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Il trucco del giudice terzo: la riforma non “separa”, conquista il pubblico ministero

Dietro la separazione delle carriere c’è una posta in gioco più concreta: decidere chi finisce davvero davanti a un giudice, e chi no.

by Redazione Web
5 Febbraio 2026
in Punti di vista
Reading Time: 10 mins read
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E vengo finalmente al merito della riforma.

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Parto dalla separazione delle carriere.
Le cose da dire sono tantissime e la necessità di essere sintetico rende il compito molto faticoso.
Ci proverò dividendo l’argomento in più puntate.
L’obiettivo principale è dimostrare la falsità e pretestuosità dei due argomenti su cui si fonda la propaganda per il si:

  1. Che separando il pubblico ministero si avrà un giudice terzo;

  2. Che i giudici favoriscono i pubblici ministeri in quanto colleghi.
    Ci tengo a sottolineare che la Costituzione l’hanno scritta persone molto consapevoli, da Benedetto Croce a Piero Calamandrei. E, anche se non si può escludere a priori che possano fare meglio di loro Nordio e Meloni, la cosa non può essere data per scontata, come invece fanno molti.
    Inoltre, va smentita l’ennesima bufala della propaganda di questi giorni.
    Le carriere dei magistrati non le ha unificate il fascismo. Sono unite dal 1865 !!!
    Come dice Google: “Con il Regio Decreto 6 dicembre 1865, n. 2626, l’Italia unificata ha istituito un corpo unico di magistratura, fondendo le carriere dei giudici (giudicanti) e dei pubblici ministeri (requirenti). Tale ordinamento, basato sul modello sabaudo, ha garantito ai magistrati indipendenza dal potere governativo, creando un’unica carriera con funzioni distinte”.
    Ed è un gran bene che sia così.
    Perché si può fare una giustizia razzista – come in America, per esempio – in due modi.
    O scegliendo giudici razzisti, che giudicano in modo diverso i bianchi e i neri, i ricchi e i poveri, i potenti e i deboli (ma la cosa si noterebbe troppo e sarebbe sgradevole), oppure scegliendo dei giudici onesti e imparziali, ma mandando a giudizio solo i neri, i poveri, i deboli (cosa che, per una serie di ragioni, succede ogni giorno in America e già molte, troppe volte anche oggi in Italia e dà decisamente meno nell’occhio).
    Questa cosa può essere agevolmente compresa oggi, per chi è intellettualmente onesto, considerando che tutti abbiamo visto i video dei due omicidi commessi dagli squadroni della morte di Trump e il Dipartimento della Giustizia USA ha dichiarato che i poliziotti non saranno incriminati e ben sei Procuratori Distrettuali si sono dimessi per non sottostare alle pressioni dello stesso Dipartimento che pretendeva che loro incriminassero … la moglie della povera Renée Good.
    Il tutto con i giudici ipoteticamente imparziali. Dinanzi ai quali gli assassini non verranno portati e che forse, invece, dovranno giudicare la moglie di Renée Good, che magari in quel frangente ha detto parolacce agli “agenti”.
    In sostanza, non serve che sia imparziale solo il giudice.
    Perché un giudice imparziale possa produrre una giustizia imparziale serve che sia imparziale tutto l’apparato e, in particolare, l’organo che promuove il giudizio.
    Il pubblico ministero DEVE avere gli stessi scopi e lo stesso statuto ordinamentale del giudice. Perché, come ha scritto già nel 1942 il prof. Vassalli, che viene usato da morto come sponsor del si, il pubblico ministero non è e non può essere “parte” in senso sostanziale, non potendo avere, appunto, altro interesse che non sia lo stesso che ha il giudice.
    Il pubblico ministero è parte solo in senso processuale, perché promuovendo l’azione non può anche valutarne la fondatezza.
    Così come il GUP che rinvia a giudizio l’imputato non può essere lui a giudicarlo. Ma non è che si separano le carriere dei GUP e dei giudici del dibattimento perché questi ultimi potrebbero condannare l’imputato per fare un favore al collega che lo ha rinviato a giudizio.
    E per questo basta e avanza la divisione delle funzioni e non anche quella delle carriere fra pm e giudici.
    Per tutto questo, come dirò meglio in dettaglio, ormai da anni la partita del potere (del potere che si traveste a volte da c.d. “sinistra” e altre volte da c.d. “destra”) contro la giustizia si concentra sul pubblico ministero.
    Non serve proprio a niente un giudice imparziale se lui sta lì ad aspettare che altri decidano chi fargli giudicare.
    E lo schema è analogo a quello proposto da Tajani – che, si badi, non è un quisqe de populo, ma il Vicepresidente del Consiglio – che ieri ha addirittura detto che la prossima tappa è togliere al pubblico ministero il controllo della polizia giudiziaria.
    Così i giudici giudicheranno solo quelli che i pubblici ministeri decidono di fargli giudicare e i pubblici ministeri sapranno solo quello che gli vuole raccontare la polizia giudiziaria, che, guarda caso, è controllata dal Governo.
    Va illuminata, a questo punto, la storia del percorso che ha già portato il potere politico al controllo della giustizia e quale sia l’evidente destinazione di questo percorso.
    Da anni ormai il potere ha vinto la partita “sostanziale” contro la giustizia.
    Da ultimo con la peggiore riforma del secolo, la Cartabia, grazie alla quale, per esempio, per moltissimi reati basta offrire dei soldi come risarcimento e il reato si estingue. E’, per esempio, il caso del “revenge porn” commesso dal figlio del Presidente del Senato La Russa, estinto offrendo 25mila euri alla vittima. Chi ha i soldi non va in galera.
    E sempre grazie alla Cartabia un bancarottiere, invece che in carcere, va a fare dei lavori socialmente utili in un club nautico (fatto realmente accaduto).
    Da anni, cioè, sostanzialmente nessuna persona che faccia parte della c.d. “buona società” va davvero in carcere, se non per qualche giorno.
    Proprio ieri sera su Report è andata in onda una bellissima intervista a Cesare Previti, che ha detto che voterà “SI” alla riforma, ha ammesso con fierezza di essere “un corruttore” e non un corrotto e ha raccontato di essere stato condannato in via de-finitiva per due corruzioni a pene superiori a sette anni, ma di essere stato in carcere solo quattro giorni e che in questi quattro giorni, non scherzo, Tajani (TAJANI !!!!), l’odierno Vicepresidente del Consiglio, gli ha portato la colazione tutte le mattine!!!! Davvero, è andata così. Sentitelo dalla viva voce di Previti.
    E’ vero che hanno fatto carcere Dell’Utri e Cuffaro, ma questo solo perché per la mafia c’è una legislazione “speciale” (che a me, peraltro, per la parte processuale sembra incostituzionale) e se ti fai scoprire a fare il concorrente della mafia non ti possono aiutare manco gli amici (salvo Berlusconi dare a Dell’Utri più di 30 milioni di euri “per generosità”, per rendere più sopportabile il carcere).
    Per il resto, la popolazione carceraria italiana è composta quasi esclusivamente da extracomunitari, tossicodipendenti e autori di furti di poco conto.
    Emblematici dello stato attuale della giustizia sono due processi ai quali ho partecipato come pubblico ministero di appello negli ultimi mesi del mio servizio.
    In uno è stato condannato un noto senatore per una corruzione di 300.000 euri, presi in cambio dell’impegno (mantenuto) di fare diventare Consigliere di Stato un signore che poi non lo è diventato solo perché lo hanno arrestato e condannato.
    A questo senatore è stata comminata una pena di due anni di reclusione ed è a piede libero (si consideri nei primi sessanta giorni dal suo insediamento il Governo Meloni ha modificato con decreto legge l’art. 4 dell’ordinamento penitenziario per evitare il carcere ai condannati per corruzione e concussione per pene fino a quattro anni di reclusione).
    La Procura, peraltro, il pubblico ministero cattivo che dovrebbe condizionare i colleghi giudici, ha qualificato i fatti solo come molto meno grave reato di finanziamento illecito al partito (cosa che, peraltro, evitava ai condannati di dovere pagare allo Stato 300.000 euri).
    Sono stati i giudici e la Cassazione a spiegare al pubblico ministero che, invece, era proprio corruzione.
    I corruttori del senatore, invece, hanno patteggiato soli 22 giorni (!!!) di carcere (per i tecnici, si è trattato di un aumento in continuazione).
    Nello stesso periodo sono stati processati due rumeni, marito e moglie, per avere tentato di rubare in un supermercato lei delle confezioni di caffè Lavazza e lui dei barattoli di Nutella (per una supercazzola giurisprudenziale quello della Nutella è stato ritenuto furto compiuto e non tentato, nonostante il ladro sia stato preso davanti al supermercato).
    A questi, in primo grado, sono state comminate pene fino a 5 anni e 10 mesi di reclusione (ridotte per l’abbreviato) e quando me ne sono occupato erano in carcere da mesi, per impedirgli di mettere in pericolo la nazione tentando di rubare altra Nutella in un supermercato.
    Nel frattempo tutti siamo consapevoli che il processo per il crollo del ponte di Genova, che ha ucciso 43 persone, non porterà in carcere nessuno degli imputati, che sono sempre rimasti a piede libero (ma noi protestiamo per la liberazione dei due svizzeri usciti su cauzione), così come nessuno è mai andato né andrà in carcere per il crack del Monte dei Paschi, che supera i 40 miliardi di euri.
    Dunque, questa partita è chiusa da anni.
    E il piagnisteo della politica vittima dei magistrati è semplicemente falso.
    La partita che si gioca oggi è quella per il pubblico ministero.
    E serve a impedire non che i potenti siano condannati (che non accade da anni), ma che si smetta di “sospettarli”. Che non vengano neppure indagati.
    Non si vuole solo l’impunità “sostanziale”, che si è già ottenuta. Adesso si vuole anche l’impunità “processuale”. Si vuole impedire anche solo il sospetto (e pure su questo farò un’altra puntata).
    Come dice Nordio, bisogna impedire questa barbarie del trojan che fa scoprire modestissime mazzette.
    Non ci si accontenta più che i potenti non siano condannati, si vuole ottenere che neppure finiscano sui giornali (peraltro quasi tutti controllati dal potere).
    Mi fermo rinviando il resto alle prossime puntate.

In un bellissimo intervento il prof. Francesco Dal Canto, Ordinario di Diritto Costituzionale a Pisa analizza la riforma sotto il profilo tecnico. Si tratta di un intervento molto colto. Non le chiacchiere di prapaganda politica di Barbera e Cassese, ma un intervento tecnico argomentato e profondo.
Peraltro, svolto con grandissimo garbo e prudenza istituzionale. Senza “schierarsi”, ma senza nascondere la verità.
Non è un intervento che possa essere capito da quelli che riducono tutta la questione a “sporchi giudici comunisti, con la riforma ve la faremo vedere” o “il sorteggio elimina il correntismo”.
Ma credo che si debba almeno provare a fare cultura oltre che propaganda.

Il prof. Dal Canto spiega a quelli del “non possiamo lasciare che pm e giudici siano colleghi” che nei paesi dove c’è la separazione delle carriere è possibile, agevolmente e molto praticato il passaggio da una carriera all’altra.
Perché non esiste questo problema della colleganza inventato (spiegherò in altro puntata perché) in Italia.

Ancora, il professore spiega meglio di come ho fatto io nella puntata precedente che quella che ci viene chiesto di votare è una riforma “in bianco”, il cui esito reale è del tutto imprevedibile sulla base delle norme attuali.

Infine, dice una cosa meravigliosa, che spiega che, paradossalmente, la riforma produrrà un pubblico ministero molto più forte. E qui – non lo fa il professore, ma lo farò io – va sfatata un’altra menzogna di questa vergognosa campagna elettorale.

La tesi secondo la quale sarebbe contraddittorio che i sostenitori del no dicano contemporaneamente che il pm sarà più forte, ma anche sottomesso al potere politico. Ma ve lo spiego nella prossima puntata. mi serve che nel pezzo siano cercate e rese in neretto le parole chiave, mi serve titolo, sottotiolo e gruppo parole chiave

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