PALERMO – Un intervento non programmato, pronunciato in via D’Amelio davanti ai cittadini arrivati da tutta Italia. Nino Di Matteo prende la parola nel luogo in cui, il 19 luglio 1992, furono assassinati Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.
L’arrivo a sorpresa
«Non ho resistito alla tentazione di venirvi a dare un saluto».
Il magistrato saluta i relatori presenti, tra i quali Roberto Scarpinato, Fabio Repici, Saverio Lodato e Paolo Mondani, ma rivolge soprattutto il suo pensiero ai cittadini arrivati da Palermo, dalla Sicilia e dal resto del Paese.
«Voi rappresentate la speranza in un momento in cui altre speranze non ce ne sono o sono molto affievolite».
«La ricerca della verità completa si è allontanata»
Secondo Di Matteo, negli ultimi anni non si è registrato un avvicinamento alla verità completa:
«La ricerca della verità sulle stragi, su via D’Amelio in particolare, è in grande difficoltà».
E aggiunge:
«Negli ultimi anni la ricerca della verità completa si allontana: non si è avvicinata, ma si è allontanata, anche attraverso scelte politiche assolutamente e clamorosamente in controtendenza rispetto alla ricerca della verità».
La critica alla Commissione parlamentare antimafia
Nel mirino del magistrato finisce la decisione della Commissione parlamentare antimafia di concentrare il proprio lavoro sulla strage di via D’Amelio e su una specifica pista investigativa, separando quell’attentato dal complesso della strategia stragista di Cosa nostra.
«La scelta della Commissione parlamentare antimafia di occuparsi solo ed esclusivamente della strage di via D’Amelio è come se la strage fosse avulsa dal contesto delle stragi che l’hanno preceduta e l’hanno seguita».
Per Di Matteo, via D’Amelio non può essere isolata da Capaci e dagli attentati del 1993, anche perché alcuni protagonisti mafiosi furono gli stessi. Il magistrato cita Giuseppe Graviano, indicandolo come figura centrale sia nella strage del 19 luglio 1992 sia nella successiva campagna terroristico-mafiosa.
«Si sta concentrando tutto su via D’Amelio e tutto su una pista».
Pur precisando di non poter entrare nei dettagli, Di Matteo esprime una valutazione netta:
«Tra le piste della possibile accelerazione mi sembra una delle meno concrete, delle meno fondate».
«Si stanno trascurando altre direzioni»
«Si sta trascurando, a livello politico e, ahimè, anche a livello istituzionale, la ricerca della verità in altre direzioni. È questo quello che preoccupa».
A questo si aggiunge, secondo Di Matteo, il tentativo di colpire la credibilità di chi continua a chiedere che quelle piste vengano esaminate:
«Preoccupa la delegittimazione di tutti coloro, magistrati e non, che vorrebbero perseguire e approfondire queste piste».
Il magistrato cita quanto accaduto a Roberto Scarpinato all’interno della Commissione parlamentare antimafia e sostiene che una simile azione di delegittimazione potrebbe riguardare anche altri magistrati impegnati nella ricerca della verità sulle stragi.
Il caso Ardita e le presunte pressioni sulla nomina alla DNA
La seconda parte dell’intervento si concentra sulla mancata nomina di Sebastiano Ardita a procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
Di Matteo richiama quanto dichiarato durante il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura del 15 luglio 2026 da alcuni componenti togati e laici. Dichiarazioni che, secondo il magistrato, non possono essere archiviate come una semplice polemica interna.
«Hanno detto che rispetto alla mancata nomina del consigliere Ardita a procuratore aggiunto della Procura nazionale antimafia si sia scatenata una lotta politica».
E ancora:
«Hanno parlato di pressioni ad alto livello, ad ogni livello».
L’appello al Capo dello Stato
Di Matteo rivolge una richiesta diretta alle istituzioni e, in particolare, al Presidente della Repubblica, che presiede il Consiglio Superiore della Magistratura:
«Se viviamo in uno Stato di diritto, se crediamo veramente allo Stato di diritto e alle istituzioni, dovremmo pretendere che, a tutti i livelli, anche il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il Capo dello Stato, approfondisca questa vicenda».
Le affermazioni sulle pressioni, sottolinea il magistrato, non provengono da indiscrezioni giornalistiche o da osservatori esterni, ma da componenti dello stesso organo di autogoverno della magistratura:
«Non sono stato io, non è stato un giornalista a parlare di pressioni ad ogni livello per evitare che il consigliere Ardita fosse nominato procuratore aggiunto alla DNA, ma sono stati dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Dovrebbero avere il coraggio e il pudore istituzionale di dire se queste pressioni ci sono state, chi le ha fatte e come si sono manifestate».
«Serve pulizia nelle istituzioni»
«Dobbiamo passare anche a questa pretesa di pulizia delle istituzioni, se vogliamo continuare a credere nella verità».
E infine l’avvertimento più amaro:
«Non vogliamo trasformare queste manifestazioni in una presa in giro che voi non meritate, perché voi siete la parte del popolo italiano che vuole verità e giustizia, onestà e pulizia delle istituzioni».
Le riprese sono state realizzate da Antonino Schilirò





