Denise Cosco si è tolta la vita a soli 35 anni. La stessa età che aveva sua madre, Lea Garofalo, quando venne “sequestrata”, torturata, soffocata e bruciata in un bidone da sei vigliacchi legati alla ’ndrangheta (24 novembre 2009). Prima a Milano e poi a San Fruttuoso (Monza).
Le mafie, e soprattutto la ‘ndrangheta, con le donne non dimenticano. Abbiamo – nei nostri precedenti articoli – parlato di altre due donne “suicidate” per il loro coraggio. Le mafie non uccidono soltanto quando sparano, quando sciolgono un corpo nell’acido o quando cancellano una persona con le fiamme. Continuano a uccidere attraverso le ferite lasciate dentro chi sopravvive: nella solitudine, nell’isolamento, nel peso di una memoria lacerante.
WordNews.it si occupa da sempre dei testimoni di giustizia, delle loro denunce e delle conseguenze che devono affrontare dopo aver scelto di stare dalla parte dello Stato. Abbiamo raccontato storie di coraggio, ma soprattutto storie di abbandono. Persone costrette a cambiare identità, città, lavoro, abitudini. Famiglie sradicate dalla propria terra e troppo spesso trasformate in numeri dentro un sistema freddo e burocratico.
Oggi apprendiamo – ma è il solito valzer dell’ipocrisia – dell’impegno delle varie associazioni e, addirittura, della presidente della Commissione parlamentare Chiara Colosimo: tutti stretti intorno a Denise. Dopo il suicidio. E prima dov’erano? Dove sono le risposte della Colosimo alle nostre domande sulla condizione dei testimoni di giustizia (che non sono i “pentiti” di mafie)? L’atteggiamento dello Stato (composto da chi dovrebbe fare altro nella vita, senza creare altri spaventosi danni) nei confronti dei cittadini onesti, che hanno deciso di non girare la testa dall’altra parte, è vergognoso. Da Paese incivile.
La morte di Denise, avvenuta il 10 settembre 2026, ripropone la nostra domanda: che cosa accade davvero alle persone che affidano la propria vita allo Stato?
Il peso portato da Denise Cosco
Denise non era soltanto la figlia di una donna assassinata dalla ’ndrangheta. Nel Paese senza memoria abbiamo il dovere di ricordare i nomi dei suoi assassini. Dopo il primo grado (sei ergastoli) ecco l’elenco dei condannati in secondo grado per il massacro di Lea Garofalo: Massimo Sabatino (il falso tecnico della lavatrice, Campobasso, 5 maggio 2009): ergastolo; Carlo Cosco (il padre di Denise, non era il marito di Lea): ergastolo; Carmine Venturino, detto “Pillera” (collaboratore di giustizia nel secondo grado di giudizio, il fidanzatino di Denise, voluto da Cosco per controllare sua figlia): 25 anni di reclusione; Vito Cosco, detto “Sergio”: ergastolo; Rosario Curcio (morto suicida in carcere? Rientrato come una star al suo paesello in provincia di Crotone): ergastolo; Giuseppe Cosco, detto “Smith”(soprannome legato alla famosa pistola): assolto.
Se Lea ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta sin dalla culla, Denise è nata in questo schifoso puzzo. Nel puzzo di morte. Assiste alla ribellione della madre, “assiste” agli omicidi (come quello di Antonio Comberiati, ucciso all’interno del cortile del comprensorio milanese di viale Montello, all’epoca di proprietà dell’Ospedale Maggiore, nelle mani della ‘ndrangheta per trent’anni), respira l’aria di morte, conosce la violenza, la paura, la disperazione.
Vive personalmente la scomparsa di Lea (la sera del 24 novembre 2009 a Milano), l’attesa, la ricerca della verità, la scoperta di una morte atroce. E’ costretta a convivere con gli assassini di sua madre. Testimonia nel processo, si costituisce parte civile, contribuisce alla ricostruzione delle responsabilità per l’omicidio.
La vita di Denise è stata schiacciata da una storia cominciata con la scelta di Lea di parlare, per salvarla:
«Parlo per amore di mia figlia».
Denise ha portato con sè il peso di quella scelta.
Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Un Paese che ricorda soltanto dopo la morte
Dopo la morte di Denise – come accade sempre in questo strano Paese – sono arrivate le parole vuote: commemorazioni, post, foto, interviste, articoli (con le solite cavolate), ricordi, attestazioni di vicinanza. La solita liturgia dell’antimafia paroliera, di facciata ed estremamente rassicurante. Che non serve a nulla.
L’Italia – con le sue vuote Istituzioni (rappresentate da personaggi indegni), con le sue Associazioni (che arrivano sempre dopo, ma sui fondi arrivano sempre prima), la Chiesa cattolica (che permette ancora i funerali dei mafiosi) – ha raggiunto una straordinaria capacità di celebrare i morti, senza mai pensare ai vivi. Vengono deposte le corone, vengono affissi i manifesti funebri, vengono intitolate piazze e strade, vengono organizzati lunghi convegni e non mancano mai i discorsi solenni. Una lunga e interminabile passerella (della sedicente legalità) per chi ha capito che – su questi temi – può farci anche una carriera.
Ma quando una persona denuncia, quando entra in un programma di protezione, quando perde ogni punto di riferimento, troppo spesso viene lasciata sola. I Testimoni di giustizia non hanno mai chiesto medaglie. Chiedono di vivere. Chiedono protezione, dignità, lavoro, assistenza psicologica e un rapporto umano con le istituzioni.
Oggi i Testimoni di giustizia, nel Paese senza memoria e senza vergogna, sono rimasti soli.
Lea Garofalo era una testimone di giustizia
Ancora oggi la memoria di Lea Garofalo viene spesso collocata, anche in ricostruzioni pubbliche e istituzionali, nell’universo dei collaboratori di giustizia. Lea non era una “pentita”. Non era una mafiosa. Lea Garofalo era una testimone di giustizia. Lo abbiamo scritto milioni di volte.
La differenza è necessaria: il collaboratore di giustizia proviene da un’organizzazione criminale e decide – per le sue esigenze personali (sconto di pena) – di fornire informazioni all’autorità giudiziaria. Il testimone di giustizia è un’altra cosa: è una persona perbene, estranea all’ambiente criminale che ha il coraggio di denunciare fatti dei quali è stata vittima o testimone.
Lea era nata e cresciuta in un contesto familiare legato alla ’ndrangheta, era stata la compagna di Carlo Cosco. Era la figlia e poi la sorella di due pezzi pesanti: Antonio (il padre), ucciso negli anni ’70 e Fifì (il fratello), ucciso nel giugno del 2005. Ma Lea non aveva mai commesso reati, non aveva scelto di appartenere alla criminalità calabrese. Non aveva condiviso la volontà criminale di quella famiglia. Al contrario, aveva deciso di spezzare quei legami, denunciare e sottrarre Denise a quel mondo.
Oggi, dal 2019 (anno della sua violenta morte), lo Stato burocrate non ha avuto il coraggio di cambiare il suo status. Oggi, lo Stato burocrate, ancora non ha chiesto scusa a Lea. Lo stesso Stato burocrate non ha fatto nulla per tutelare Denise.
Lea aveva scelto lo Stato, ma lo Stato non riuscì a salvarla
Lea Garofalo entrò nel programma di protezione nel 2002 (e ci restò sette lunghi anni) insieme a Denise. Visse innumerevoli difficoltà e anche maltrattamenti. La chiamavano la “pentita”, “quella puttana”, “la tossica”. Venne, sempre insieme a sua figlia, pure cacciata dal programma, poi riammessa dopo un ricordo al Tar e dopo la decisione favorevole del Consiglio di Stato.
Nel 2009 – dopo un tentativo di sequestro (5 maggio 2009) e dopo una lettera indirizzata all’allora Presidente della Repubblica Napolitano (aprile 2009) – tornò a Milano con la figlia.
Il 24 novembre dello stesso anno, dopo innumerevoli tentativi falliti – venne attirata, con l’inganno, in una trappola. In un’abitazione di piazza Prealpi, prestata ai Cosco.
Lea aveva scelto lo Stato. Lo Stato non riuscì a proteggerla fino in fondo.
I testimoni devono essere protetti quando sono vivi
La morte di Denise deve costringere, oggi, le Istituzioni a interrogarsi. Non basta mettere una persona sotto protezione. Occorre accompagnarla, ascoltarla e restituirle un’esistenza.
WordNews.it continuerà a raccontare le storie dei testimoni di giustizia, senza limitarsi alle commemorazioni e senza accettare le comode versioni ufficiali. Continueremo a ricordare che dietro ogni denuncia esistono persone in carne e ossa, con le loro paure, le loro fragilità e il diritto di non essere abbandonate.
Un Paese civile non aspetta la morte per accorgersi di chi ha avuto il coraggio di denunciare. Lo protegge e lo tiene in vita.
L’inchiostro degli ipocriti: tutti ricordano Denise, pochi l’hanno difesa quando era viva
Il grido del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto
A confermare che l’abbandono dei testimoni di giustizia non appartiene soltanto al passato è la lettera aperta di Gennaro Ciliberto, pubblicata da WordNews.it e indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, al Servizio centrale di protezione e a tutte le istituzioni competenti.
Ciliberto racconta il calvario vissuto da chi, dopo aver denunciato criminali e corrotti, entra in un sistema di protezione nel quale la burocrazia rischia di prevalere sulla vita delle persone. Denuncia la mancanza di un adeguato supporto psicologico, di una sicurezza effettiva e di quella considerazione umana che dovrebbe essere garantita a chi ha affidato allo Stato la propria esistenza e quella dei propri familiari.
Nella sua lettera descrive anni trascorsi ad attendere risposte a istanze essenziali, documenti gestiti in maniera sbagliata, cambi di generalità problematici e nuove fughe imposte da errori e inadempienze.
Il testimone di giustizia rivolge alle istituzioni una domanda durissima: che cosa sanno realmente della sofferenza di un cittadino onesto e della sua famiglia dopo una denuncia? Ciliberto parla da padre e da uomo che ha compiuto il proprio dovere, ma che oggi si sente trasformato in una pratica burocratica, in un numero accompagnato da una lettera.
«Questa non è una richiesta di carità», sottolinea, ma una pretesa di dignità, sicurezza, rispetto e diritti. Le parole conclusive della lettera sono un grido disperato che non può essere archiviato come uno sfogo: Ciliberto afferma di essere stanco di lottare quotidianamente per la propria vita e avverte che, se per ottenere attenzione bisogna morire, allora potrebbe essere soltanto una questione di tempo.
Sono parole gravissime. Dopo la morte di Denise, nessuna Istituzione potrà sostenere di non averle ascoltate. Non è più accettabile intervenire soltanto quando resta da celebrare una vittima. Il grido di Gennaro Ciliberto richiede una risposta immediata, concreta e pubblica.
WordNews.it continuerà a raccontare le storie dei testimoni di giustizia e a denunciare le storture di un sistema che rischia di punire proprio chi ha scelto la legalità.
Dalla ribellione di Lea Garofalo alla testimonianza di Denise Cosco, fino ai processi, ai permessi concessi agli assassini, alla morte di Rosario Curcio e alle responsabilità del sistema di protezione: il dossier completo di WordNews.it.
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