«Con grande probabilità Abderrahim Fakir si sarebbe potuto salvare: a fronte di un forte stato di agitazione psicomotoria, il medico avrebbe potuto sedare il soggetto, a sua tutela e impedendo conseguenze più gravi.»
— Mario Balzanelli, Presidente della Società Italiana Sistema 118
La vicenda di Abderrahim Fakir, deceduto sull’asfalto del quartiere Pilastro a Bologna, riporta con forza brutale d’attualità un interrogativo che credevamo fosse stato già affrontato e risolto. Per quale motivo, di fronte ad un uomo smarrito e in preda ad un evidente e violento stato di agitazione psicomotoria, la prima risposta dello Stato continua a essere il peso dei corpi, la pressione sul torace e l’immobilizzazione forzata a terra, anziché la presenza immediata ed esclusiva di un presidio medico?
Non si tratta di imbastire processi sommi contro chi lavora in strada, ma di analizzare un modello culturale e procedurale che pare irrimediabilmente difettoso. Quando un cittadino manifesta un crollo psichico o un delirio ansioso, l’emergenza in atto è primariamente di natura sanitaria. Trattarla come un problema di ordine pubblico significa compiere un errore concettuale che, con drammatica regolarità, produce conseguenze fatali.
Chi segue la storia recente del nostro Paese non può fare a meno di cogliere un’analogia sconfortante con la tragica notte fiorentina del marzo duemilaquattordici, quando a perdere la vita in circostanze analoghe fu Riccardo Magherini. Anche in quel caso ci trovavamo di fronte ad un uomo in preda al panico, bloccato a pancia in giù sulla strada e sottoposto a una manovra di contenimento che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avrebbe poi severamente censurato.
A distanza di anni, la dinamica osservata a Bologna sembra ricalcare quel medesimo schema in modo quasi fotostatico. Ma la vera domanda da porsi è:perché si arriva a questo ogni singola volta?
La risposta risiede in un vuoto strutturale che riguarda direttamente la formazione delle forze dell’ordine. Gli agenti sul campo vengono addestrati per neutralizzare minacce, bloccare aggressioni e ripristinare l’ordine pubblico con la forza fisica; quasi mai ricevono una preparazione adeguata a riconoscere un attacco di panico, una crisi psichiatrica o i sintomi dell’asfissia posizionale. Di fronte ad un soggetto che si dimena perché sta letteralmente soffocando con il petto schiacciato a terra, la mancanza di competenze medico-sanitarie porta l’agente a scambiare quegli ultimi spasmi per resistenza attiva, aumentando la pressione anziché allentarla. È un cortocircuito drammatico: gli agenti vengono lasciati soli a gestire con strumenti repressivi ciò che richiederebbe competenze cliniche e tecniche di de-escalation.
Come osservato con grande chiarezza dal presidente della Società Italiana 118, Mario Balzanelli, l’arrivo tempestivo di un medico avrebbe cambiato radicalmente il destino di Abderrahim Fakir. Di fronte ad una crisi psicomotoria, la priorità clinica è la somministrazione di una sedazione farmacologica in grado di tutelare il paziente, fermare la spinta adrenergica e impedire l’insorgere di arresti cardiaci. L’azione contenitiva e muscolare, al contrario, non fa che amplificare la percezione di soffocamento e la reazione di panico del soggetto.
Il quesito fondamentale che le procure e le istituzioni devono porsi risiede nella gestione della catena di comando durante l’emergenza. Perché di fronte a chiamate di soccorso che segnalano persone in stato di evidente alterazione non si dispone fin dal primo secondo l’invio prioritario e congiunto di un’auto medica? E per quale ragione i protocolli d’intervento delle forze dell’ordine non impongono l’immediata cessazione delle manovre di pressione toracica non appena il soggetto viene immobilizzato o mostra segni di sofferenza respiratoria?
L’apertura dell’inchiesta da parte della Procura di Bologna nei confronti di agenti e operatori sanitari servirà a chiarire se vi siano state violazioni delle linee guida o imprudenze procedurali. Tuttavia, la questione travalica le singole responsabilità penali ed investe direttamente la politica, le accademie di polizia e i ministeri competenti.
Non è ammissibile che la gestione dell’alterazione psichica continui ad essere delegata a forze di polizia non addestrate sul piano sanitario, né che gli operatori della sicurezza siano sprovvisti di linee guida chiare sui pericoli mortali del contenimento prono. Finché non si comprenderà che la persona in preda ad un delirio necessita prima di tutto di cura, somministrazione di farmaci e de-escalation guidata dalla medicina d’urgenza, continueremo ad assistere a tragedie speculari e prevedibili. Garantire formazione specifica e presenza medica immediata non è soltanto un principio di civiltà giuridica, ma l’unico modo reale per evitare che una richiesta d’aiuto si trasformi in una condanna a morte sull’asfalto.





