Questa è una parte del Paese reale alla quale non pensiamo, perché siamo prigionieri del nostro egoismo.
Ed è grave assistere all’oscena spesa di miliardi per gli armamenti, mentre tanti nostri fratelli soffrono.
Spendere per dare la morte anziché la vita è una colpa immensa che non si può perdonare.
La testimonianza anonima di una volontaria della Caritas
Faccio la volontaria alla Caritas da diversi anni e, se sapeste a quali livelli è arrivata oggi la povertà in Italia, vi mettereste le mani nei capelli.
All’inizio, quando avevo appena cominciato a dare una mano qui al centro, in fila trovavo soprattutto persone che vivevano da sole. C’era chi si era ritrovato in difficoltà dopo un lutto o una separazione e qualche anziano con la pensione minima che non riusciva ad arrivare alla fine del mese.
Negli ultimi due anni è cambiato tutto. Oggi non riconosco più la metà delle persone che aspettano fuori per ritirare il pacco alimentare.
Quello che mi colpisce maggiormente adesso non sono i numeri, ma i volti. Genitori che lavorano, coppie che hanno una casa, una macchina e una vita “normale”, vista da fuori, ma che non riescono più a riempire il frigorifero fino all’ultima settimana del mese.
Pochi giorni fa è arrivata una signora con due bambini piccoli. Educata e riservata, guardava ovunque tranne che nei miei occhi. Mentre le preparavo il pacco, mi ha chiesto sottovoce, quasi vergognandosi:
«Per caso è rimasto un po’ di latte? Anche solo una bottiglia piccola…».
Le ho risposto:
«Certo, signora, glielo prendo subito».
Poi ha abbassato la testa e ha aggiunto:
«Grazie… perché sono tre giorni che allungo con l’acqua il latte del piccolo per farlo durare di più».
Sono rimasta lì, con il pacco a metà tra le mani.
Quella donna non somigliava per niente all’idea che molti si fanno di chi vive in difficoltà. Era pulita, truccata e vestita bene, con i bambini curati e persino i fiocchi nei capelli della piccola. Era il tipo di mamma che incroci all’uscita da scuola e non penseresti mai a quello che sta passando.
E situazioni del genere, ormai, ne vedo praticamente tutti i giorni.
Vengono nonni con la pensione minima che saltano la cena per riuscire a dare due soldi ai figli rimasti senza lavoro. Vengono ragazzi fuorisede dopo le lezioni, perché tra affitto e libri sul conto non rimane più niente. Vengono persone con un lavoro fisso e un contratto a tempo indeterminato che non riescono più a coprire, nello stesso mese, le spese per le bollette, la benzina e gli alimenti.
Ma la cosa che fa più male è la vergogna nei loro sguardi. In tanti si scusano quasi per essere lì. Ti dicono:
«Mi dispiace disturbare»;
«È la prima volta in vita mia che chiedo una cosa così»;
«Non tornerò più, promesso».
Come se chiedere da mangiare fosse diventata una loro colpa.
E certe sere, mentre torno a casa, mi domando come sia possibile che il nostro Paese sia arrivato a questo punto. Perché una volta, da queste parti, la gente veniva a chiedere aiuto soltanto nei momenti più brutti della vita. Oggi, invece, c’è chi torna ogni settimana semplicemente per tirare avanti. E mi si stringe il cuore ogni volta.
Nessuno dovrebbe vergognarsi di chiedere aiuto. Perché oggi, per tante famiglie, lavorare non basta più nemmeno a riempire il frigorifero.
Un pensiero va a tutte quelle persone che tirano avanti in silenzio, a chi lavora ogni giorno ma non riesce ad arrivare alla fine del mese e a chi sorride davanti a tutti mentre, dentro di sé, combatte battaglie che nessuno vede…



