«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo … considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo», così Pier Paolo Pasolini definì lo sport più popolare e amato dello Stivale.
E come l’intero Paese e i riti, le rappresentazioni sacre, delle religioni anche il calcio in questi mesi si è fermato. Tra mugugni, chi voleva andare avanti ad ogni costo, tatticismi e giochetti di palazzo e di finanza, furbetti che hanno cercato di aggirare le norme anti contagio. E ora la frenesia di ripartire, in nome del profitto e di quel dio denaro che muove il sole e l’altre stelle dell’odierna società. Tentativi di ripartenze tra protocolli discussi e discutibili, società che fremono perché – riportano le cronache – temono per la moneta sonante dei diritti televisivi che si sono fatti anticipare mesi fa dalle banche e con bilanci a dir poco disastrosi: su 20 club di Serie A solo cinque hanno presentato l’ultimo bilancio in attivo (Napoli, Atalanta, Sampdoria, Sassuolo e Udinese) e solo 3 (Cagliari, Napoli, Torino) non hanno debiti con le banche.
Girano milioni, quelli degli spot delle scommesse (fermati in nome di un’etica che cerca ancora di sopravvivere e di un dramma che coinvolge milioni di italiani), di cartellini scintillanti e di tanto altro. E, come il Paese reale, come la politica politicante e le forti lobby industriali, anche il calcio è partito con i timori di crack economici, di un’esplosione di disoccupati, della povertà dei piccoli e poi occupa tutto il tempo, le attenzioni e i riflettori per i colossi multimilionari.
Sono stati mesi di stop, di chiusure e clausure, di disperazioni e riflessioni. Un tempo drammatico e senza futuro in cui tentare di costruire, immaginare e dare spazio ad un futuro diverso. In queste settimane abbiamo letto e sentito tante analisi e dissertazioni sullo stile di vita da cambiare, sullo stravolgimento che non ci farà mai essere come prima, su come riformare e mutare, su come ci viene imposta una direzione radicalmente nuova.
Ora che stentando e timorosi ci si avvia verso una possibile ripartenza anche nel calcio si parla di riforme e di cambiamenti netti da fare. Ma giorno dopo giorno risalgono prepotenti sempre gli stessi mali, le stesse cordate di potere, le solite furbizie e divinità pagane. Il gattopardo è tornato sul suo trono. Nelle settimane del lockdown fiumi di parole impetuosi hanno attraversato giornali, trasmissione televisive, video riunioni e tanto altro. Potevano, anzi probabilmente dovevano, essere l’occasione per riflettere su se stessi, per interrogarsi su tutto il mondo «sportivo» (le virgolette non sono casuali), per ribaltare le consolidate egemonie che si son divorati quello che una volta veniva definito «il campionato più bello del mondo». Invece nell’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, fedele ai propri riti, non si è visto nulla di tutto questo. Ed è sceso il silenzio più totale, la rimozione assoluta sull’altra faccia della luna, sugli aspetti più degradati e degradanti del business, dei clan, del paese sporco che irrompe anche nel calcio. Ultima rappresentazione del nostro tempo anche in questo. Rimosso come, nelle scorse settimane, accaduto per il ricordo di Oliviero Beha.
Il 13 maggio è stato il terzo anniversario della morte dello zorro broltone che tante volte ha sferzato il calcio e i suoi palazzi, svelando l’insvelabile e accendendo i riflettori sulla parte meno edificante dello sport meno sportivo che c’è in Italia.
Dal 1982, quando violò con un’inchiesta coraggiosa e unica, l’inviolabilità del sacro mito del «Mundial» all’ultimo articolo ha sempre denunciato affari e giochi di palazzo, il lato sporco e marcio del paese nel paese che è il grande calcio: nel suo ultimo post su facebook – 5 giorni prima della scomparsa – lo definì «una landa opaca in cui competenze, sentimenti, emozioni, denaro, denaro, denaro finiscono in un buco nero in cui è difficile distinguere qualunque cosa». Quel denaro che Giovanni Falcone insegnò che è necessario seguire per capire e svelare tanti intrighi, affari sporchi, mafie.





