Siamo nel 1992 e iniziano le stragi: 23 maggio Capaci, 19 luglio via d’Amelio. Nei due anni successivi una serie di attentati hanno colpito il continente. Le più importanti sono stati nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993, la strage dei Georgofili; nella notte tra il 27 e il 28 luglio sono state colpite la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giorgio al Velabro di Roma e la stessa sera del 27 luglio una bomba esplose in via Palestro a Milano. Nel mezzo di queste esplosioni vennero eseguite un’altra serie di attentati che rientrano nella stessa strategia stragista:
- 12 marzo 1992 fu ucciso a Palermo l’onorevole Salvo Lima;
- il 4 aprile ad Agrigento fu ucciso il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli;
- il 27 luglio a Catania fu ucciso l’ispettore capo della polizia Giovanni Lizzio;
- il 14 settembre a Mazara del Vallo avvenne il fallito attentato al commissario Rino Germanà;
- il 17 settembre fu ucciso l’imprenditore mafioso e legato a Salvo Lima Ignazio Salvo;
- il 14 maggio 1993 avvenne il fallito attentato in via Fauro , a Roma, ai danni del giornalista Maurizio Costanzo;
- il 18 gennaio 1994, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, furono uccisi i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo;
- il 23 gennaio fallì l’attentato allo Stadio olimpico di Roma;
- il 14 aprile fallì l’attentato al collaboratore di giustizia Totuccio Contorno.
Nel mezzo abbiamo l’idea poi fallita dell’attentato a Pietro Grasso e al Ministro della Giustizia Claudio Martelli, il bossolo ritrovato al Giardino dei Boboli, l’idea di abbattere la Torre di Pisa e di riempire la spiaggia di Rimini siringhe infette. Molti di questi atti furono rivendicati dalla sigla “Falange Armata” di cui, ancora oggi, non sappiamo chi ne abbia fatto parte.
Ciò che però fa riflettere è ciò che successe a gennaio del 1994. Come abbiamo detto il 23 ci fu il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma, non andato in porto per un problema al telecomando, dove dovevano morire centinaia di persone tra cui molti carabinieri. Il 26 avvenne il famoso discorso “L’Italia è il Paese che amo“, parole con cui Silvio Berlusconi annuncia la sua discesa in campo e fonda il partito Forza Italia (alcuni dei suoi fondatori furono condannati per mafia), il 27 a Milano vennero arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano.
Ed è in questo contesto che negli ultimi anni si stanno muovendo le indagini tra forti scontri tra le varie procure, magistrati, familiari, politica e società civile.
Andando agli ultimi movimenti ai magistrati di Firenze, nel 2021, Giuseppe Graviano, condannato per le stragi senza mai collaborare con la giustizia anzi dichiarandosi estraneo, ha reso diverse dichiarazioni:
“Mio nonno, Filippo Quartararo, che lavorava nel settore ortofrutticolo, mi raccontò che aveva conosciuto Silvio Berlusconi attraverso un tramite il cui nominativo non conosco; Berlusconi gli aveva chiesto di operare un investimento di 20 miliardi di lire per le sue attività, con l’intesa di una partecipazione al venti per cento a tutte le attività ed ai proventi derivanti da tale investimento. Mio nonno non aveva questa cifra così esosa, ne ha parlato con mio papà. E allora si rivolse ad alcuni conoscenti coinvolgendoli nell’operazione. Mio nonno investì l’importo di quattro miliardi e mezzo di lire; le altre persone che investirono denaro insieme a lui erano Carlo Alfano, per l’importo di dieci miliardi di lire, poi Serafina, moglie di Salvatore Di Peri, Antonio La Torre detto Nino il pasticcere e Matteo Chiazzese, per l’importo residuo”
Ha parlato, poi, di “imprenditori di Milano” che non volevano fermare le stragi. Ha invitato a indagare sul suo arresto, avvenuto al ristorante Gigi il cacciatore il 27 gennaio del 1994, per scoprire i veri mandanti delle stesse stragi.
Sempre secondo Graviano a provare i presunti rapporti economici con Berlusconi esisterebbe persino “una carta scritta“, cioè una sorta di scrittura privata nella quale sarebbe contenuta non solo l’indicazione della somma investita, ma anche l’impegno da parte di Berlusconi a restituire quei soldi con gli interessi. Infatti ha dichiarato:
“Mio nonno mi ha raccontato questa vicenda dopo la morte di mio padre avvenuta il 7 gennaio 1982; egli mi disse che mio padre non aveva voluto sapere nulla di questa situazione e mi chiese di occuparmene insieme a mio cugino Salvatore Graviano con il quale ci siamo rivolti a Giuseppe Greco, il papà di Michele. Ad entrambi ho chiesto consiglio, raccontandogli tutta la storia dei rapporti tra mio nonno e Berlusconi”.
I pm gli chiesero se i Greco citati facevano parte di Cosa nostra, ma Graviano risponde così: “Sul punto non intendo fornire indicazioni”.
Successivamente il boss di Brancaccio sostiene di essere andato a Milano con il nonno e il cugino Salvatore per incontrare Berlusconi. Quell’incontro sarebbe avvenuto all’hotel Quark. Dopo le presentazioni
“mio nonno ha consegnato a mio cugino Salvatore una ‘carta’ che mi ha mostrato: era firmata da Berlusconi e da tutte le persone che avevano effettuato l’investimento e prevedeva l’impegno di condividere il 20 per cento di quanto era stato realizzato con l’investimento iniziale. La carta era stata predisposta da un professionista, non so dire se un notaio, un avvocato o in commercialista”.
Secondo Graviano quel documento “è ancora esistente ed è ancora conservato. Un giorno spero di poterlo recuperare”. Così il pm Turco chiede: “Perché non lo dice a noi e ci mette nelle condizioni di recuperarla questa carta?”. Ma il boss si rifiuta:
“No, perché devo coinvolgere delle persone che io non vorrei coinvolgere. Per adesso non vi posso aiutare su questo punto. Se mi volete credere mi credete. Questo documento era in possesso di mio cugino Salvatore; mi devo sentire con dei miei parenti che devono mettermi nelle condizioni di recuperare il documento; non ho interesse a recuperare il denaro, ma solo a far rispettare l’impegno e a far emergere la verità”.
Tutto ciò è uscito grazie alla pubblicazione del verbale dell’interrogatorio pubblicato da Lirio Abbate su l’Espresso. Graviano continua affermando che
“l’intendimento mio e di mio cugino è sempre stato quello di ottenere da Berlusconi la formalizzazione dell’accordo. L’ultimo incontro che ho avuto con Silvio Berlusconi è avvenuto nel dicembre 1993 nel corso del quale ci accordammo per formalizzare l’accordo di partecipazione societaria davanti ad un notaio per la data del 14 febbraio 1994″.
L’incontro dal notaio, però, non avverrà mai perché Graviano sarà arrestato insieme al fratello Filippo il 27 gennaio del 1994, ventiquattro ore dopo la discesa in campo di Berlusconi col celebre discorso su “l’Italia è il Paese che amo”.
Sempre davanti ai magistrati, il boss ha ripetuto che l’ultimo incontro con l’uomo di Arcore, quello del dicembre del 1993,
“avvenne in un appartamento a Milano 3 che Berlusconi aveva messo a disposizione di mio cugino Salvo; Berlusconi era accompagnato da due persone di cui non so riferire niente”.
Il mafioso ha persino descritto l’appartamento:
“Era piccolo, forse un paio di stanze, al primo o al secondo piano di una palazzina, c’era l’ascensore. Dalla finestra si vedeva una caserma dei carabinieri, sul davanti della palazzina la strada si attraversava per il tramite di un ponticello (ve n’era più di uno) che conduceva ad uno spazio antistante ad una piscina e più avanti vi era un albergo e un esercizio commerciale”.
Vennero fatti dei sopralluoghi per verificare l’esistenza dell’appartamento. I video vennero fatti vedere a Graviano dove ha continuato a parlare dicendo che:
“Sono convinto che io e mio cugino Salvatore siamo stati arrestati per impedirci di formalizzare l’accordo economico con Berlusconi, e le stragi sono cessate per addossare tutte le precedenti a me”.
A sentire Graviano in alcune occasioni Berlusconi avrebbe pagato parte degli interessi maturati:
“Nelle varie occasioni Berlusconi ha incontrato mio cugino Salvo dandogli il denaro in contanti. Mio cugino investì il denaro nella Iti caffè che stava andando in fallimento. Un’altra consegna è avvenuta quando è stato dato del denaro a Baiardo (favoreggiatore di Graviano ndr) per acquistare un appartamento ad Omegna”.
“Avrei potuto rendere dichiarazioni sulle stesse circostanze che vi ho riferito in ordine ai rapporti economici con Berlusconi. Poiché mi viene evidenziato che in tale racconto non vi è alcun riferimento a Dell’Utri, rappresento che comunque un legame sussiste”.
“Non hai fatto niente e ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni e i giorni passano, gli anni passano, sto invecchiando eh no, tu mi stai facendo morire in galera… senza io aver fatto niente. Che sei tu l’autore… io ho aspettato, senza tradirti, ma ti viene ogni tanto in mente di passarti la mano sulla coscienza se è giusto che per i soldi… tu fai soffrire le persone così”.
“In quel periodo c’erano… i vecchi, elezioni ….e lui […] anzi meglio, anzi, lui mi dice: “ci volesse una bella cosa” (ci vorrebbe una cosa bella ndr)”.
All’audizione di Graviano si sono opposti la Procura e l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Paolo Borsellino, ritenendo il boss inattendibile e paventando il rischio di un depistaggio delle indagini. Favorevole, invece, l’avvocato Fabio Repici, che assiste Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo.
“non deve essere letta, né interpretata, come un messaggio occulto, criptato o subliminale che Giuseppe Graviano intende veicolare verso l’esterno attraverso i canali giudiziari”.



