A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, le parole pronunciate nel luogo dell’attentato del 19 luglio 1992 hanno composto un unico, doloroso racconto civile. Una richiesta ostinata di verità e giustizia.
Dalla lettera dedicata a Eddie Walter Max Cosina, agente della scorta di Paolo Borsellino, alle parole dei familiari di Agostino Catalano e Claudio Traina; dalla denuncia di Luana Ilardo in difesa del magistrato Sebastiano Ardita alla ricostruzione di Sergio Amato, figlio del magistrato Mario Amato; fino all’appello di Franco Sirotti, fratello di Silver, vittima della strage neofascista del treno Italicus.
Eddie Walter Max Cosina, la lettera della nipote Silvia Stener
La prima testimonianza è la lettera di Silvia Stener, nipote di Eddie Walter Max Cosina, letta da Nicola Hasan Di Cola, pronipote di Paolo Borsellino. Cosina, agente della Polizia di Stato, perse la vita nella strage di via D’Amelio insieme al giudice Paolo Borsellino e agli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
«Eddie Walter Max Cosina era una persona generosa, altruista, molto legata alla sua famiglia. Queste sue qualità lo hanno portato alla scelta di essere un servitore dello Stato. Per lui la famiglia era il cuore dello Stato e lo Stato era nel suo cuore.
Amava l’Italia, era fiero di essere italiano e con grande orgoglio indossava l’uniforme. Credeva nel suo lavoro, nelle forze dell’ordine, nelle istituzioni, in un’Italia unita, esempio di civiltà, professionalità, grande senso del dovere e amore per la patria.
Tutto questo non sarebbe bastato a trasformarlo in un quotidiano servitore dello Stato se non avesse avuto anche un grande amore per il prossimo.
Di lui ci rimangono un bellissimo ricordo, una medaglia d’oro al valor civile e il tricolore. Quel tricolore tanto amato che lo portava a esorcizzare la paura, essendo solito rincuorare la madre dicendo: “Non c’è cosa più bella per me che un giorno riposare per sempre avvolto nella bandiera italiana”.
L’eredità che Eddie lascia a tutti noi è che il cambiamento nasce nella nostra coscienza e si concretizza nel nostro impegno, nell’essere cittadini attivi e consapevoli, animati da valori profondi come giustizia e legalità. Perché non esistono eroi, ma soltanto uomini e donne che fanno il proprio dovere».
Silvia Stener, nipote di Eddie Walter Max Cosina
Salvatore Catalano: «Di mio fratello riconobbi soltanto una guancia»
La testimonianza di Salvatore Catalano, fratello dell’agente Agostino Catalano, restituisce l’orrore materiale della strage.
«Buonasera a tutti e grazie. La nostra è una normale commemorazione. Per noi familiari il ringraziamento va a voi che, anche in una giornata così calda, volete commemorare questi nostri morti, che non sono soltanto nostri.
Traina ha appena raccontato quello che è realmente successo, quello a cui ha assistito. Io, grazie a Dio, non ho assistito e non ho visto quello che è successo qui. Ero a Messina per lavorare. Però ho visto mio fratello nella camera mortuaria.
Me lo hanno fatto vedere. Ho visto quello che era rimasto: una guancia riconoscibile e basta. Non c’era nient’altro sotto quel lenzuolo.
Ringrazio ancora tutti voi. So che il tempo è stretto, ma ringrazio anche quanti hanno parlato prima di me, compresi i fratelli Montinaro e gli altri familiari. Persone che conoscono le verità storiche, quelle che sappiamo tutti, ma che ancora non sono entrate completamente nelle aule di giustizia. E lì devono arrivare.
Speriamo che queste voci riescano a portare nelle sedi giuste quello che vogliamo scoprire realmente: ciò che è successo. Grazie ancora a tutti voi per essere qui, in questa afosa giornata, come trentaquattro anni fa».
Pina Catalano: «Agostino non doveva essere in servizio, ma il dovere lo chiamò»
“Pina” ha ricordato la dedizione del fratello Agostino e raccontato un episodio avvenuto poche settimane prima della strage: il salvataggio di un ragazzo di quattordici anni nelle acque di Mondello.
«Buonasera a tutti, sono Pina Catalano. Questa giornata per me è molto particolare. Non vorrei essere qui come familiare di una vittima: vorrei essere qui per una festa e non per questa commemorazione. Mio fratello, quel giorno, non doveva esserci. Ma il dovere lo ha chiamato.
Dovevano essere sostituiti tre poliziotti che mancavano e lui non ci ha pensato due volte, anche se sapeva che fare la scorta al giudice Borsellino non era certamente sicuro. La forza del dovere ce l’aveva nel sangue e non aveva paura di affrontare tutto questo. Erano già passati attraverso la prima strage, quella del giudice Falcone.
Mio fratello era sempre presente accanto al giudice Borsellino. Quel giorno non avrebbe dovuto essere in servizio, ma così è stato.
Il 16 maggio aveva compiuto 43 anni e, per festeggiare il compleanno, era andato con i suoi ragazzi al mare di Mondello. A un certo punto sentì la gente gridare e andò a vedere cosa stesse succedendo. C’era un ragazzo di quattordici anni che, a circa cinquanta metri dalla riva, stava annaspando e sprofondando dopo aver bevuto molta acqua.
Oggi quel ragazzo è qui con noi. È il miracolo presente. Mio fratello gli ha restituito la vita. Al ragazzo era mancato l’ossigeno al cervello per alcuni secondi. Agostino lo tirò fuori dall’acqua, lo portò sulla spiaggia e cominciò a praticargli la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco.
Il ragazzo non rinveniva. Le persone dicevano ad Agostino di lasciarlo stare, perché sembrava morto e temevano che potesse fargli più male che bene. Ma lui era molto caparbio: quando cominciava una cosa doveva portarla a termine.
Quel ragazzo rimase in coma dal 16 maggio fino alla metà di giugno. Quando si svegliò volle conoscere l’uomo che lo aveva salvato. Ci fu un incontro bellissimo tra i due in ospedale.
Nel frattempo mio fratello andava ogni giorno in ospedale per sapere come stesse evolvendo la situazione. Quando si incontrarono fu una cosa bellissima. Quel ragazzo, pur avendo soltanto quattordici anni, aveva capito ciò che era accaduto. La madre gli aveva raccontato che a salvarlo era stato un poliziotto ed era felice di conoscerlo.
Pensavano che tra loro potesse nascere una bella amicizia. E quell’amicizia esiste ancora: mio fratello è vivo con lui ed è vivo con voi. Grazie».
Luciano Traina: «L’ergastolo è rimasto a noi familiari»
Luciano Traina, fratello dell’agente Claudio Traina, ha pronunciato uno degli interventi più duri. Ha ricordato il suo arrivo in via D’Amelio, da poliziotto, pochi minuti dopo l’esplosione.
«Buonasera a tutti. Se oggi sono qui, come ogni anno, è per rendere memoria ai caduti: a mio fratello, prima di tutto, e a tutti gli altri.
Entrando questo pomeriggio sono stato avvicinato da molti giornalisti che mi chiedevano se arriveremo mai alla verità. La mia risposta è stata: “Io non sono un politico, non posso saperlo”.
Dopo trentaquattro anni di verità nascoste, depistaggi e quant’altro, penso che la verità non la sapremo mai. Finirà – non ditemi che sono pessimista – in una bolla di sapone, come Ustica, né più né meno. E se un giorno arriverà una verità, ci racconteranno soltanto quella minima parte che fino a oggi hanno deciso di dirci.
Oggi non volevo salire sul palco, non me la sentivo. Però lo ritengo doveroso. Come ogni anno ringrazio tutti voi che, a vostre spese e arrivando da lontano, venite qui. Nessuno vi sostiene economicamente e questo è vero amore, vera vicinanza. Una vicinanza che a noi familiari manca ancora oggi.
Siete voi, il popolo sincero, e non quelli che vengono qui per fare passerelle. Per questo sono molto arrabbiato.
Il 19 luglio 1992 anch’io ero un poliziotto. Arrivai qui alle 17:20 per svolgere le mie indagini. Non sapevo che ci fosse mio fratello. Lo capii quando un collega cercò di trattenermi. Lo capii quando vidi quello che non avrei mai dovuto vedere.
Di mio fratello riconobbi una scarpa e una gamba staccata dal corpo, rimasta accanto a un cerchione senza più la gomma.
E sentire, negli anni successivi, che mentre io urlavo per la disperazione molta gente, dal carcere o comodamente seduta nella propria casa, brindava con lo champagne a questa strage non è una cosa che ho inventato. È la pura realtà.
Se siamo arrivati a trentaquattro anni senza una soluzione, sarò pure pessimista, ma ho ben poche speranze. Invece di andare avanti, continuiamo a tornare indietro. E questo mi fa molto male.
Però non mi fermo, come non si fermano tanti altri familiari qui presenti. Andiamo nelle scuole. Sono vent’anni che giro gli istituti di tutta Italia per raccontare la mia storia e far capire ai ragazzi che cos’è la mafia e a quale disperazione può condannare una famiglia.
Mia madre, nell’ultimo giorno della sua vita, mi strinse la mano e, prima di morire, mi chiese: “Perché è morto Claudio?”.
Questa domanda me la porto dietro. Qualcuno dei responsabili ha avuto venti o trent’anni di carcere, ma ormai sono quasi tutti fuori. L’ergastolo è rimasto a noi familiari. Un ergastolo che dura tutta la vita».
Luana Ilardo: «Non ci stiamo, Sebastiano Ardita merita quel ruolo»
Nel suo intervento, Luana Ilardo, figlia di Luigi Ilardo, ha utilizzato il palco di via D’Amelio per denunciare quella che ha definito l’ennesima esclusione subita dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita.
«Buonasera a tutti. Sarò brevissima. Non credo che questa sia l’occasione giusta per parlare di papà, perché penso che ormai, più o meno, conosciamo tutti la sua storia.
Voglio utilizzare questi pochi minuti per dire ancora una volta che noi non ci stiamo. Non ci stiamo di fronte all’ennesimo sgambetto compiuto ai danni del procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, al quale, per la terza volta, viene negato un ruolo decisivo e di fondamentale importanza. Un ruolo importante per lui e soprattutto per noi.
Ci chiediamo perché il CSM continui a negare a Sebastiano Ardita il ruolo che merita. È un magistrato esperto, conosce da anni Cosa Nostra e i meccanismi della mafia. Non comprendiamo perché, ancora una volta, tutto questo gli venga negato.
Sebastiano Ardita è stato bocciato nella corsa alla guida della Procura di Catania e oggi è stato nuovamente escluso dalla possibilità di dirigere la Direzione nazionale antimafia insieme al dottor Di Matteo e a quegli uomini e magistrati che abbiamo sempre sostenuto.
Via D’Amelio è il luogo principale della commemorazione della strage di Stato compiuta contro Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta. Ma è anche un luogo nel quale abbiamo l’opportunità di ribellarci a questo sistema, a questo Stato che non vuole consegnarci verità e giustizia.
Uno Stato che non vuole che uomini come Sebastiano Ardita, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Nicola Gratteri e Luca Tescaroli arrivino alla verità e ci consegnino quella verità che chiediamo da trentaquattro anni.
Siamo tutti con Sebastiano Ardita, perché merita quel ruolo».
Sergio Amato: «Una nazione nelle loro mani significa sacrificare vite umane»
Sergio Amato, figlio del magistrato Mario Amato, ha ricostruito il filo nero che lega l’omicidio del padre, le indagini di Vittorio Occorsio, il terrorismo neofascista, la P2 e la strage della stazione di Bologna.
Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, fu assassinato il 23 giugno 1980 mentre aspettava l’autobus per recarsi al lavoro. Stava indagando sui gruppi dell’eversione neofascista e sui legami che si muovevano alle loro spalle.
«Sono Sergio Amato, figlio di Mario Amato, sostituto procuratore di Roma, ucciso dai sedicenti Nuclei armati rivoluzionari il 23 giugno 1980.
Gilberto Cavallini strisciò silenzioso come un serpente alle spalle di mio padre mentre aspettava l’autobus per andare al lavoro e, vigliaccamente, gli sparò da distanza ravvicinata alla nuca, spegnendo per sempre la sua giovane vita.
Aveva 43 anni. Mia madre ne aveva 40, mia sorella Cristina 12 e io soltanto sei.
Circa quaranta giorni dopo esplose l’ordigno che devastò la stazione di Bologna il 2 agosto 1980: 85 morti e oltre 200 feriti. I processi per la strage hanno accertato le responsabilità materiali di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, appartenenti allo stesso gruppo che eseguì l’omicidio Amato.
Nel 2025 è diventata definitiva anche la condanna di Gilberto Cavallini per la strage. Nel processo cosiddetto “dei mandanti” è stato condannato anche Paolo Bellini, appartenente ad Avanguardia Nazionale e successivamente implicato nelle indagini sulle stragi continentali degli anni Novanta.
Per Bologna sono stati individuati come mandanti, finanziatori e organizzatori Licio Gelli, capo della P2; Federico Umberto D’Amato, dell’Ufficio Affari Riservati; Mario Tedeschi, deputato del Movimento Sociale Italiano e direttore del quotidiano “Il Borghese”; e Umberto Ortolani, inserito nel sistema del Banco Ambrosiano, dal quale furono distratti cinque milioni di dollari dell’epoca per finanziare la strage.
Il 10 luglio 1976, esattamente cinquant’anni fa, fu ucciso a Roma Vittorio Occorsio, anche lui sostituto procuratore. L’esecutore materiale fu il terrorista fascista Pierluigi Concutelli, capo militare di Ordine Nuovo, organizzazione terroristica dichiarata illegale e sciolta nel 1973 proprio grazie al lavoro di Occorsio.
L’esecuzione appariva come una vendetta, ma Occorsio, con le sue indagini, era arrivato molto lontano. Aveva individuato movimenti milionari di proventi illeciti della criminalità organizzata che andavano a finanziare l’Organizzazione mondiale assistenza massonica, estensione internazionale della massoneria piduista.
Pochi giorni prima di essere ucciso, Occorsio aveva interrogato proprio Licio Gelli.
Dopo la tragica fine di Occorsio, nel 1977 Mario Amato si ritrovò da solo a indagare sui terroristi neofascisti. Comprese che Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale si stavano riorganizzando utilizzando nuove sigle, tra le quali quelle dei NAR e di Terza Posizione.
Individuò i legami tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, non soltanto sul piano militare, ma soprattutto attraverso società e interessi economici riconducibili agli ambienti piduisti. Anche lui, come Occorsio, era salito di livello nelle proprie indagini.
Nel febbraio 1980 le Brigate Rosse uccisero Vittorio Bachelet, vicepresidente del CSM. Fu sostituito da Ugo Zilletti, uomo della P2 e persona di fiducia di Licio Gelli.
Nel marzo e nel giugno 1980, pochi giorni prima di essere assassinato, Mario Amato fu ascoltato proprio da quel CSM ormai conquistato dalla P2. Descrisse e rivelò le sue delicatissime indagini sulle strategie terroristiche dei neofascisti.
Tra le sue rivelazioni sugli approdi investigativi è emblematica questa frase: “Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi”.
L’eredità di mio padre, uomo dello Stato fedele alla Costituzione, e quella visione di una verità d’assieme mi hanno portato qui, insieme ai componenti del Coordinamento nazionale delle associazioni e dei familiari delle vittime di stragi e attentati.
Siamo consapevoli che le nostre tragiche storie appartengono alla storia di tutti gli italiani: sono la storia della nostra Repubblica.
Non ho mai creduto allo spontaneismo dei terroristi stragisti neofascisti, così come non ho mai creduto allo spontaneismo dei mafiosi stragisti. Abbiamo prove, dagli anni Sessanta a oggi, delle relazioni tra neofascisti, Cosa Nostra, ’ndrangheta, massoneria deviata e uomini dello Stato infedeli alla Costituzione.
Che cosa sono stati i Nuclei di difesa dello Stato? Che cosa è stata la Falange Armata? Perché i corleonesi di Totò Riina fecero esplodere il Rapido 904 nel 1984, in perfetta continuità con la strategia del “terrore sui treni” eseguita negli anni precedenti dai neofascisti?
Le vicende di Vittorio Occorsio e Mario Amato sono paragonabili a quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: responsabilità ben più gravi di quelle degli stessi esecutori materiali.
Tra gli esecutori e i mandanti ci sono i depistatori, uomini infedeli allo Stato e alla Costituzione, fedeli piuttosto alla contro-Costituzione rappresentata dal Piano di rinascita democratica. Un piduismo mai sconfitto e lasciato libero di proliferare.
Menti raffinatissime capaci di ordire trame che prevedono il massacro di italiani innocenti e inermi.
Una nazione nelle loro mani significa sacrificio di vite umane. Altro che sicurezza. Altro che patrioti.
L’amore non esiste senza verità, così come la giustizia non esiste senza verità. L’amore di Salvatore, che chiede verità e giustizia per suo fratello Paolo Borsellino. L’amore di Giuliana, mia madre, per suo marito Mario, che ci ha illuminato il cammino.
Mai odio e vendetta: chiediamo verità e giustizia.
L’amore di Irma Chiazzese per Piersanti Mattarella, quello di Paolo per sua madre Mirella, quello di Vincenzo – che non c’è più – per Nino e Ida, quello di Stefano per Umberto, quello di Brizio per Antonio.
Sono tanti. Sono troppi. Stringiamoci tutti insieme».
Franco Sirotti: «Insieme per la memoria, la verità e la giustizia»
Fratello di Silver Sirotti, il giovane ferroviere morto nella strage neofascista del treno Italicus del 4 agosto 1974.
Silver, benché inizialmente fosse riuscito a salvarsi, tornò nella carrozza in fiamme con un estintore per soccorrere i passeggeri. Quel gesto gli costò la vita e gli valse la medaglia d’oro al valor civile.
«Salve a tutti e grazie per questa straordinaria opportunità. Sono Franco Sirotti, fratello di Silver Sirotti, controllore in servizio e vittima dell’attentato neofascista al treno Italicus, avvenuto nella notte del 4 agosto 1974.
Nella strage morirono dodici persone. Silver, dopo essersi salvato, non esitò a lanciarsi nuovamente all’interno della carrozza, munito di un estintore, per cercare di salvare altre vite. Lo fece al prezzo della propria, diventando un eroe. Per quel gesto gli fu conferita la medaglia d’oro al valor civile.
A tutti voi presenti in via D’Amelio, ai familiari di Paolo Borsellino e delle persone che insieme a lui persero la vita nell’attentato mafioso, rivolgo il mio pensiero.
A tutti coloro che, nel nome di Paolo e delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine, portano avanti azioni di legalità, giunge la mia riconoscenza e il sentimento di assoluta partecipazione.
Dobbiamo continuare a mantenere viva la memoria delle vittime delle stragi, rafforzare l’unione tra tutte le associazioni e le famiglie colpite dal terrorismo e dalla mafia, continuare a lottare per la verità e difendere il valore della nostra Costituzione.
Ogni anno, nella mia città, Forlì, organizziamo una grande iniziativa e altri eventi per ricordare Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e le donne e gli uomini della magistratura e delle forze dell’ordine che hanno sacrificato la propria vita insieme a loro.
Con loro ricordiamo Silver Sirotti, tutte le vittime delle stragi e del terrorismo, i lavoratori, i politici, i giornalisti e i comuni cittadini.
Questo è il messaggio che voglio condividere: insieme, uniti e convinti, portiamo avanti il nostro impegno per la memoria, la verità e la giustizia».
Via D’Amelio, una memoria che interroga ancora lo Stato
Le parole dei familiari non appartengono soltanto al passato. Sono domande rivolte al presente e al futuro della Repubblica.





