Ho appena finito di leggere l’interessante A study of war, il saggio di Quincy Wright pubblicato nel 1942 in cui confluiscono le analisi sulle “cause della guerra” promosse dall’Università di Chicago dal 1926.
Wright ispirandosi al pragmatismo filosofico di John Dewey e George Herbert Mead, alle storie della civiltà di Herbert Spencer e Arnold Toynbee, e al lavoro di Harold Lasswell, Charles Merriam, William Fielding Ogburn e altri colleghi delle scienze sociali a Chicago spiega molto bene che due democrazie autentiche non si fanno mai la guerra. La guerra è sempre tra dittature o, al massimo, tra una dittatura e una democrazia. La democrazia è il potere del popolo: soltanto riducendo le diseguaglianze prepareremo il terreno per la pace.
Mi ha colpito molto la visione all’epoca possibilista e oggi utopistica di un’umanità che, spronata dall’accelerazione delle capacità tecnologiche di produzione, comunicazione e trasporto, e dall’integrazione culturale che ne derivava, si orientasse dopo il mostruoso periodo tra le due guerre, verso sistemi politici e giuridici aperti a una tecnologia e una cultura globalizzate.
Oggi che il pianeta è devastato da 56 guerre, di alcune delle quali si parla troppo e di altre si parla troppo poco, è legittimo chiedersi se esiste ancora un diritto internazionale e se a scatenare una guerra sia ancora il mero principio ferino dell’homo homini lupus di primordiale memoria che vuole l’uomo patologicamente assetato di sangue ovvero la ricerca, non giustificabile eticamente, ma comprensibile pragmaticamente, di elevare il proprio benessere facendo affari con l’industria bellica.
Lasciamo in disparte lo squilibrio mentale che sarebbe una terza causa perché condurrebbe a dovere aprire un vulnus di approfondimento dell’indice numerico degli squilibrati al potere (che dirigono le sorti dell’umanità con la stesso impegno che si investe in un wargame) in paio con la massa di quanti abdicando le proprie facoltà intellettive affida il diritto di farsi rappresentare ai detti deliranti squilibrati. Scrivo queste brevi note mentre la tensione bellica dilaga in spregio ai richiami al buon senso.
Siamo decisi nell’affermare che la differenza tra Bene e Male rappresenta un fondamento etico essenziale per la società. Eppure tale elemento fondante, sempre più opalescente nella realtà, è assente nell’azione di governo di molti Stati, compresi quelli che si definiscono come democratici. Conoscono gli Stati democratici il valore fondante il Bene della libertà, dei diritti personali, del rispetto delle minoranze quando collaborano con altri Paesi che sostituiscono tale valore con il Male della repressione della libertà, della guerra ?
L’abisso che separa il Bene dal Male non può diventare invisibile in presenza di interessi economici o di ideologie personali. Di fatto l’amore per la pace è un’astrazione: la storia insegna che esiste negli aneliti.
Chi difende la democrazia e la pace sa bene di dover lottare per formare una solidarietà organica di idee e di azioni contro gli avversari. Cosa scatena una guerra tra combattenti in nome di una personale concezione di democrazia?
La vaporizzazione dell’intelligenza del “sapiens” nell’intellettualismo o, molto più realisticamente, l’arcana fragilità che annulla la ragione e scatena la fobia che qualcuno o qualcosa possa complottare per la distruzione della sua perturbabile volontà?
Che cosa occorre allora per “essere umani”? In ciò che mi circonda non trovo una risposta da declinare avvalendomi il tempo verbale della certezza. Rispondo declinando il tempo del condizionale. Per essere umani bisognerebbe rifiutare l’aridità di desiderare una felicità solo per se stessi e trovare negli occhi dell’altro da sé l’unica mappa attendibile.
Per essere umani bisognerebbe imparare a camminare a piedi assaporando le pietre acuminate della terra, trovare le scale rinunciando a salirle facendo cadere altri, non smettere mai di spendere bene la propria vita imparando dal disgraziato che non ha nulla, rifiutare le battaglie che servono solo a uccidere, usare le braccia per abbracciare, lasciare che le armi siano solo i reperti nelle teche dei musei, fare della pace l’unica guerra possibile.
Le logiche competitive e mercantilistiche, l’ostinata supponenza, l’arroganza nell’autoaffermazione ottusa quando sono endemiche e resistenti alle possibilità di cura diventano inevitabilmente generatrici di guerre. Contro tutti e contro tutto.





