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Ammazzate dall’emarginazione e dall’abbandono, un’altra Adelina uccisa dalla violenza sociale

A Catania e Vicenza due storie che dovrebbero interrogare le coscienze. Come Adelina Sejdini e Lilian Solomon, vittime che hanno denunciato le mafie albanesi e nigeriane.

by Alessio Di Florio
9 Marzo 2026
in Cronaca
Reading Time: 9 mins read
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Venerdì scorso si è tenuto un sit in a Catania per ricordare Elisabeta Boldijar, 36enne di origine rumena, morta nell’ex consorzio agrario di via Domenico Tempio. Un luogo di degrado e abbandono, un pezzo di inferno a pochi passi da quel che solo per convenzione linguistica e arroganza sociale possiamo ancora definire società.

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Lo stato in cui versava il corpo di Adele (o Adelina), come veniva chiamata, aveva fatto ipotizzare in un primo momento che fosse stata ammazzata da qualcuno. È stata ammazzata Adelina ma non nel senso classico della parola.

In quel tugurio, come l’ha definito LiveSicilia in un reportage scioccante, Elisabeta Boldijar è morta per cause che spetterà agli inquirenti individuare. Le gravi ferite sul suo corpo sono state causate, molto probabilmente, perché è stata letteralmente sbranata da cani dopo la sua morte.

Invisibile diventata visibile solo dopo la sua morte, sottolinea LiveSicilia che in un articolo riporta il racconto di un suo conoscente: «dipendeva dal crack e si prostituiva per sopravvivere» sul marciapiede che costeggia il porto di Catania.

Aveva conosciuto la tratta anche Grace, nome fittizio riportato nell’articolo sulla sua morte pubblicato su L’Espresso il mese scorso. «Nigeriana vittima di tratta. Un bambino in affido. Quando le hanno tolto la seconda si è uccisa. La sua colpa? “Solo quella di essere povera e nera”, dicono le ostetriche di Novara» denunciano nel sottotitolo Rita Rapisarda, Angela Gennaro e Cecilia Ferrara.  

https://lespresso.it/c/attualita/2026/02/19/grace-nigeriana-madre-vittima-tratta-novara/60014

Era giunta in Italia nel 2015, nata a Benin City in Nigeria. Un nome di città che dovrebbe far venire i brividi, scuotere le coscienze, interrogare con macigni sul cuore. Quel nome da decenni è legato allo sfruttamento dello stupro a pagamento, alla schiavitù sessuale sempre troppo spesso in questo Paese favorita, accettata, normalizzata.

Era ricoverata in ospedale mentre lo Stato decideva di condannarla, a morte. Dopo che già dal momento in cui è giunto in Italia aveva conosciuto solo violenza. Della tratta e maschile.

Elisabeta Boldijar era chiamata Adelina, come Adelma Sejdini. Grace era stata vittima della tratta dalla Nigeria, quella tratta su cui prolifera una delle mafie ormai più potenti ed efferate presenti in Italia, come Lilian Solomon. 

Nel 1996 Adelina Sejdini giunse in Italia dall’Albania. Ragazza giovanissima, preda una prima volta delle mafie albanesi, che intendono sfruttarla nel racket dello stupro a pagamento, Adelina riesce a fuggire. Ma viene tradita dalle forze dell’ordine a cui si rivolge che la stuprano ripetutamente e poi la riconsegnano ai trafficanti. Adelina fu incatenata alla schiavitù sessuale per anni fin quando non riuscì a fuggire, denunciò i suoi aguzzini, permise di liberare altre ragazze (molte minorenni) e a far arrestare quaranta mafiosi albanesi. Ma lo Stato italiano non le ha mai riconosciuto il coraggio della sua denuncia, della lotta che – insieme ad alcuni collettivi femministi come Resistenza Femminista  – ha portato coraggiosamente avanti contro le mafie dello stupro a pagamento. Malata oncologica lo Stato italiano voleva, addirittura, rispedirla in Albania. Sarebbe significato riconsegnarla ai suoi aguzzini, abbandonarla nelle grinfie delle mafie albanesi. La notte tra il 5 e il 6 novembre di quattro anni, pochi giorni dopo una drammatica diretta social in cui denunciò quel che stava accadendo e lanciò un appello ad essere la «voce di tutte le Adeline» ha posto fine alla sua vita gettandosi dal ponte Milvio a Roma.

Adelina è morta malata grave dopo aver denunciato e lottato. Un destino che la accomuna a Lilian Solomon, vittima della mafia nigeriana e prima ad aver denunciato le mafie nigeriane in Italia. Prima e in realtà anche unica perché di voci in questa regione non ce ne risultano prima e dopo. L’anniversario della morte di Adelina, uccisa dalle mafie e dall’abbandono dello Stato, cade poco più di un mese dopo Lilian Solomon.

Lilian Solomon è stata sfruttata dalle mafie nigeriane della tratta prima in Lombardia e poi in Abruzzo, nella drammaticamente nota “bonifica del tronto”. costretta con violenza ad abortire ingerendo alcolici e medicinali.

Per mesi e mesi continuò ad essere preda degli schifosi appetiti dei suoi quotidiani aguzzini (quelli che vengono definiti “clienti”) nonostante soffrisse dolori lancinanti, insopportabili quotidianamente. E proprio perché troppo vittima di questi dolori, proprio perché le stavano letteralmente impedendo di vivere, troppo spaventata dal loro persistere e aumentare, decise di sfidare la paura e i suoi sfruttatori. Denunciò e si affidò a On the Road.

Quando gli operatori di On the road la incontrano per la prima volta Lilian soffriva da tempo di fortissimi dolori. Erano i sintomi dell’avanzata di un linfoma. Ricoverata nel reparto di Oncologia dell’Ospedale di Pescara è morta il 1° ottobre 2011.

Per un tempo infinito Lilian ogni notte continuò ad essere violentata, sfruttata, a dover nascondere una sofferenza inumana. Il linfoma che la uccise avanzava, le provocava dolori sempre più atroci. Eppure gli stupratori e i suoi aguzzini non si sono mai fermati. Le centinaia, se non migliaia, di maschi che la stuprarono per mesi sono stati totalmente indifferente al suo calvario. Nel 2021 proponemmo ripetutamente un suo ricordo collettivo sui social. Perché l’Abruzzo non può, non deve dimenticarla.

Chi dimentica è complice e nel suo ricordo dobbiamo sempre più denunciare quanto accade dalla bonifica del tronto a San Salvo e Montenero passando per città come Pescara e Montesilvano. Negli ultimi anni la cronaca ci ha riportato notizie di molte operazioni in Abruzzo, soprattutto nelle province di Teramo e L’Aquila, contro i clan delle mafie nigeriane. A L’Aquila un boss aveva posto la sua base.

«Sono venuta in Italia per fare la parrucchiera, invece mi hanno messa in strada. Ho cercato di scappare ma quando i miei sfruttatori l’hanno saputo hanno avvertito i loro amici in Nigeria, hanno preso una delle mie figlie gemelle, di 4 anni, e l’hanno uccisa davanti a mia mamma, a cui le avevo affidate. A questo punto cosa ho da perdere?», sono le parole della testimonianza drammatica di una ragazza sfruttata raccontata da Martina Taricco della Comunità Papa Giovanni XXIII, in prima linea in Abruzzo per la liberazione delle schiave del sesso, ad un convegno contro la tratta a Montesilvano il 9 marzo 2019.

Sonia viveva a Benin City quando a 16 anni perse entrambi i genitori, l’anno dopo anche a lei fu proposto di trasferirsi in Libia per lavorare come parrucchiera. Ma così non fu ed iniziò il suo calvario nel lager della schiavitù sessuale in Libia e poi a Bologna fino alla sua fuga in Abruzzo dove si liberò dopo l’incontro con “On the road”.

Alexandra, uccisa dall’Aids.

Angela, abbandonata nel deserto e stuprata in una barca “in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo”.

Antonia, “uccisa da tre balordi della Napoli bene”.

Blessing, di cui non si hanno più notizie.

Carmen, assassinata a 27 anni dopo dieci di violenze e stupri.

Caroline, venduta a 19 anni.

Dorina, una minorenne che fece quel che troppi “italiani brava gente” adulti non faranno mai: denunciare con coraggio.

Erabor, baby schiava in Piemonte.

Ester, salvata in ospedale dopo che a Vercelli l’infanzia e l’adolescenza furono violentate dalla schiavitù sessuale.

Evelyn, assassinata a 23 anni nella periferia di Brescia.

Faith Aworo, condannata a morte nella Nigeria in cui il decreto d’espulsione del governo italiano la rimandò nel 2010.

Franca, ritrovata assassinata tra i rifiuti a 27 anni sulla statale Ortana a Narni.

Grace, Hanna, Gypsy, Helena, Hellen, che hanno fatto quel che la brava borghesia italiota non farà mai: denunciare e chiamare con il loro nome le mafie della schiavitù sessuale.

Liliam Solomon, che non smetteremo mai di ricordare e indignarci per come abruzzesi l’hanno assassinata.

Maimuna, “salvata dalla strada in un modo che fa piangere il cuore”.

Maroella, uccisa dopo due anni di schiavitù sessuale.

Nike Favour, “bruciata viva da un cliente legato alla mafia (quella locale che appoggia quella nigeriana).

Oluwa, sfruttata da quando era poco più che una bambina, perché le mafie (nigeriane ma non solo) schiavizzano anche minorenni e i papponi, gli stupratori a pagamento, sono criminali depravati anche (come abbiamo denunciato e documentato tante volte) pedofili.

Rose, “stuprata da chissà quanti uomini in una volta sola” e a cui “le hanno perforato l’utero con un oggetto appuntito”.

Gladys, a cui un cliente “ha distrutto l’ano violentandola tre o quattro volte con un bastone”. Eki, “torturata con le sigarette accese”. 

Tra le africane schiave della tratta, «Siamo diventate bancomat di carne»

«Siamo diventate bancomat di carne» il grido di denuncia e disperazione di una schiava africana della tratta riportata in un’inchiesta dell’estate 2019 alla giornalista d’inchiesta Amalia De Simone. Le stesse parole documentate in una precedente inchiesta di due anni prima in cui sono state denunciate le violenze, gli abusi, gli stupri, le torture subite da ragazze minorenni giunte in Italia dalla Libia provenienti dalla Nigeria.

Ragazze e anche bambine in tenera età

Schiavizzate, imprigionate, minacciate di morte se provano a ribellarsi ai boss del papponaggio 

Le mafie dello stupro a pagamento e i pedofili trovano oggi sul web autostrade infinite in cui consolidare e diffondere i loro immondi traffici. 


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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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