo, arriva un nome che non lascia scampo: o lo ascolti davvero, o fai finta, e fingere, con le mafie, è un favore. In questo spazio netto, senza fronzoli, si è inserito l’incontro con Paolo De Chiara, giornalista, direttore di WordNews.it e autore di “Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta”: non una presentazione, ma una lezione civile, con gli studenti al centro.
Un incontro che non fa sconti: cultura come scelta
L’incontro ha messo al centro il punto più difficile: le mafie non sono solo cronaca nera, sono controllo, ricatto, cultura della paura, un modo di “educare” al silenzio. E allora la scuola, quando funziona, diventa l’antidoto più temuto: insegna il contrario. Insegna a nominare le cose. A distinguere. A non farsi addomesticare.
Paolo De Chiara e il valore del raccontare (bene) ciò che brucia
Nel dialogo con gli studenti, De Chiara ha portato il suo doppio sguardo: quello dell’autore e quello del giornalista. E il messaggio, senza zucchero, è semplice: l’informazione non serve a “riempire spazi”, serve a fare luce. Parlare di Lea Garofalo significa parlare di scelte individuali che diventano terremoto collettivo. Significa anche guardare in faccia una verità che l’Italia conosce fin troppo bene: chi rompe l’equilibrio mafioso paga un prezzo altissimo. Ma proprio per questo la memoria non può essere un rituale: deve diventare coscienza.
“Una fimmina calabrese”: la storia di Lea Garofalo come lezione civile
Il libro Una fimmina calabrese non racconta una favola edificante. Racconta una storia vera, dura, piena di crepe. La storia di una donna che prova a uscire dal recinto, a spezzare la catena, a dire no. La libertà non è un concetto elegante. È un gesto concreto. A volte solitario. Doloroso. Capace di lasciare una traccia che nessuna intimidazione riesce a cancellare.
Un passaggio che vale più di mille discorsi: come indicato nell’iniziativa legata alle Letture del Festival, il volume è stato recensito da due allieve dell’Accademia dei Liceali. Un segnale chiaro: gli studenti non restano “pubblico”. Diventano voce critica. Prendono posizione. Perché recensire un libro così è misurarsi con il coraggio, con la responsabilità, con il peso delle parole.
In tempi in cui tutto corre e tutto scivola via, una scuola che si ferma su Lea Garofalo fa un gesto controcorrente. Dice: prima di diventare adulti, diventiamo consapevoli.Perché la lotta alle mafie non vive solo nei tribunali: vive nelle scelte quotidiane, nell’educazione, nella capacità di riconoscere i meccanismi del potere e di non confondere il silenzio con la pace.
E se oggi quella storia entra in aula, domani può uscire da lì sotto forma di cittadini più difficili da ingannare. Le mafie questo lo sanno benissimo. E infatti la cultura, quando è vera, è una minaccia.

Box | Il libro “Una fimmina calabrese”
“Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta” ripercorre la vicenda umana e civile di Lea Garofalo, donna che ha scelto di rompere con il contesto criminale e di affermare la propria libertà anche quando tutto attorno suggeriva il contrario.
Un racconto che parla di coraggio, solitudine, giustizia, e del valore della memoria come atto concreto.





