«Coppolino per me ha risposto agli ordini di qualcuno. Ha eseguito una richiesta, ha eseguito un ordine. Io individuo dei mandanti politici e dei mandanti mafiosi».
Ospite della serata Sonia Alfano, già europarlamentare e già presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo, figlia di Beppe Alfano, il giornalista ucciso da Cosa nostra l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. Sonia Alfano ha aperto il suo intervento tornando sulla vicenda legata ad Aurelio Coppolino, arrestato dopo una lunga sequenza di attacchi, accuse e contenuti diffusi sui social. Alfano ha parlato di un vero e proprio linciaggio mediatico, di un tentativo di distruggere la sua dignità, la sua serenità e la sua storia personale e familiare.
«Coppolino per me ha risposto agli ordini di qualcuno, nel senso che lui ha eseguito, ripeto secondo il mio pensiero, ha eseguito una richiesta, ha eseguito un ordine.
Questo lo stabiliranno i magistrati, perché io individuo dei mandanti politici e dei mandanti mafiosi e alla luce del fatto che tutto coincide con il mio ingresso in Controcorrente».
Non ha usato giri di parole. Ha raccontato accuse gravissime, rivolte a lei, al suo avvocato Fabio Repici e ad altre persone. Ha spiegato che non si sarebbe trattato soltanto di follia individuale o di semplice delirio da tastiera, ma di qualcosa di più strutturato. Una possibile strategia di delegittimazione, una macchina del fango capace di correre sui social, sulle liste broadcast, nei silenzi complici di chi guarda, ascolta, inoltra e poi finge di non avere responsabilità.
«Il punto è che Sonia Alfano, uscita dal Parlamento europeo il 1 luglio 2014, possa eventualmente ritornare all’interno delle istituzioni, quindi riprendere esattamente da dove ha lasciato. Questa cosa fa tanta paura».
«Il Protocollo Farfalla, l’esistenza del Protocollo Farfalla, un accordo tra il DAP e il SISDE, l’ho scoperto io e l’ho portato io all’attenzione dell’opinione pubblica, piaccia o non piaccia questa è la verità. Quel Protocollo Farfalla è stato attraversato dai servizi deviati di questo Paese».
«Immaginatevi se io dovessi ritornare all’interno delle istituzioni che cosa potrei fare? Riprenderei esattamente da dove ho lasciato, con molta più esperienza, con ancora più determinazione e quindi queste persone hanno paura e fanno bene ad avere paura, fanno benissimo ad avere paura».
La puntata ha poi riportato al centro Barcellona Pozzo di Gotto, territorio simbolo di intrecci oscuri, latitanze, poteri criminali, massoneria deviata e pagine buie della storia italiana. Alfano ha ricordato il contesto in cui fu assassinato suo padre, il ruolo di quel territorio negli anni delle stragi, le presenze inquietanti, le ombre dei servizi, i legami tra mafia e pezzi infedeli dello Stato.
«Barcellona chiaramente è un contesto nel quale abitano tantissime persone perbene. Ostaggio di un boss, Gullotti che, per esempio, ha portato il telecomando che hanno utilizzato per far saltare in aria il giudice Falcone, lo ha portato lui a San Giuseppe Jato».
Il discorso si è allargato alla Sicilia di oggi. Sonia Alfano ha parlato dell’esperienza di Controcorrente, il movimento fondato da Ismaele La Vardera, e del suo sostegno alla candidatura alla presidenza della Regione Siciliana. Secondo Alfano, quel progetto dà fastidio perché prova a rimettere al centro cittadini disillusi, voto libero, denuncia pubblica e rottura dei vecchi equilibri.
La conversazione ha toccato anche il ruolo delle istituzioni italiane nel contrasto alle mafie. Per Alfano lo Stato non sta facendo abbastanza. Non basta partecipare alle commemorazioni, non bastano corone, discorsi solenni e passerelle. Servono strumenti, presenza, strategia, risorse, attenzione ai territori e alle forze dell’ordine lasciate sole.
Sonia Alfano ha ricordato il lavoro svolto al Parlamento europeo con la Commissione CRIM, il percorso sul contrasto alla criminalità organizzata, la necessità di portare realmente in Europa strumenti antimafia efficaci, a partire da una visione comune sul modello del 416 bis. Una battaglia che non deve ripartire da zero, perché molto lavoro era già stato fatto e andrebbe ripreso, aggiornato e trasformato in azione politica concreta.
«Ci sono delle vittime di serie A e delle vittime come noi, come mio padre, come tanti altri, che non sono nemmeno in una categoria pervenuta. Non esiste quella categoria ancora, loro sono gli ultimi, nessuno, ed è abbastanza triste».
«Nella mia stessa situazione ci sono tantissime famiglie di vittime di mafia, la famiglia Agostino, la famiglia Enea, sono veramente tante. È brutto da dire, però è una forma di discriminazione».
Il nome di Beppe Alfano è tornato più volte come simbolo di un giornalismo che non si piega. Un giornalismo fatto di ricerca, rischio, solitudine, isolamento. Non il giornalismo da comunicato stampa, non il giornalismo seduto ad aspettare le agenzie, ma quello che scava, disturba, rompe il silenzio.
Sonia Alfano ha parlato di un’informazione “claudicante”, di un Paese dove i giornalisti che cercano davvero la notizia sono sempre meno, di un sistema che tende a isolare chi racconta verità scomode.
«Io invece voglio sognare, spero che il giornalismo, l’informazione possa tornare ad essere il cane da guardia del potere e non il cane da compagnia del potere».
Per guardare il video integrale della puntata di “30 minuti con…” con Sonia Alfano, clicca qui:
https://www.youtube.com/watch?v=Vzh1X6-Dx8k
Sonia Alfano rompe il silenzio dopo l’arresto di Coppolino: «Il fango passa, la dignità resta»





