La tragedia ad agosto scorso aveva profondamente scosso la comunità di Vasto: bimbo di un anno morto nel pronto soccorso di Vasto, inutili i soccorsi dei sanitari dopo l’angosciata corsa in ospedale della madre.
Avevamo pubblicato la notizia lo scorso 12 agosto dopo l’autopsia eseguita presso il Policlinico di Chieti Pietro Falco, medico legale della Asl Lanciano-Vasto-Chieti. L’esame autoptico aveva escluso l’ipotesi del soffocamento, la madre aveva riferito ai medici che il bimbo aveva ingerito un biscotto.
Non erano state rilevate tracce di lesioni o ferite causate da atti violenti, circostanza già esclusa dai sanitari del Pronto Soccorso del nosocomio vastese che hanno soccorso il piccolo, ed esclusa anche la presenza di qualche patologia non rilevata in passato. La causa ipotizzata divenne, quindi, la Sids (dall’inglese Sudden Infant Death Syndrome), la “Sindrome della morte improvvisa del lattante”, conosciuta come “morte in culla”, il decesso improvviso e inaspettato di un bambino apparentemente sano.
Sei mesi dopo c’è stata una svolta nelle indagini: l’inchiesta coordinata dal pm Silvia Di Nunzio e condotta dai carabinieri di Vasto, guidati dal comandante Mario Giacona, ha individuato la causa della morte nell’ingestione di cocaina. Ne dà notizia questa mattina Il Centro in un articolo a firma Gianluca Lettieri. Alla madre, una 30enne di origine rumena residente a Vasto, riporta Lettieri nell’edizione del quotidiano Il Centro in edicola oggi, il sostituto procuratore Di Nunzio contesta una forte «imprudenza» per «aver lasciato la cocaina all’interno della propria casa, appoggiata in un luogo facilmente accessibile ai movimenti del figlioletto», un’inequivocabile «negligenza» con «la totale mancanza di vigilanza del neonato.
Il bambino è stato lasciato libero di muoversi abbastanza a lungo da trovare la sostanza, ingerirla e accusa il malore fatale, senza che nessuno intervenisse in tempo per bloccarlo o per lanciare un tempestivo allarme sanitario» e di aver «mentito» agli inquirenti in quanto «secondo il pubblico ministero ha deliberatamente omesso di riferire la presenza della sostanza stupefacente all’interno della casa e ha tenuto nascosto il fatto che il bambino avesse potuto assumere la droga. Questa reticenza viene letta come un ostacolo inaccettabile frapposto al lavoro degli investigatori proprio nelle ore più cruciali, quelle in cui la chiarezza dei fatti risulta determinante per indirizzare correttamente l’inchiesta».
Le circostanze riportate da Lettieri su Il Centro hanno portato la procura di Vasto a contestare alla 30enne le accuse di omicidio colposo e di false informazioni al pubblico ministero. «La difesa dell’indagata – affidata all’avvocato Alessandro Cerella – ha scelto la strada del massimo riserbo non rilasciando dichiarazioni» ha riportato stamattina la redazione di ChiaroQuotidiano: «La mia assistita è stupita dalle contestazioni che le vengono mosse. Avremo comunque modo di chiarire tutti i punti oscuri della vicenda» le uniche dichiarazioni finora, rilasciate all’Ansa.
Analoga tragedia è stata sfiorata nel 2024 a Chieti quando un bambino di nove mesi è giunto in gravi condizioni presso l’ospedale di Chieti dopo aver ingerito droga in casa. Il bambino fu salvato dai soccorritori. Il padre «di origini nigeriane, già in passato finito nei guai per vicende giudiziarie, è stato espulso dall’Italia» ricorda sempre Il Centro.




