Dopo l’articolo di WordNews.it sulle contraddizioni degli autoproclamati “eredi” politici di Paolo Borsellino, arriva una presa di posizione netta sul coro “Fuori la mafia dallo Stato”, pronunciato la sera del 19 luglio in via D’Amelio.
Nell’approfondimento “Gli eredi di Borsellino e le chat Delmastro-Caroccia: tutte le contraddizioni del centrodestra”, abbiamo evidenziato la “distanza” tra le celebrazioni ufficiali dedicate al magistrato assassinato e le scelte politiche compiute pochi giorni dopo dalla maggioranza parlamentare.
Gli autori della nota si assumono la piena ed esclusiva responsabilità del coro, difendono Salvatore Borsellino e respingono le accuse rivolte contro il fratello del magistrato. Il messaggio è inequivocabile: via D’Amelio non può trasformarsi in una passerella politica né in un luogo nel quale la memoria venga separata dalla ricerca della verità sulle stragi e sui depistaggi di Stato.
Pubblichiamo integralmente la nota.
«Ci assumiamo la responsabilità del coro in via D’Amelio»
Restiamo sgomenti davanti al comunicato degli organizzatori della fiaccolata. È in atto da settimane un chiarissimo tentativo di delegittimazione di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino, assassinato il 19 luglio 1992. Questa forma di sciacallaggio è opera degli stessi politici che hanno tentato, senza successo, di appropriarsi del palco di via D’Amelio.
Salvatore Borsellino non ha superato nessun limite e nessun limite “morale” possono porre coloro i quali hanno accolto tra le loro fila, in questa giornata di ricordo, condannati per peculato e politici eletti grazie ai voti di partiti fondati da condannati per fatti di mafia.
Il limite della decenza
Se qualche limite è stato superato, è quello della decenza. E ad averlo fatto sono gli esponenti di una maggioranza di Governo che, da un lato, agita Paolo Borsellino come un santino – fino a sostenere che avrebbe potuto fare il ministro con loro – e, dall’altro, in Parlamento legifera strizzando l’occhio alle mafie, con l’abolizione dell’abuso d’ufficio e le limitazioni alle intercettazioni.
Una fazione che in Sicilia governa con il beneplacito di condannati per fatti di mafia come Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri. Parliamo di un centrodestra tra le cui fila non si riescono neanche più a contare gli scandali e le indagini che hanno travolto esponenti di primo piano, come il presidente dell’Assemblea regionale siciliana e vari assessori regionali. Una maggioranza regionale che sembra, insomma, soffrire di una vera e propria “tossicodipendenza da furto”.
Il minuto di silenzio non è stato interrotto
Sia chiaro: nessun coro è stato rivolto ai cittadini onesti e ai giovani legati a un sincero ricordo di Paolo Borsellino. E, soprattutto, ci teniamo a specificare che non sono stati interrotti il minuto di silenzio e l’Inno di Mameli.
Insieme a centinaia di cittadini abbiamo girato le spalle, alzando l’agenda rossa, e solo alla fine abbiamo gridato:
«Fuori la mafia dallo Stato».
È lo stesso coro che venne urlato dai palermitani ai funerali degli agenti di scorta e che, a distanza di 34 anni, dovrebbe rappresentare una pretesa capace di unire tutte e tutti, a prescindere dal colore politico.
Non si tratta di un’eccezione avvenuta lo scorso 19 luglio. Abbiamo utilizzato questo coro anche in altri contesti, per esempio il 23 maggio, alla presenza di soggetti che hanno accettato i voti di condannati per fatti di mafia e che, in queste giornate, presenziano per ripulire la propria immagine.
Vi sareste dovuti unire a noi, per fare riecheggiare quell’urlo nella testa dei presenti che stringono indicibili accordi e tradiscono la memoria di Paolo Borsellino.
Nessuno spazio per nostalgici e neofascisti
Tuttavia, è bene ribadirlo: niente abbiamo a che spartire con chi sostiene che “la pista nera è un depistaggio rosso” o con chi sminuisce le responsabilità dell’eversione di destra, con i nostalgici e con chi vorrebbe disfarsi di quella Costituzione sulla quale Paolo Borsellino stesso ha giurato.
Fa specie l’accusa di strumentalizzazione politica di via D’Amelio, quando la fiaccolata aveva alla propria testa esponenti di primissimo piano di Fratelli d’Italia, su tutti Arianna Meloni, Giovanni Donzelli e Chiara Colosimo.
Nei confronti di quest’ultima, fotografata insieme a uno stragista e con il busto del Duce, erano esposte le immagini delle vittime del biennio stragista 1992-1993, sulle quali la Commissione parlamentare Antimafia da lei presieduta non avrebbe intenzione di indagare. Vittime e sangue che meritano rispetto, nonché familiari ai quali rivolgiamo ancora una volta il nostro abbraccio e il nostro pieno sostegno.
A strumentalizzare sono coloro i quali non riescono a tagliare il cordone ombelicale che li lega all’eversione di destra. Ieri negazionisti sulle responsabilità dei neofascisti nella strage di Bologna; oggi, seppure davanti a evidenze granitiche, non vogliono indagare sulla partecipazione nera nelle stragi di mafia.
Gli insegnamenti traditi di Paolo Borsellino
Lo spirito con cui condividere via D’Amelio è quello di una sincera aderenza agli insegnamenti di Paolo Borsellino, che negli anni molte compagini politiche – e oggi questa maggioranza di Governo – hanno evidentemente tradito.
Borsellino parlava di una politica in grado di fare pulizia al proprio interno, allontanando i soggetti raggiunti da fatti gravi. È chiaro a tutti quanto questo monito sia rimasto inascoltato.
La “pulizia” non avviene nonostante sussistano gravi motivi – si pensi all’agibilità politica restituita a Totò “Vasa Vasa” Cuffaro – e ci troviamo dinanzi a una classe dirigente che prova a nascondere le proprie responsabilità e a sottrarsi al vaglio della giustizia.
Proprio in queste ore, la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha respinto la richiesta dei magistrati della Procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, coinvolto nell’inchiesta giudiziaria legata alla società proprietaria della “Bisteccheria d’Italia”.
«Non chiamate in causa Salvatore Borsellino»
Qualora si intendano individuare i responsabili di quel coro, si eviti di chiamare in causa Salvatore Borsellino.
Ce ne assumiamo la piena ed esclusiva responsabilità e rivendichiamo con convinzione quella scelta, certi che via D’Amelio debba essere un luogo capace di accomunare chi ha sete di una reale verità e giustizia e nel quale non possa esserci alcuno spazio per i depistatori di Stato.
L’immagine con cui la serata si è conclusa – quella di un uomo degno del proprio cognome che da decenni rende onore al fratello, rigettando proprio in quella via il puzzo del compromesso morale – respinge al mittente settimane di vergognosa delegittimazione.
Continueremo a camminare al suo fianco. Resistenza!





