Il 15 ottobre 2014, durante una discussione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia, i componenti della Commissione parlarono dello sradicamento, della perdita dell’autonomia e delle conseguenze psicologiche subite dalle persone costrette a entrare nei programmi speciali. In quella seduta venne pronunciata una frase che oggi, dopo la morte della figlia di Lea Garofalo, pesa come una pietra:
«Non ne abbiamo trovato uno che viva bene dopo aver fatto queste scelte».
A parlare era il deputato Davide Mattiello, relatore della proposta sul sistema di protezione. Non si riferiva a un caso isolato. Riassumeva ciò che la Commissione aveva riscontrato ascoltando direttamente i testimoni di giustizia.
Le misure speciali, per salvaguardare le persone dalle ritorsioni, producono «traumi irreversibili». Dodici anni dopo, di fronte alla morte di Denise, quelle parole fanno aumentare ancora di più la rabbia.
Lea Garofalo citata dalla Commissione antimafia
Il resoconto contiene numerosi riferimenti a Lea Garofalo (massacrata cinque anni prima, il 24 novembre del 2009). La discussione riguardava anche la definizione giuridica del testimone di giustizia e la condizione delle persone provenienti da famiglie mafiose che decidono di rompere con quell’ambiente. Donne come Lea rischiano di essere considerate figure “borderline” per la loro appartenenza familiare. Il senatore Giuseppe Lumia richiamò proprio la vicenda di Lea per mettere in guardia la Commissione e il momento in cui una persona rompe il vincolo mafioso, passa dalla parte dello Stato e diventa bersaglio della ritorsione criminale. Quando si viola il codice imposto dalla mafia, il rischio non scompare con il trascorrere del tempo. La vendetta può arrivare anche molti anni dopo.
Mattiello chiarì che l’obiettivo della proposta era dare piena cittadinanza giuridica anche alle situazioni di Lea Garofalo e di altre donne capaci di rompere i legami familiari mafiosi. Quelle donne dovevano essere «riconosciute, tutelate e accompagnate» dallo Stato.
Con Lea non fu fatto. Ma con sua figlia Denise è stato fatto?
Denise, Lea Garofalo e i testimoni di giustizia abbandonati da un Paese senza memoria
Lea: estranea alla volontà criminale della sua famiglia
Durante la discussione venne affrontato anche il concetto di “terzietà”, utilizzato per distinguere il testimone di giustizia da chi aveva partecipato volontariamente ai reati. La Commissione chiarì un punto essenziale: Lea Garofalo era estranea alla volontà criminale della famiglia ’ndranghetista alla quale era legata.
Oggi rientra, ufficialmente, tra i collaboratori di giustizia. Era una Testimone. Altra vergogna di Stato.
Non era una mafiosa. Non era una pentita. Non aveva partecipato alle attività del potere criminale. Era una donna che aveva sentito il puzzo della ’ndrangheta dall’interno. Aveva subito la violenza e aveva deciso di denunciarla per salvare sua figlia Denise. Lo scriverà anche al Capo dello Stato (Napolitano) nell’aprile del 2009. La missiva di Lea, scritta a casa della sorella Marisa, verrà pubblicata dai quotidiani soltanto dopo la sua morte violenta.
Signor Presidente della Repubblica, chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali…
Siamo da circa 7 anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca 1 anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite…
Denise ha ereditato la condanna della madre
Dopo l’omicidio di Lea, Denise fece la stessa scelta della madre. La sua testimonianza contribuì in maniera determinante alla condanna di Carlo Cosco e degli altri responsabili del delitto. Sei ergastoli in primo grado; quattro ergastoli, una condanna a 25 anni di carcere e un’assoluzione (Giuseppe Cosco, detto “Smith”) in secondo grado. Tutto confermato dalla Cassazione.
La morte di Denise e la domanda che lo Stato non può evitare
Denise si sarebbe suicidata lo scorso 10 settembre. Al momento non ci sono elementi per sostenere ricostruzioni giudiziarie diverse. Ma sul piano umano, civile e politico resta la domanda che WordNews.it ha posto fin dal primo momento: possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Denise aveva assistito al tentato sequestro della madre a Campobasso (5 maggio 2009). Aveva vissuto la sua scomparsa. Era stata costretta a stare accanto agli uomini che sapeva essere coinvolti. Aveva ascoltato suo padre ridere mentre lei, in automobile, fingeva di dormire. Aveva riconosciuto in aula i gioielli bruciati di Lea. Aveva scoperto che anche il suo nome era stato inserito tra quelli delle persone da eliminare.
Come abbiamo ricordato pubblicando le dichiarazioni di Carmine Venturino, l’ordine era arrivato: «Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco».
L’inchiostro degli ipocriti: tutti ricordano Denise, pochi l’hanno difesa quando era viva
Le commemorazioni non bastano
Dopo la morte di Denise sono arrivati messaggi, ricordi e dichiarazioni. Anche da ambienti che, negli anni, hanno mostrato ben poca attenzione nei confronti di Lea e della figlia. Abbiamo definito questo fenomeno “l’inchiostro degli ipocriti”: inutili fiumi di parole versati quando una persona non può più ascoltarle.
Il documento della Commissione antimafia dimostra che il problema era conosciuto. Le istituzioni sapevano che i testimoni sottoposti alle misure speciali potevano rimanere segnati per sempre.
Che cosa è stato fatto concretamente?
Che cosa si intende fare adesso?
Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Denise, Lea Garofalo e i testimoni di giustizia abbandonati da un Paese senza memoria
Dalla ribellione di Lea Garofalo alla testimonianza di Denise Cosco, fino ai processi, ai permessi concessi agli assassini, alla morte di Rosario Curcio e alle responsabilità del sistema di protezione: il dossier completo di WordNews.it.
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