Gli spagnoli, soprattutto a Cuba e a Santo Domingo, usano una frase che mi ha sempre affascinato: todo pasa por algo. Significa, più o meno, che ogni cosa accade per il tramite di un’altra, che gli eventi si intrecciano tra loro e che nulla, davvero, avviene per caso.
Ci penso spesso. Ci ho pensato anche oggi, mentre mi trovavo in un pronto soccorso dopo una brutta caduta.
Accanto a me, su una barella, c’era un uomo molto magro, il volto scavato. Lo sguardo di chi sembra portare addosso un peso troppo grande. A un certo punto lo vedo fare una videochiamata. Parla una lingua che mi sembrava familiare, ma che non riuscivo a riconoscere. Poi si alza e mi chiede come sto.
Un gesto semplice, quasi insignificante. Eppure, in un luogo dove il dolore tende a rinchiudere ciascuno dentro sé stesso, mi colpisce. Più tardi ricambio la cortesia.
«E lei come sta?»
La risposta arriva senza esitazioni.
«Ho tentato il suicidio buttandomi da un ponte.»
Ci sono momenti in cui le parole perdono improvvisamente ogni utilità. Resto in silenzio. Che cosa si può dire davanti a una confessione del genere? Nulla sembra adeguato.
Eppure non riesco a tacere. Una persona ha appena aperto il proprio cuore a una sconosciuta.
L’unica cosa che riesco a balbettare è: «Meno male che non ci è riuscito.»
Lui mi guarda e risponde: «Se uno è morto dentro, morto fuori che cambia?»
È una frase che continua a risuonarmi dentro. Forse perché contiene una sofferenza così profonda da rendere insufficiente qualsiasi risposta. Cerco comunque di dirgli che, se è ancora vivo, forse una ragione per tornare a vivere esiste ancora. Gli chiedo se ha qualcuno accanto.
Mi parla di sua madre, di sua sorella, di sua moglie e delle sue figlie, che non vede da due mesi.
«Quanti anni hanno?»
«Sette e dieci.»
Gli dico che sono ancora piccole, che un giorno avranno bisogno del loro papà e continueranno a cercarlo.
Non so se ci credesse davvero. Non so nemmeno se quelle parole gli abbiano dato un minimo di conforto.
Poi la conversazione prende una direzione inattesa. Mi chiede da dove vengo. Mi parla di alcuni paesi arbëreshë della Calabria che conosce. Gli racconto con entusiasmo del periodo in cui ho lavorato a Caraffa di Catanzaro e del progetto di valorizzazione culturale, delle tradizioni che ho avuto modo di conoscere e apprezzare.
I suoi occhi si illuminano.
Parliamo della leggenda di Doruntina e Costantino. Comincia a raccontarmi del Kanun, l’antico codice consuetudinario albanese che ancora oggi rappresenta, almeno sul piano culturale e identitario, un punto di riferimento per molte comunità arbëreshë.
«Da noi è più rispettato della legge dello Stato», mi dice.
Mi racconta della parola data, dell’onore, dell’ospitalità, del rispetto dovuto alla famiglia e alla donna.
Lo ascolto con interesse. E mentre lo ascolto penso a quanto quei principi siano ancora vivi nell’immaginario di molte comunità arbëreshë, anche quando la vita moderna sembra aver cambiato tutto.
Poi entra una dottoressa. Lo informa che può essere dimesso e gli chiede se ha qualcuno che possa prendersi cura di lui e un posto dove andare. È in quel momento che il racconto assume contorni più concreti.
Apprendo che da tempo vive una situazione personale molto difficile, che è sottoposto a una misura restrittiva controllata elettronicamente, che ha perso il lavoro e che da settimane vive grazie all’aiuto di amici.
Sono lì e, sebbene voltata da un’altra parte per rispetto, ascolto. Non conosco i fatti. Non conosco le responsabilità.
Non conosco le ragioni che hanno portato a quella situazione. E non mi interessa giudicarle. Ma una cosa mi colpisce. Pochi minuti prima quell’uomo mi aveva parlato di una cultura fondata sulla famiglia, sul rispetto, sull’appartenenza, sulla parola e sull’ospitalità. Adesso mi trovavo davanti una persona che appariva completamente sola. È questa la frattura che continua a interrogarmi.
Non la vicenda giudiziaria. Non le responsabilità individuali.
Ma la distanza tra i valori che un uomo sente propri e la condizione nella quale può ritrovarsi a vivere.
Poco dopo, anch’io in dimissione, vengo portata fuori dalla stanza. L’incontro finisce lì. Eppure continuo a pensarci.
Nel dibattito pubblico si parla spesso, giustamente, delle vittime, delle tutele e della necessità di proteggere chi si trova in condizioni di pericolo. Molto più raramente ci si interroga su cosa accada quando una persona precipita in una disperazione tanto profonda da desiderare la propria morte. Non è una riflessione sull’innocenza o sulla colpevolezza. È una riflessione sulla sofferenza umana. Perché il dolore non assolve nessuno.
Ma esiste.
E quando lo incontri sulla barella accanto alla tua, diventa impossibile fingere di non averlo visto.
Ieri ho pregato più volte il suo angelo custode. Non conoscevo il suo nome. Non lo conosco ancora.
Forse non lo saprò mai. Ma da allora continuo a chiedermi se avrei potuto fare qualcosa di più. Forse alcune persone entrano nella nostra vita soltanto per il tempo di una conversazione. Eppure lasciano domande che restano molto più a lungo. Per questo continuo a pensare a quell’uomo.
E forse è anche per questo che continuo a chiedermi se davvero nulla accada per caso.
Myriam Claudia Sacco




