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Padre Pino Puglisi, il coraggio di chi ha combattuto la schifosa mafia e la connivenza dei mediocri

by Alessio Di Florio
16 Settembre 2020
in Il Guastafeste
Reading Time: 5 mins read
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Il 15 settembre 1993 la mafia uccise padre Pino Puglisi. Il suo coraggio, la sua instancabile opera accanto ai giovani di Brancaccio per costruire un’alternativa alla schifosa mafia, per la legalità e la convivenza civile contro la violenza e l’oppressione criminale erano una vittoria troppo grande per i clan di Palermo. Erano gli anni in cui Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri furono sacrificati da personaggi infedeli dello Stato sull’altare della trattativa Stato-mafia; l’anno dopo la camorra assassinò don Peppe Diana il cui impegno era nello stesso solco di padre Pino. Quattro mesi prima dalla Valle dei Templi l’allora papa Giovanni Paolo II gridò il suo forte anatema contro i mafiosi e la loro «cultura della morte».

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Papa Francesco, seguendo il solco tracciato da quelle parole, negli anni scorsi è stato chiaro e netto: i mafiosi sono da considerarsi scomunicati, esprimendo una totale condanna della mafia e dei sistemi criminali. Padre Pino Puglisi, don Peppe Diana, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Pippo Fava: potremmo proseguirlo per pagine e pagine l’elenco di coloro che hanno denunciato, documentato, combattuto e costruito un’alternativa di libertà e civiltà contro le mafie è sterminato. E ogni anno vengono ricordati e celebrati: l’elenco di cerimonie, discorsi e tanto altro è lunghissimo. Ma la memoria può essere un inganno, una trappola, uno specchio nel quale non ci si riflette. Non sono morti per essere issati su laici altarini davanti ai quali risciacquarsi in moderni arni le coscienze e non si sono sacrificati per uno strapuntino sul calendario. Indicano un cammino, hanno seminato lì dove a tutte e tutti noi tocca doverosamente continuare. La memoria che non è impegno, che non è cammino, che non è sporcarsi le mani quotidianamente – perché come disse don Lorenzo Milani non serve avere le mani pulite se rimangono in tasca – è un’offesa a loro ed è falsa come una moneta da tre lire in tempi di euro.

Ricordiamoli, commuoviamoci, lasciamoci incendiare l’animo davanti a loro. Ma non chiudiamo gli occhi di fronte a chi quotidianamente, alle latitudini più diverse, nei nostri comuni e parrocchie ogni giorno si muovono in senso opposto offendendo tutti noi, favorendo il marcio che tracima dalle fogne della società, un marcio connivente, colluso, violento e schifosamente succube della sub-cultura mafiosa e criminale, della morte civile e dell’accoltellamento dell’avvenire di tutti noi. Padre Pino Puglisi e don Peppe Diana – così come altri preti, giornalisti, magistrati, forze dell’ordine, attivisti, militanti, cittadini ancora oggi, ogni giorno – non si sono mai tirati indietro, non hanno mai tentennato, non si sono mai nascosti dietro se, ma, difficoltà, paure.

Abbiamo invece, incredibilmente molto lontano dalle trincee dell’impegno più forte, altri presunti «uomini di Dio»  la scomunica ai mafiosi l’hanno presa con fastidio e l’hanno considerata come facili parole di chi non sa quel che dice e che non vive nella realtà. Perché per lor signori, timorati sicuramente del portafoglio e dell’interesse egoistico ma dubitiamo di Dio e dell’umanità, vivere la realtà significare accettare, chinare il capo, rimanere in silenzio. Il coraggio contro le mafie, la denuncia, l’impegno alla costruzione di un’alternativa non è opera di libertà ma chiacchiere morte ed inutili, davanti a cui tentennano e provano fastidio.

Non hanno provato fastidio quando hanno accolto il rampollo di uno dei boss più sanguinari e assassini, simbolo di Cosa Nostra e dei sistemi criminali mafiosi, capace di definire Giovanni Falcone un «coso» e davanti a cui ancora oggi ci sono mafiosi che si «scappellano», che ha portato avanti iniziative disgustose e nauseanti di esaltazione della propria famiglia e delle sue radici mafiose. Questi finti timorati lo hanno accolto, felici e contenti (e chissà le casse) così tanto da aver chiamato la madre, vedova del boss dei boss, per festeggiarne tutti insieme il compleanno. Questi soggetti considerano invece ipocrita e attaccano con ferocia e violenza chi giudica, chi vuol tenere lontano, chi rimane sconcertato di fronte ad un mafioso mai pentito e rendento, ad un mafioso imbevuto di sotto cultura mafiosa, tronfio e felice di essere mafioso, figlio di mafiosi. Sono gli stessi soggetti che rilanciano testi vergognosi e pericolosi sull’attuale pandemia mondiale, esaltando l’egoismo di chi se ne frega dei morti e dei malati, dei deboli e dei più fragili.  

La Costituzione Italiana prevede la rieducazione e la riabilitazione di chi è condannato al carcere, che deve avvenire al termine di un percorso di rientro nella società, di ammissione delle proprie colpe e di costruzione, lì dove possibile, di una vita diversa, rispettosa del vivere civile e non violenta. In questo percorso non è previsto l’arbitrio violento, le risse e l’alzare le mani persino contro l’infanzia o insultando con frasi disgustose, espressione del più becero maschilismo, ragazze che si incontrano davanti un locale. E arrivando ad attaccare, insultare, offendere, emarginare ed allontanare chi chiede rispetto, di tornare nei binari della legalità e della convivenza, timoroso persino della propria sicurezza personale di fronte ad un branco di violenti esaltati davanti a cui si tace e si è complici omertosi per convenienza personale o brama di protagonismo e profitto.

Padre Pino Puglisi e don Peppe Diana hanno dedicato ai giovani la loro vita, hanno visto in loro il seme della nonviolenza e del futuro, di una convivenza libera e civile. Li hanno accolti, accarezzati, guidati e non trattati a furia di grida inconsulte e di cinghiate, di parole al vento ed esempi negativi e vergognosi.

Ricordiamo chi è morto, chi è stato assassinato e si è sacrificato per tutte e tutti noi. È doveroso ringraziarli ed omaggiarli. Ma proprio per questo non possiamo tacere: altrimenti grideranno le pietre e girare la testa dall’altra parte e far finta di nulla di fronte alle quotidiane contro testimonianze di cui in quest’articolo si è riportato solo un elenco minimo.

Chi tace ed accetta è complice, è omertoso, è criminale, violento e mafioso come e più del mafioso figlio di mafiosi già citato.  

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2020-09-16 12:19:02

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore della redazione abruzzese di Pressenza e di TeleJato.it. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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