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La bufala della “colleganza”: perché la separazione delle carriere non rende la giustizia imparziale

IL PUNTO DI VISTA DI FELICE LIMA - Se il problema fosse davvero la “colleganza” tra giudici e pm, allora bisognerebbe separare tutto da tutto. Ma i condizionamenti reali stanno altrove: potere, contesto sociale, propaganda.

by Redazione Web
6 Febbraio 2026
in Punti di vista
Reading Time: 8 mins read
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Nella precedente puntata ho spiegato perché il primo dei presunti fondamenti della separazione – avere un giudice imparziale – è una bufala, perché non serve che sia imparziale solo il giudice, serve che sia imparziale tutta la giustizia, ivi compreso e soprattutto il pubblico ministero.

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In questa puntata mi occupo del secondo e ultimo degli argomenti addotti dai sostenitori della riforma: i giudici non sono imparziali, perché favoriscono i pubblici ministeri in quanto sono loro colleghi.
Bisogna interrompere la “colleganza”.
Questa è proprio una bufala assoluta. E mi scuso con alcuni dei miei amici avvocati che sembrano crederci veramente (i miei amici, perché l’avvocatura rappresentata dagli organi esponenziali della stessa non ci crede e usa l’argomento pretestuosamente).
Ed è una bufala assoluta per due motivi, uno più forte dell’altro.

Io, nei miei 40 anni di magistratura, ho fatto prima il giudice penale, poi il giudice istruttore penale, poi il pubblico ministero, poi il giudice civile e infine di nuovo il pubblico ministero.
In 40 anni non ho mai visto dare ragione o torto al pubblico ministero perché collega.
Si badi, purtroppo ho visto molte volte dare ragione o torto per motivi “obliqui”, per pressioni di varia natura sul giudice, ma mai per motivi di “colleganza”.

Da pubblico ministero ho vinto e perso cause normalmente perché i giudici pensavano “tecnicamente” quello che decidevano.
E, peraltro, anche se quelli che fanno propaganda per il Governo sembrano non saperlo, è ASSOLUTAMENTE NORMALE che due magistrati, come due avvocati possano avere in tutta onestà e imparzialità opinioni tecniche diverse su un caso sottoposto al loro esame.
A volte, quindi, i giudici erano d’accordo con me e a volte contro per ottime onestissime ragioni tecniche.

Quando mi è capitato – purtroppo tante volte – di avere la sensazione che la decisione era stata influenzata da “fattori esterni”, questi non avevano proprio niente a che fare con la “colleganza” con me (che, infatti, tantissime volte ho visto respinte le mie tesi).
La principale pressione condizionante che ho visto nei giudici è quella del contesto sociale e, ancora di più in tempi recenti, quella della propaganda di regime.

I giudici sono persone come tutte le altre e italiani come tutti gli altri.
Ce ne sono di ogni tipo, con ogni carattere, ogni qualità e ogni vizio.
I giudici bravi e con il carattere forte decidono senza alcun condizionamento di alcun tipo.
Quelli “suggestionabili”, nella grandissima parte dei casi vengono suggestionati dalla pressione del potere. Non è facile condannare una persona potente, una persona stimata, una persona “in vista”, una persona addirittura difesa pubblicamente dal Governo.

Pensate al Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che, quando il Tribunale di Palermo si è ritirato in camera di consiglio per giudicare Marcello Dell’Utri, è andato in televisione a dire che lui lo stimava e gli era amico ed era sicuro che sarebbe stato assolto (mentre, invece, è stato condannato per mafia).
E’ facilissimo condannare una persona che la TV e i giornali dipingono come un “mostro”. E’ facilissimo condannare un poveraccio, uno squilibrato, un “eretico”, uno “di colore”, un “immigrato” (tranne che non sia Almansri, che, invece, lo accompagnamo a casa con l’aereo di stato).

Altre suggestioni vengono dall’avvocato.
Tutti parlano del pubblico ministero, ma, per esempio, uno degli scandali giudiziari degli ultimi decenni è stata la corruzione compiuta dagli avvocati Amara e Calafiore, che hanno praticamente “scalato” la giustizia, utilizzando in parte il denaro per corrompere magistrati e in parte avvalendosi dell’aura di potere della quale si ammantavano in relazione all’essere inseriti dentro una importante azienda di stato.
Sulla obiettività dei magistrati incidono molto le amicizie, le parentele, la fama e il prestigio dell’avvocato, la fama e il prestigio dell’imputato. Altro che la colleganza con il pm!

E questo è il mio primo motivo. L’esperienza diretta.

Il secondo motivo è che, se esistesse questo problema, cosa si dovrebbe dire del fatto che i giudici del Tribunale del riesame (il cd “Tribunale della libertà”) che confermano o revocano le misure cautelari date dai GIP sono colleghi d’ufficio e non solo di carriera, dei GIP stessi?
Cosa si dovrebbe dire del fatto che il reclami avverso i provvedimenti cautelari civili si fanno dinanzi alla stessa sezione di cui fa parte il giudice reclamato, sicché se ne occupano magistrati che non sono solo colleghi di carriera e neppure solo colleghi di tribunale, ma proprio colleghi di sezione?
Cosa si dovrebbe dire del fatto che l’appello si fa davanti a giudici che sono colleghi di quelli che hanno redatto le sentenze che vengono appellate?

Se ci fosse veramente un problema di “colleganza” sarebbe un problema gigantesco e bisognerebbe separare le carriere dei GIP da quelle dei GUP, quelle del GIP da quelle del riesame, quelle del riesame da quelle dei giudicanti, quelle del Tribunale dal quelle della Corte d’Appello e così via.
Peraltro, come osservato dal prof. Dal Canto nel video che ho condiviso qui ieri, nei paesi dove c’è la separazione delle carriere è assolutamente normale che si passi da una carriera all’altra, da pm a giudice e viceversa, senza alcun problema, perché questa cosa della “colleganza” è una fesseria totale.

Io – e moltissimi altri, fra i quali tanti amici avvocati – pensiamo che, non solo non si dovrebbe impedire il passaggio dalle funzioni di giudice a quelle di pm e viceversa, ma che addirittura si dovrebbe prevedere che uno non possa fare il pm se prima non ha fatto per alcuni anni il giudice.

Ed è una bufala assoluta, un motivo falso e disonesto anche quello della specializzazione.
Si sostiene che si dovrebbero separare le carriere perché il pm richiede competenze diverse da quelle del giudice e viceversa.
Sappiate che, per rispettare la giusta regola dell’obbligo di non restare più di dieci anni nello stesso ufficio, accade in moltissimi uffici che magistrati che negli ultimi trenta anni hanno fatto penale, diventino giudici civili!!!!!!!!!! E viceversa, dal civile al penale.
E chiunque capisce quanto abissale sia la differenza di competenze fra il civile e il penale.
Così come non c’è nulla di strano a che un magistrato che ha fatto per decenni il giudice minorile vada a fare il giudice fallimentare e viceversa.
Peraltro io, che ho fatto anche questi cambi di ufficio, ritengo che siano di grande giovamento per la giustizia, perché costringono il magistrato a studiare e a non “cullarsi” nelle sue vere o presunte competenze.

Concludo questa puntata condividendo qui un video che dimostra per l’ennesima volta quale sia lo scopo vero della riforma.
Si tratta di Antonio Tajani.
Capisco che questo tizio, che andava a portare la colazione in carcere a Cesare Previti nei quattro giorni che quello ci è rimasto, questo tizio che dice che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, non abbia nessuna credibilità, ma è comunque il Ministro degli esteri e il Vicepresidente del Consiglio e il capo di Forza Italia, partito di grande rilievo nel paese.
Quindi, NON E’ POSSIBILE fare finta che quello che dice non conti.

In questo video lui dice che la giustizia va male in Italia perché ci sono troppe assoluzioni. Perché – dice lui (ma anche su questo parla senza sapere cosa dice) – la maggioranza delle persone viene assolta.
Questa sua dichiarazione per un verso dimostra che, quindi, NON E’ VERO che i giudici hanno una attitudine a dare ragione al pubblico ministero. Tanto che, dice lui, gli assolvono la maggior parte degli imputati.
Ma, per altro verso, dimostra che il problema che hanno Tajani e i suoi complici non è che ci siano troppi condannati, ma che ci siano troppi indagati.
E che, quindi, come dice Carlo Nordio, quello che vogliono con la riforma è proprio controllare il pubblico ministero per impedirgli di indagare i loro amici. E, sempre come dice Nordio, gli amici del Partito Democratico, quando quello in ipotesi andrà al governo (mi riferisco all’intervista di Nordio in cui lui ha detto che, se Elly Schlein fosse intelligente, capirebbe che la riforma “servirà anche a loro quando torneranno al governo”).

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