Il disegno di legge sull’imputabilità dei minori, approvato dal Consiglio dei ministri, interviene sull’articolo 98 del Codice penale e introduce una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere per chi ha compiuto quattordici anni ma non ancora diciotto.
La proposta modifica il criterio seguito fino a oggi: la capacità del minore verrebbe presunta fino a prova contraria. Una scelta contestata duramente dall’avvocato Enzo Guarnera (Foro di Catania), che denuncia il rischio di una giustizia condizionata dalle possibilità economiche delle famiglie e richiama la necessità di affrontare la devianza minorile attraverso strumenti educativi, sociali e terapeutici.
Avvocato Guarnera, che cosa cambierebbe concretamente con il nuovo provvedimento sull’imputabilità dei minori?
«Con la nuova legge si presume che una ragazza e un ragazzo minori, di età compresa tra i 14 e i 18 anni, sappiano esattamente ciò che fanno. Prima, invece, si riteneva che di norma non fossero capaci di comprendere pienamente le proprie azioni, salvo prova contraria. Adesso sono loro a dover provare che non lo fossero. In termini giuridici si chiama “inversione dell’onere della prova”».
Qual è la differenza rispetto alle disposizioni attualmente in vigore?
«Le disposizioni attualmente in vigore prevedono che, di fronte a un reato commesso da un minore, occorra valutare il suo livello di sviluppo psicologico e di maturità prima di considerarlo imputabile. Con quelle nuove, invece, si presume che sia imputabile a prescindere e toccherà al suo difensore provare il contrario».
Quali conseguenze potrebbe determinare questa inversione dell’onere della prova?
«Toccherà dimostrare, con perizie psicologiche e psichiatriche di parte, che il minore non è in grado di intendere e di volere in modo completo. E ciò sarà più facile per le famiglie benestanti che per quelle povere. Rischia di essere una giustizia di classe. Questa è la conseguenza del tutto sbrigativa dello slogan “chi sbaglia paga” e dimostra il basso livello culturale di chi ci governa».
Come dovrebbe intervenire lo Stato quando un minore commette un reato?
«Quando un minore commette un reato ha bisogno di essere accudito, non condannato. Occorre intervenire sulla sua famiglia, nonché sul contesto scolastico e sociale nel quale è cresciuto. Il minore che delinque è il frutto di una povertà educativa la cui responsabilità è degli adulti e, soprattutto, di quanti amministrano le varie realtà locali, dei politici e di chi governa».
Il carcere può rappresentare una risposta adeguata alla devianza minorile?
«Il minore che viola il Codice penale ha bisogno di andare in una comunità educativa o terapeutica, non in carcere. Occorre valutare la sua condizione psichica prima ancora della tipologia del reato che ha commesso. Bisogna pensare a farne un adulto autonomo e responsabile e non, invece, a vendicarsi per i suoi errori».
Perché considera questa riforma culturalmente sbagliata?
«La norma voluta da questo Governo dimostra che chi l’ha concepita non conosce i principi fondamentali della pedagogia e della psicologia dell’età evolutiva. Non ha mai letto Maria Montessori, Danilo Dolci, don Milani, Mario Lodi e il pedagogista francese Freinet, solo per citarne alcuni».
Il suo giudizio sull’azione del Governo è particolarmente duro. Da cosa nasce?
«È un Governo di ignoranti funzionali, che parla alla pancia del popolo ignorante e incolto a scopo di mera propaganda in chiave elettorale. Un Governo che mira a colpire i deboli e, come dimostrano alcune riforme già in vigore, a salvare i politici e i potenti che delinquono».
Quale principio dovrebbe guidare chi affronta il disagio e la devianza dei più giovani?
«Chi governa questo Paese dovrebbe leggere molto e comprendere che, come diceva Carl Gustav Jung, “se vogliamo cambiare un bambino e un adolescente, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non vi è qualcosa che prima faremmo bene a cambiare in noi stessi!”».
WordNews.it sta approfondendo le possibili conseguenze della riforma attraverso il confronto tra differenti esperti del diritto.
Dopo l’intervista all’avvocata Paola Cecchi, che ha analizzato gli effetti dell’inversione dell’onere della prova, abbiamo pubblicato la posizione fortemente critica dell’avvocata Wania Della Vigna, secondo la quale il provvedimento rappresenta «una preoccupante regressione culturale».
In questo nuovo approfondimento interviene l’avvocato Enzo Guarnera, che denuncia il rischio di una giustizia di classe, condizionata dalle possibilità economiche delle famiglie, e richiama la necessità di affrontare la devianza minorile attraverso strumenti educativi, sociali e terapeutici.





