È lunga e tortuosa la strada per l’accertamento della verità, incontra inciampi, ostacoli, deviazioni, battute d’arresto, tentativi di inversione ad U che ci allontanano dall’obiettivo della Verità.
Talvolta è ancora più difficile quando è una verità difficile da accettare.
Questo è il caso del processo ‘ndrangheta stragista che da tanti anni si svolge davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria, nel quale sono imputati Giuseppe Graviano e Rocco Filippone, i due boss, al vertice di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta negli anni ‘90, accusati di essere i mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, dove sono l’avvocato di parte civile dei familiari, le vedove e i figli dei due carabinieri.
Un processo difficile, dall’esito tormentato con le condanne in primo grado e in appello, ma poi con una sorprendente e singolare sentenza della Cassazione che ha annullato con rinvio l’ultima sentenza di condanna sulla base di considerazioni, obiezioni e presunte criticità rispetto all’impianto probatorio che lascia perplessi e che fa il paio con la sentenza della stessa sezione della Cassazione che ha annullato le condanne del processo Trattativa Stato-mafia.
E’ in corso un processo di revisionismo storico-giudiziario sulla verità della stagione delle stragi del ’92-’94, una stagione insanguinata da omicidi strategici dentro il contesto di quella trattativa Stato-mafia definitivamente confermata perfino dalla stessa Cassazione, che ha pure mandato assolti tutti gli imputati in un modo o nell’altro, alcuni per prescrizione, altri per non aver commesso il fatto.
E’ come se la Cassazione volesse mettere una pietra tombale su una verità indigeribile, la verità delle stragi non solo mafiose, dove lo Stato è il principale artifice e responsabile di quella stagione.
In nome del malinteso principio della ragion di Stato che vieta che lo Stato possa processare se stesso.
Malinteso principio nel quale vanno inquadrate anche le polemiche di questi giorni, con la strumentalizzazione del contenuto dell’audizione del procuratore capo di Caltanissetta davanti alla Commissione parlamentare antimafia, al fine di attuare la stessa strategia di revisionismo storico che rischia di minimizzare la tragedia di quella stagione e le responsabilità di uno Stato complice degli assassini, anche in quel duplice omicidio di questi due carabinieri, che si vuole far passare come un omicidio opera di balordi, mentre invece fu un omicidio di alta mafia, frutto di quel sistema criminale responsabile della stagione stragista e della trattativa che chiuse quella stagione.
Dopo l’importante requisitoria del procuratore generale, Giuseppe Lombardo, che coraggiosamente e con tenacia sta seguendo questo processo perché si accerti tutta la verità, abbiamo noi, parti civili, concluso, chiedendo anche noi, associandoci alla richiesta del procuratore generale, la conferma ancora una volta delle condanne degli imputati, per risarcire i familiari delle vittime con un atto di giustizia e di verità. Da oggi sono iniziate le arringhe delle difese di Graviano e Filippone ed entro il mese di giugno avremo la sentenza.
Una sentenza comunque storica, in un senso o nell’altro.
Con due opzioni: mettere una pietra tombale sulla verità di quella stagione con una sconfitta dello Stato e dell’antimafia tutta, oppure segnare una tappa importante nella ricostruzione di una verità difficile e pesante in cui pezzi degli apparati dello Stato in combutta con i poteri criminali hanno insanguinato la storia del nostro Paese.
Attendiamo questa ennesima sentenza, cercando di tenere desta l’opinione pubblica perché la verità, specie quando è una verità così difficile, non può essere ottenuta soltanto dall’autorità giudiziaria, ma deve essere una conquista collettiva che poi viene raccolta dall’autorità giudiziaria con le sentenze.
Che Giustizia sia fatta finalmente!
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