Il 6 luglio dell’anno scorso, 13 mesi fa, è stata pubblicata «Una Brusca faccenda» su Lamia Inchieste, il progetto giornalistico di Roberto Disma e Sara Cozzi.
Quasi tre settimane dopo divenne pubblica la notizia di un’operazione dei Carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto in esecuzione di un’ordinanza del Gip di Messina su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
«I provvedimenti cautelari in carcere riguardano Carmelo Bisognano (Mazzarrà Sant’Andrea, 59 anni) e Antonino Giardina, 36 anni. Agli arresti domiciliari Davide Giardina, 22 anni» riporta MessinaToday. «Viene contestato il “trasferimento fraudolento di valori”, aggravato dal metodo e dalla finalità mafiosi; i fatti contestati risalgono al luglio 2023 e si sarebbero protratti nel corso del 2024» si legge nell’articolo su MessinaToday.
«L’ex collaboratore di giustizia, servendosi della propria riconosciuta caratura criminale, avrebbe: sostenuto l’impresa, accelerando la definizione di pratiche amministrative pendenti presso gli uffici tecnici del Comune di Mazzarà Sant’Andrea; perfezionato l’acquisto di mezzi meccanici riducendo le pretese economiche di altri imprenditori; indotto proprietari terrieri ad acconsentire a soluzioni individuate per la cessione di fondi in favore dell’azienda; consentito il parcheggio di mezzi dell’azienda, su suoli di sua proprietà» riporta quanto sostenuto dagli investigatori MessinaToday.
A «Una Brusca faccenda» è seguita su Lamia Inchieste da parte di Roberto Disma e Sara Cozzi l’inchiesta sulla ditta Bellinvia di Barcellona Pozzo di Gotto. Vicenda che ha avuto anche un primo esito giudiziario nell’aprile scorso. Senza nessun particolare clamore, sentenza degli assenti, unica parte civile l’Associazione Antimafie Rita Atria, unici giornalisti ad aver documentato, approfondito e seguito tutto Disma e Cozzi.
Siamo in una terra in cui mafie, massonerie, pezzi dello Stato e dell’economia sono in relazioni di potere, quegli intrecci tante volte evocati anche senza vere pezze d’appoggio e improvvisamente tutto svanisce e si silenzia quanto ci sono valanghe di documenti, atti e fatti. Siamo nella Sicilia che è stata, ed è ancora, la terra di Antonello Montante e Silvana Saguto. Un sistema di potere, dossieraggio, vassallaggio su cui gli imbarazzi restano tanti e molti continuano a far finta nulla sia accaduto in tribunale (anni fa su Facebook c’è chi ha definito Montante un nuovo Libero Grassi perseguitato, persona che gravita in ambienti “antimafia”) e aveva padrini e dominus politici.
È agli atti, alla storia della Sicilia e dell’Italia intera l’epopea di Silvana Saguto, paladina dell’antimafia rivelatasi poi altro. Come l’altro grande cavaliere dell’antimafia oggi caduto, Antonello Montante, per quanto i padrini politici di quel sistema sono tutto tranne che decaduti e tra i tanti amici e amici degli amici molti sono in sella e se ricordi cosa è emerso nelle aule di tribunale su quel sistema appaiono a dir poco irritati e irascibili. C’è persino chi afferma che ci si sporca se si parla allo stesso tavolo di chi ha scritto libri sul sistema Montante e i suoi illustri amici.
«Una Brusca faccenda» aveva mosso i primi passi dentro la redazione di TeleJato in cui Roberto Disma e Sara Cozzi stavano svolgendo quel che gli era stato prospettato come uno stage giornalistico che avrebbe potuto portare all’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Un’iscrizione che, ad oggi, sarebbe dovuto già esserci o essere prossima.
Ma così non è stato. E, come Roberto e Sara, hanno raccontato e documentato su InSiciliaReport, la realtà si è rivelata ben diversa. Una realtà che conduce alla gestione della villa affidata a TeleJato e a Pino Maniaci – o almeno così era la notizia resa pubblica – e alla gestione dei progetti dell’emittente siciliana.
Il 22 giugno l’assegnazione del bene confiscato è stata revocata al termine di un iter avviato due mesi prima. Dopo la notifica dell’avvio dell’iter, si legge nel documento firmato dalla segreteria del comune di Borgetto, «l’Associazione Telejato ets in tutti gli atti difensivi si è concentrata esclusivamente su alcune censure e precisamente sulla presenza all’interno del bene denominato “Villa della Legalità” dell’Associazione Culturale Marconi, editore dell’emittente TeleJato, sull’imposizione tributaria e sulla assenza da parte dell’ente locale di un partenariato e/o di una coprogettazione con l’Associazione» e «non ha contestato le altre censure relative a: utilizzo di personale senza il rispetto delle norme in materia di diritto del lavoro e previdenza sociale (assenza di contratto di lavoro, mancanza di comunicazioni obbligatorie al Centro per l’impiego, di retribuzione, e di copertura assicurativa e violazione delle norme in materia di orario di lavoro);
Violazione delle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro poiché dalle dichiarazioni agli atti l’Associazione avrebbe fatto svolgere a stagisti e dipendenti lavori che richiederebbero l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale e di adeguata formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art. 16 commi 1 e 3 della Convenzione di cui in oggetto);
Violazione delle norme in materia di assicurazione obbligatoria in quanto dagli atti emergerebbe che gli stagisti sarebbero stati utilizzati senza alcuna copertura assicurativa (art. 16 commi 1 e 3 della Convenzione citata); Violazione dell’obbligo di trasmettere al Comune di Borgetto le relazioni periodiche (art. 10 Convenzione)».
Scorrendo l’atto si sottolinea che la «Scuola di giornalismo e documentazione del fenomeno mafioso» e ampio spazio viene dato agli stage e a situazioni come quella di Roberto e Sara.
Siamo nati quando gli scandali Montante e Saguto avevano già vissuto tutti i principali capitoli, in cui libri e inchieste erano più che abbondanti. Per quel che possiamo abbiamo cercato di recuperare lo svantaggio temporale, di raccontare. Prendendo posizione da giornalisti, cittadini, da chi non vuol proclamare ma fare, esserci. Le vicende citate si intrecciano, in qualche maniera, con le antimafie di facciata, con i professionisti dell’antimafia, con le mafie dell’antimafia, con i pavoni del nulla che inquinano, avvelenano e depistano.
In una delle scene iconiche di “I Cento Passi” Peppino Impastato a Radio Aut dice che c’è bisogno che ognuno di noi informi e dica la verità «anche sulle proprie insufficienze sui propri limiti». Su queste pagine, nel rispetto della pluralità e della sensibilità di ognuno di noi, dei percorsi personali e dell’etica civile, non abbiamo mai fatto sconti ai Montante, ai Saguto, ai cerchi magici, alle narrazioni di comodo e ai carrierismi.
L’autore di quest’articolo è stato anche (a titolo totalmente gratuito, mai preso un centesimo di euro né in quest’occasione né in altre, i soldi sono stati solo persi, in maniera diretta o indiretta rifiutando ogni comoda poltrona o occasione quando in remoti passati era ancora possibile) collaboratore del sito di TeleJato, si è schierato e ci ha messo la faccia. Così come in altre occasioni.
La coerenza, l’etica, quel che nel monologo di “I Cento Passi” viene sottolineato e l’essere giornalisti e non cagnolini da riporto impongono di non chiudere gli occhi, di non comportarsi come quelle mafie, quegli ayatollah, quei cerchi magici nauseanti e squallidi, conformisti e doppiogiochisti, affaristi e imbroglioni, quelle squallide consorterie che dominano anche nei settori che si definiscono impegnati, civili, sociali, di non tacere di fronte quel che è accaduto a Borgetto, di quel che è emerso su TeleJato.
La vicenda non è finita e approderà nelle aule della giustizia amministrativa. Intanto registriamo i fatti di questi mesi, quel che abbiamo cercato di sintetizzare in quest’articolo. E come fatto in passato, come si farà in futuro, non si tace e non si tacerà.
Il passato già richiamato non solo non può, e non deve, imporre di tacere ma è un obbligo ancor più grande ad esserci, a raccontare, a informare, a rimanere giornalisti e persone con la schiena dritta. Determinati comportamenti portano a pagare prezzi, hanno i loro costi. E proprio per questo siamo qui, credendo ancora in quel che è sempre più straniero e alieno in questa «serva di dolore ostello». Perché, come disse lo scorpione alla rana, non si sa far altro, è la nostra (e mia) «natura».





