Siamo giunti alla seconda settimana dopo la Pasqua e dai giorni che i cattolici definiscono santa, nei giorni che conducono alla crocifissione che ha cambiato la Storia e alla cui Croce in milioni di italiani volgono lo sguardo. Una crocifissione che, dopo tre giorni, porta alla Risurrezione, alla liberazione come accadde nella prima Pasqua della Storia, quella del popolo ebraico. Pasqua è parola che viene dall’ebraico, Pesah, a ricordo del passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto alla biblica «terra promessa». Giorni di festa, di gioia, di condivisione umana in famiglia e con le persone più care.
Ci sono croci, invece, a cui non volgono mai lo sguardo la gran parte di milioni di italiani in festa in questi giorni. Crocifissioni che si perpetuano ogni notte, ogni giorno, ripetutamente, con chiodi che seguono altri chiodi senza sosta, senza pietà, senza nessuna umanità. Ogni giorno, a pochi passi da noi, mentre cala la sera e nella pace e nella serenità chiudiamo gli occhi c’è chi piomba nell’angoscia, nel terrore, viene dilaniato nelle maniere più orribili, violente, brutali e disumane, i cui occhi non si chiudono ma sono devastati dalle lacrime, dal pianto, esplodono per il dolore, la sofferenza, il terrore.
Ci sono persone per cui le notti (e non solo) sono sempre angoscia e calvario, crocifissione perpetua di violenze terribili e disumane. E che non conoscono nessuna felicità, nessuna gioia, lontane dalle persone care e incatenate ad un lager criminale e terribile, in cui sono violentate e stuprate dalle peggiori perversioni e in nome del profitto di clan e mafiosi. Migliaia di donne che non hanno sogni e bellezza della vita da consegnare al nuovo e vedono la notte come un incubo perpetuo, un calvario che si ripete ad ogni calar del sole.
Il trascorrere delle giornate e delle notti per loro è solo e soltanto sofferenza, dolore, violenze, abusi, lacrime, atrocità a non finire. Cercando di sopravvivere ad ore ed ore in cui viene violentata l’umanità, il corpo e l’anima nei lager della schiavitù, del loro perpetuo stupro. Sono migliaia e migliaia, anche poco più che bambine, di cui abbiamo solo stime approssimative. Ma i numeri sono freddi e non raccontano tutta la realtà. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una donna, una ragazzina, spesso anche minorenne, una vita distrutta e devastata dalle mafie e da chi le alimenta.
L’indifferenza è complicità, chiudere gli occhi è criminale tanto quanto i mafiosi. Sex industry is violence lo ha documentato ripetutamente in questi anni: gli stupratori paganti sanno benissimo cosa alimentano e perpetrano un dominio maschile che definirlo disumano è dir poco. È l’idea alla base di ogni ideologia patriarcale, di ogni dominio maschile. Eppure avanzano (Adelina fu censurata da chi doveva schierarsi con lei, combattere la stessa battaglia) propagande a favore della prostituzione, della schiavitù sessuale, della pretesa maschile che ogni donna deve essere a disposizione dei loro appetiti sessuali, del loro dominio sessuale.
Nel cuore di quell’Italia che ha abbandonato Adelina, che chiude gli occhi sulle migliaia di Adelina a cui lei disperatamente chiese nell’ultimo video prima del suicidio di dare voce, a dieci giorni dalla Pasqua dell’anno scorso è giunta una sconcertante legittimazione di tutto questo, di ogni chiodo: l’introduzione dei codici Ateco per quel che è lo sfruttamento della prostituzione, le organizzazioni prostituenti. Sarebbe, tra l’altro, illegale in Italia ma da anni le spinte pro stupro a pagamento sono sempre più grandi.
«Diventate la mia voce, date voce a quello che è successo a me perché tutte le Adeline possano avere quello che non ho avuto io, che queste cose non possano accadere più» gridò, malata e abbandonata dallo Stato e da tanti, Adelina in una diretta social poche ore prima del suicidio.
Lilian Solomon è stata, in quest’Abruzzo che l’ha completamente rimossa e dimenticata, una testimonianza vivente di tutto ciò. Soffriva sempre più, la malattia che avanza la devastava dentro. Eppure nessun stupratore pagante si è fermata, nessuno si è mai neanche accorto che la ragazza nigeriana era distrutta dal dolore, soffriva sempre più. Ore ed ore violentata, abusata, brutalizzata, stuprata per alimentare la peggiore delle schiavitù moderne e arricchire le mafie. Nessuna propaganda, nessuna chiacchiera morta, nessuna menzogna può assolvere nessuno, moderni Ponzio Pilato (non sapevo, non so, non conosco, tutte squallide menzogne) e contemporaneamente centurioni del calvario.
In questa terra desolata e desolante che è l’Abruzzo, nonostante lo sfruttamento della schiavitù sessuale e le mafie nigeriane sono ben consolidate, nessuno ricorda più Lilian. Un’omertà vergognosa, vigliacca e squallida che continuamente cerchiamo di squarciare. Lilian è morta il 1° ottobre 2011 presso l’Ospedale di Pescara. È stata sfruttata dalle mafie nigeriane della tratta prima in Lombardia e poi in Abruzzo, nella drammaticamente nota “bonifica del tronto”, costretta con violenza ad abortire ingerendo alcolici e medicinali. Per mesi e mesi continuò ad essere preda degli schifosi appetiti dei suoi quotidiani aguzzini (quelli che vengono definiti “clienti”) nonostante soffrisse dolori lancinanti, insopportabili quotidianamente. E proprio perché troppo vittima di questi dolori, proprio perché le stavano letteralmente impedendo di vivere, troppo spaventata dal loro persistere e aumentare, decise di sfidare la paura e i suoi sfruttatori. Denunciò e si affidò a On the Road. I dolori sempre più lancinanti erano i sintomi dell’avanzata di un linfoma. Per un tempo infinito Lilian ogni notte continuò ad essere violentata, sfruttata, a dover nascondere una sofferenza inumana. Il linfoma che la uccise avanzava, le provocava dolori sempre più atroci. Eppure gli stupratori e i suoi aguzzini non si sono mai fermati. Le centinaia, se non migliaia, di maschi che la stuprarono per mesi sono stati totalmente indifferente al suo calvario.
C’è stato un ministro di questa repubblica che ha definito l’introduzione del codice Ateco «buon senso» nel silenzio totale di chi, in ogni occasione (alcune anche puerili e che si potrebbero evitare tranquillamente), fa dell’anti a tal esponente politico la propria ragione di vita. «La decisione di introdurre un codice Ateco per la prostituzione rischia di fornire un’ulteriore opportunità alla criminalità attraverso la creazione di zone grigie in cui possono proliferare forme di sfruttamento “codificate”, come è successo nei paesi in cui la prostituzione è stata legalizzata – denuncia la Comunità Papa Giovanni XXIII, promotrice da anni della campagna “Questo è il mio corpo” – La cultura dello sfruttamento del corpo della donna, contro cui tanto ha lottato anche don Oreste Benzi, va contrastata. Auspichiamo che ogni istituzione scelga sempre di stare dalla parte delle donne. E non dalla parte di quanti lucrano sul loro corpo e ne calpestano la dignità».
«In Italia esiste un problema di evasione fiscale enorme ma c’è un’attenzione ricorrente alle tasse che “dovrebbero” pagare le donne in prostituzione» ha sottolineato a WordNews.it Michelangela Barba, presidente di Ebano onlus.
«La tratta ha interrotto la mia vita di persona normale, non so dire cosa sarei diventata se non ne fossi finita dentro…. ma so che così sono diventata una merce disponibile su chiamata, infatti il cliente ordinava pagava e venivo inviata a casa sua…. speravo sempre che entrando in queste case trovassi qualcuno che avendo pietà di me mi aiutasse invece le parole che mi venivano sempre dette “sei un essere spregevole che nessuno vuole e poi chi vorrà una cagna negra schifosa (sputandomi addosso per disprezzarmi ancor di più) dai apri le gambe o succhia qua questo solo a questo servi!”. La tratta uccide. La tratta ruba i tuoi sogni. La tratta ti condanna»
«Ho 42 anni sono una donna tutta rotta dentro e libera di corpo, ma non di mente. Ci provo ogni giorno: quell’esperienza mi ha distrutta e faccio le cose con fatica. Loro, papponi e clienti, hanno fatto il lavoro così bene che a volte quando trovi qualcuno che ti maltratta, la tua carne dice, eccoci qua, riconosce quel dolore e quasi lo sente come familiare. Avete già vissuto una sbornia, di quelle che hai bevuto fino a vomitare l’anima?
E quando corri in bagno e vomiti tutto? Immagini che schifo!?? Quello schifo e molto, sì, molto, molto di più è quello che proviamo quando un cliente gode dentro di te, quello schifo e lì, ti dice che sei una merda e vivi così ogni volta che un cliente gode. Per questo e per tutto il dramma che c’è dietro, come si fa a dire che è un lavoro come un altro???»
(Liliam Altuntas)
«Mary, diciotto anni, era una ex bambina soldato. Una giovane martire della mafia nigeriana venduta come una bestia, violentata e costretta più volte ad abortire. Nel viaggio della tratta degli esseri umani, in piena traversata del deserto, è costretta persino a bere le proprie urine. Quante sono le Mary che popolano ogni giorno le nostre strade? Quali sono le storie drammatiche che si celano dietro questa moderna tratta delle schiave (e degli schiavi) che è la prostituzione e che spesso fingiamo di non conoscere? Quali sono le responsabilità di quelli che definiamo “clienti”?».
Questa la drammatica testimonianza e denuncia della presentazione del libro di don Aldo Bonaiuto, Comunità Papa Giovanni XXIII, sulla «vergogna della tratta raccontata dalla strada». Donne crocifisse le definisce già nel titolo del libro don Aldo. Crocifisse dalle mafie che le sfruttano, dagli stupratori a pagamento che sfogano contro i loro corpi le depravazioni più immonde, i desideri più perversi, che le utilizzano come fossero un oggetto. In alcuni forum online ci sono stupratori a pagamento che si vantano della brutalità, della violenza, di come considerano le donne vittime della tratta passatempi, sfogatoi anti stress. Frasi nauseanti, che fanno stare male al solo leggerle, devastanti. Abusi disumanizzanti, che devastano e cancellano la vita delle donne sfruttate.
«La mia iniziazione alla prostituzione fu uno stupro di gruppo da parte di cinque uomini…Sono stata trattata come una bambola gonfiabile di plastica, sollevata e portata avanti e indietro. Hanno allargato le mie gambe da un lato all’altro, spingendo le loro cose verso di me e dentro di me, stavano giocando a sedie musicali con parti del mio corpo»
(Linda Susan Boreman nota come Linda Lovelance)
«So semplicemente che la prostituzione è la cosa più malvagia e perversa che esista. Utilizza i corpi delle ragazze per il piacere degli uomini. Oltre 5.000 uomini mi hanno violentata»
(testimonianza di Emma, una sopravvissuta, raccolta da Nordic Model Now)
“[La prostituzione] non è come le cose vengono descritte dai media. Lungi da ciò. È una vita di sopravvivenza, droga, tortura e morte. Venivo picchiata e violentata quasi tutti i giorni e ho subito un degrado oltre ogni immaginazione. Ero costantemente spaventata per la mia vita, e desideravo che finisse. Tutt’ora delle volte mi sento ancora un po’ persa nell’oscurità, sì, sono sopravvissuta, ma a quale prezzo?”
(testimonianza di una sopravvissuta pubblicata da Nordic Model Now)
A differenza della lobby pro-prostituzione, i cui membri parlano di “sesso sicuro” e non parlano del sesso che concretamente viene messo in atto, le donne sopravvissute o ancora in prostituzione che ho intervistato raccontano i dettagli. Parlano dell’odore tremendo dei compratori, del dolore di una vagina disidratata e ulcerata che viene penetrata da una molteplicità di uomini.
L’orrore di avere lo sperma o altri fluidi corporali vicino alla faccia. La barba che sfrega sulla guancia fino a farla sanguinare, il collo dolorante a forza di girare la testa di colpo per allontanarla dalla lingua che cerca di entrare in bocca. O di non riuscire a mangiare, a bere o a baciare i figli per via di quello che hanno dovuto fare con la bocca. Di come il braccio e i gomiti fanno male per avere disperatamente cercato di farlo venire per non essere penetrata un’altra volta.
(Julie Bindel – Il mito Pretty woman)
Tra le africane schiave della tratta, «Siamo diventate bancomat di carne»
Alla fiera dell’Est
Racconta il terribile fenomeno del mercato di carne umana, di corpi femminili, che sconvolge numerosi paesi dell’est Europa. La crisi dei sistemi di protezione sociale, politiche sociali e salariali miserabili, hanno spinto decine di migliaia di giovani donne nelle mani di mercanti senza scrupoli del sesso a pagamento e turisti sessuali. Un affare milionario e di facile accesso.
La troupe di “C’era una volta” ha filmato l’acquisto di alcune ragazze da avviare alla prostituzione in Italia.
Bambole
Uno dei prodotti più perversi della localizzazione è la nascita di un immenso mercato dei corpi a fini di sfruttamento sessuale. Nelle aree più miserabili del pianeta nascono autentiche città del turismo sessuale a costi bassissimi e dalle stesse aree si muove un flusso enorme di giovanissima umanità che raggiunge in forma di moderna schiavitù i nostri marciapiedi. A fronte di questa tragedia che distrugge la vita di milioni di ragazzine e ragazzini, nel nostro mondo ci si attarda ancora su parchi del sesso popolati da ragazze che “liberamente” scelgono la prostituzione come una delle tante possibilità della vita.
I documenti presentati questa sera mostrano una crudele e incontestabile realtà. La grandissima parte del mercato di massa del sesso è fatta di miseria, violenza e schiavitù. E l’uso di questa dolente umanità a fini sessuali
Vi ho tanto amato
Mae, una giovane prostituta thailandese morente a causa dell’Aids, racconta l’inferno della sua vita aprendo squarci impressionanti sulla realtà del turismo sessuale nel sudest asiatico, sulle reti pedofile, sui traffici di giovani vite e sul lucroso mercato della pedopornografia e della pornografia estrema, quella in cui la protagonista femminile, alla fine muore veramente.
Mae aveva appena tredici anni quando venne avviata alla prostituzione nell’area di Pattaya, una città thailandese di circa un milione e mezzo di abitanti, di cui ben 350.000 sono giovani donne e bambini in vendita esposti ad un flusso di turisti che raggiunge quasi i dieci milioni l’anno. Di lei è stata venduta prima la verginità, poi il suo corpo bambino, in un crescendo di orrore, lo stesso che vivono quotidianamente tantissime giovanissime tra Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam e Birmania. Ma niente e nessuno è riuscito a piegarne l’anima.



















