Sono un autonomo che non accetta la logica di questo stato e dei suoi partiti: arrestatemi.
Sono un professore di filosofia quindi un ideologo pericoloso a sé e agli altri: arrestatemi.
Sono un redattore molti dicono direttore, di Radio Aut aut = Autonomia: arrestatemi.
Sono amico di Peppino Impastato morto lo stesso giorno di Moro c’è una connessione col caso: arrestatemi.
Ci riuniamo in più di cinque per organizzare la lotta contro la mafia parte integrante dello stato; arrestatemi.
Insegno che la liberazione dell’uomo passa attraverso la distruzione dell’autorità istigazione a delinquere: arrestatemi.
Definisco la resistenza insurrezione armata contro lo stato fascista legalizzato: arrestatemi:
La distruzione del capitalismo passa attraverso il sabotaggio e la riappropriazione dei mezzi di produzione: arrestatemi.
Proclamo ufficialmente che questo stato è mafioso, corrotto, criminale. Oltraggio alle istituzioni:
arrestatemi.
Salvo Vitale, terrasini,l 1979
Con la forza di queste parole, scritte quasi cinquant’anni fa e ancora oggi incredibilmente attuali, ho voluto aprire questo mio intervento a chiusura del corteo.
E l’ho fatto pensando a Salvo.
Questo è il primo 9 maggio senza di lui, uno dei compagni storici di Peppino Impastato, pezzo fondamentale della nostra storia collettiva.
Una storia che abbiamo il privilegio, ma anche la responsabilità, di continuare a trasmettere.
La storia di alcuni ragazzi e ragazze che volevano cambiare il mondo sfidando il potere mafioso a Cinisi, in uno dei periodi più violenti della nostra terra, sotto il controllo del boss Gaetano Badalamenti.
Con i mezzi che avevano (un giornale, le
mostre, la musica, la radio) cercavano di scalfire una cultura mafiosa, profondamente radicata.
Lo facevano attraverso l’ironia, la controinformazione, la costruzione di momenti collettivi e di spazi culturali alternativi.
Lo facevano insieme a Peppino Impastato.
Fino al 9 maggio 1978, quando la mafia ne fece saltare il corpo con cinque chili di tritolo.
Accanto a mio padre e a mia nonna Felicia scelsero di impedire che Peppino venisse ucciso due volte: la prima con l’esplosivo, la seconda con il depistaggio che cercò di farlo passare per suicida e terrorista.
Per chi, come me, quegli anni non li ha vissuti, questa storia è arrivata attraverso i racconti, gli esempi, la testimonianza di chi è rimasto.
Dopo mia nonna e mio padre, a cui devo la scelta di raccogliere questo testimone, i compagni di Peppino sono stati punti di riferimento fondamentali.
E oggi che molti di loro non ci sono più, sentiamo ancora di più la responsabilità di custodire e continuare questa storia.
Oggi siamo in tanti. In tanti continuiamo a riconoscerci in quegli ideali.
E se siamo qui è perché crediamo che la memoria non possa e non debba essere soltanto liturgia.
La memoria deve essere strumento di resistenza. Deve essere assunzione di responsabilità, occasione di riflessione, partecipazione collettiva e anche di conflitto.
Soprattutto in un tempo in cui la parola conflitto viene guardata con sospetto, criminalizzata, repressa.
Questi giorni ne sono stati la dimostrazione.
Abbiamo parlato di abuso e sfruttamento del territorio, delle ferite lasciate dal potere mafioso, delle speculazioni che continuano a trasformare questa terra in uno spazio da consumare e non da vivere.
Abbiamo parlato di informazione, in un tempo in cui il giornalismo libero viene delegittimato e in cui l’Italia continua a scendere nelle classifiche sulla libertà di stampa.
Peppino ci ha insegnato che la comunicazione, quando è davvero libera, fa paura al potere.
Che il potere teme chi rompe il racconto dominante.
E oggi lo vediamo chiaramente: nella costruzione continua di nemici, nella polarizzazione trasformata in consenso, nella criminalizzazione del dissenso:
perche è quando la paura diventa linguaggio politico che la mafie eil fascismo trovano spazio.
Ma ci siamo anche interrogati su come la comunicazione possa tornare a essere strumento di liberazione, voce critica, sentinella del potere.
Perché parlare oggi di Peppino non significa guardare al passato con nostalgia.
Significa chiederci quali pratiche, quali linguaggi e quali strumenti possano ancora essere efficaci nel presente.
E noi siamo convinti che, a cinquant’anni dalla nascita del circolo Musica e Cultura, quell’idea sia ancora necessaria.
E che anche la cultura possa essere strumento di riscatto sociale. Che creare spazi collettivi significhi contrastare la mentalità mafiosa, patriarcale e reazionaria dominante.
L’imbarbarimento culturale che viviamo non è solo una conseguenza. È anche una reazione calcolata di un potere che teme il pensiero critico. Che teme chi può ancora essere libero di scegliere.
“Quello che ci condanna è non avere alternative”, cantavano ieri sera le compagne del collettivo Canta fino a dieci.
Ed è proprio nella costruzione di alternative sociali credibili, concrete e accessibili che si può contrastare davvero il dilagare della criminalità.
Perché oggi a Palermo si torna a sparare.
La mafia torna a esercitare il proprio controllo attraverso intimidazioni, estorsioni e violenza esplicita.
Ai commercianti e a tutte le persone che stanno subendo questa recrudescenza mafiosa vogliamo esprimere la nostra solidarietà e la nostra vicinanza.
E ci aspettiamo risposte concrete da una classe politica che continua troppo spesso a fare i propri interessi mentre questa terra resta ostaggio di sistemi di potere e di corruzione.
Una politica che continua a dimostrare quanto questa regione sia ancora attraversata da interessi politico-mafiosi.
Pensiamo che compito dell’antimafia sociale sia anche questo: interrogare il potere ovunque produca sfruttamento, repressione, guerra e disuguaglianza, marginalità e dove calpesta i diritti.
Per questo in questi giorni abbiamo anche allargato lo sguardo allo scenario internazionale.
Verdo quelli che Umberto Santino definisce “Stati-mafia”, stati criminali che esercitano il loro potere in modo indiscriminato contro i popoli e contro il diritto internazionale.
Guidatati da capi che agiscono come bulli l, come Trump e Netanyahu che giocano alla guerra sulla pelle dell’umanità, con la complicità di paesi , come il nostro, troppo timidi, troppo ambigui, troppo silenziosi. E quindi complici.
Perché l’antimafia sociale a cui ci ispiriamo è quella di Peppino, quella di Pio La Torre: un’antimafia che parla di pace, antimilitarismo, giustizia sociale e diritti.
Tutto ciò che restituisce dignità alle persone toglie potere alla mafia: il lavoro, l’istruzione, una sanità pubblica accessibile, salari dignitosi, una società civile consapevole.
A questo governo infatti vogliamo dire che Non bastano i proclami antimafia se non sono seguiti da comportamenti coerenti. Non basta parlare di legalità mentre si continuano a legittimare sistemi di potere fondati sul privilegio, sulla corruzione e sulle relazioni con ambienti mafiosi.
Davanti a tutto questo, sentiamo ancora più forte la necessità di parlare ai giovani.
Non come a chi deve essere “educato”, ma come a chi già oggi sta costruendo alternative, pratiche, immaginari diversi.
Perché se c’è una cosa che abbiamo capito in questi anni è che i giovani non sono spettatori. Sono già parte del conflitto sociale e politico del nostro tempo.
E allora il nostro compito non è parlare “ per loro” ma creare spazio perché possano parlare, agire, scegliere senza essere giudicati o delegittimati.
Noi abbiamo bisogni di ascoltarli.
Di accompagnarli senza giudicarli.
Ed è soprattutto ai giovani che Casa Memoria si rivolge.
Perché Peppino era uno di loro.
Giovani come Amine Kessaci, giovanissimo attivista marsigliese che abbiamo avuto il piacere di avere con noi in questi giorni e che a soli ventidue anni vive sotto scorta per la sua lotta contro il narcotraffico a Marsiglia.
Giovani come quelli che sono scesi in piazza contro il genocidio del popolo palestinese.
Giovani come quelli che continuano a difendere la Costituzione, i diritti e la dignità umana nonostante i continui tentativi di reprimere e criminalizzare ogni forma di dissenso.
E a noi piace pensare che trasmettere la storia di Peppino possa avere dato un contribuito anche a questo: a costruire coscienza critica, senso di giustizia, solidarietà.
Se pensiamo a Peppino oggi, ci piace immaginarlo accanto a chi salva vite in mare, a chi pratica solidarietà, a chi sceglie di esporsi invece di voltarsi dall’altra parte.
Ci piace pensarlo accanto a chi continua a difendere il Mediterraneo come spazio di incontro e non come enorme cimitero prodotto da politiche razziste e disumane.
E dopo giorni di grande apprensione e rabbia, vogliamo anche condividere con gioia la notizia dell’imminente rilascio di Saif Abukeshek e Thiago Ávila.
Una notizia resa possibile anche dalla pressione, dalla mobilitazione e dalla voce di chi continua a non voler restare in silenzio davanti alle ingiustizie.
Concludo ringraziando tutte e tutti coloro che continuano a ribellarsi alla rassegnazione.
Chi non si arrende davanti alla sopraffazione, alla guerra, all’odio e alla violenza.
Chi continua a opporsi alla militarizzazione e al riarmo.
Grazie a chi difende la memoria da chi tenta di manipolarla, di cancellarla o strumentalizzarla.
Perché oggi piu che mai difendere la memoria è un atto politico.
Grazie ai miei compagni e alle mie compagne di Casa Memoria, a Musica e Cultura, alla Pro Loco, al Centro Impastato, alla mia famiglia e a tutti i compagni di Peppino che ci hanno consegnato questa storia.
Molti di loro, in tutti questi anni, ci hanno lasciati: Fanny, Agostino, Guido, Piero, Mimì, Nando, Salvo e tanti altri.
Ci lasciano un grande vuoto.
Ma ci lasciano soprattutto una grande eredità.
Una storia di resistenza che merita di continuare a vivere.
E anche se, come diceva Guido dopo la morte di Peppino, “moriamo un po’ anche noi”, ci lasciano soprattutto una responsabilità: continuare a difenderne la memoria e continuare a lottare, anche in loro nome, per una società più giusta e più libera.
Grazie a tutte le scuole presenti oggi e in questi giorni. Alle associazioni, ai movimenti, a chi continua a ricordare Peppino.
Grazie a chi ci ha aiutato concretamente: alla Cgil, a Libera e ad A nome Loro.
Grazie a Peppino.
Grazie a Felicia.
Per la lotta e per l’esempio
Luisa Impastato




