Nella quindicesima puntata di “30 minuti con” l’ospite è l’On. Davide Aiello e le tematiche sono quelle che non passano di moda: mafie, politica, pezzi di Stato, memoria, verità.
Con il nostro direttore Paolo De Chiara e Antonino Schilirò, Aiello mette subito un punto fermo: il nodo non è folkloristico, non è “la coppola”. Il nodo è politico.
Si parte dai testimoni di giustizia, non collaboratori, ma cittadini che denunciano senza aver commesso reati, e si arriva al cuore: ancora oggi non si incide sui nodi cruciali delle stragi, la verità resta una stanza chiusa, la parola “Antimafia” rischia di diventare un’etichetta buona per i selfie.
“Mi piacerebbe dire che la mafia è stata sconfitta, ma…”
A una domanda – “lo Stato ha vinto davvero?” – Aiello risponde no. Le indagini quotidiane, racconta, mostrano un quadro diverso. La mafia è forte perché è economia, perché ha liquidità, perché si infiltra nell’economia legale, perché diventa monopolio in settori strategici. E mentre lei cambia pelle lo Stato discute di strumenti da spegnere invece che da rafforzare.
Cosa Nostra, Camorra, ’ndrangheta. E poi i colletti bianchi, le reti, le connessioni, gli ambienti massonici deviati in alcuni territori. È la mafia senza rumore: non spara sempre, ma compra, condiziona, governa.
Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa
Commissione Antimafia
Una parte della puntata riguarda la Commissione parlamentare antimafia e la critica all’attuale impostazione. Aiello parla di un’attenzione che, invece di concentrarsi sul contrasto reale, si sarebbe spostata sull’obiettivo di mettere fuori gioco due figure simbolo dell’antimafia: Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho.
Nel discorso entra anche la presidente della Commissione, Chiara Colosimo.
La ferita personale: Andrea Raia e il prezzo di non chinare la testa
Aiello racconta la storia del bisnonno Andrea Raia, sindacalista ucciso nel 1944 a Casteldaccia: un uomo che non si piegò davanti alle pressioni, che non accettò di “desistere”, che pagò con la vita.
La frase che resta addosso: non basta commemorare una volta l’anno. La memoria va tenuta viva ogni giorno, come un pane che non deve ammuffire. .
Ciclone Henry
La puntata si sposta sull’emergenza: ciclone Henry, danni pesanti tra catanese e siracusano, frane e sfollati a Niscemi. Qui la denuncia è doppia: poca attenzione nazionale e una macchina pubblica che arriva sempre dopo.
Aiello attacca la retorica delle grandi opere: il ponte sullo Stretto come bandiera mentre l’isola, dice, ha bisogno dell’ABC: strade, ponti veri (quelli per attraversare le strade), ferrovie, servizi essenziali. E soprattutto prevenzione del dissesto idrogeologico: la politica non può piangere sulla frana se prima ha lasciato marcire la manutenzione.
Riforma della giustizia: “non serve ai cittadini, serve alla politica”
Uno dei passaggi più densi riguarda la separazione delle carriere. Aiello la definisce una riforma pericolosa e la colloca dentro un disegno: indebolimento delle intercettazioni, abolizione dell’abuso d’ufficio, e un’idea di sicurezza che rischia di diventare repressione più che tutela.
Il punto: la riforma non velocizza i processi, non migliora la giustizia per le persone comuni; rischia invece di aprire a un controllo politico sulle priorità investigative.
Apologia mafiosa e apologia del fascismo
Il tema dell’apologia mafiosa (con il riferimento al figlio di Totò Riina) viene accostato all’apologia del fascismo, e alle ambiguità che rendono certi reati percepiti come “di serie B”. La puntata chiude su una verità amara: anche il merchandising, i souvenir, le caricature “simpatiche” della mafia fanno cultura.
E la cultura, quando è marcia, prepara il terreno franoso per la democrazia.
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