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Proteggiamo Pasolini, la sua memoria ed eredità

by Redazione Web
2 Novembre 2020
in Approfondimenti
Reading Time: 9 mins read
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Perché dobbiamo proteggere Pasolini? Perché Pasolini sta pericolosamente cadendo nel "social pop" e questo non va bene. Niente affatto.

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Pasolini è considerato uno dei più grandi intellettuali del Novecento (il più citato ma il meno conosciuto) personalità poliedrica che da bambino sognava di entrare nell'esercito per poi desiderare di diventare uno storico dell'arte. Alla fine Pier Paolo Pasolini diventerà “scrittore” come era segnato nella sua carta di identità.

Pasolini non è solo «T'insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece», il famoso insegnamento del pedagogo al suo alunno  Gennariello in Lettere Luterane (Einaudi, 1976) che in realtà è «Ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello». Questo bellissimo insegnamento viene molto spesso decontestualizzata. A essere vittima di queste decontestualizzare è spesso viene il suo «Io so» che a posteriori sembra così profetico, forte, un urlo.

Un urlo fermo che troviamo nell'articolo scritto per il Corriere della Sera ed intitolato Cos'è questo golpe? Io so (14 Novembre 1974). Pasolini non è solo Petrolio (Einaudi, 1992), la sua opera postuma, incompleta e che appare così più affascinante e ci invita a leggerla. In Petrolio Pasolini aveva intenzione di scrivere un romanzo: «Ho deciso di fare un'opera scandalosa e questa volta la farò fino in fondo». Questa opera scandalosa doveva essere accompagnata da alcuni scatti realizzato da Dino Pedriali. Che cosa rimane di Petrolio nel 1975? I suoi Appunti.

Pasolini non si è mai definito linguista ma ha dato un forte contributo alla lingua italiana, soprattutto  per la parte dedita al dialetto. Proprio il 21 ottobre 1975 Pier Paolo Pasolini interverrà in difesa del dialetto nella biblioteca del l liceo classico Palmieri di Lecce intitolata “Volgar' eloquio”. Agli studenti si presenterà così: «Devo dirvi che io non so parlare, non saprei mai  fare una conferenza o una lezione, e quindi direi di passar quasi immediatamente al dibattito».

Pasolini è conosciuto per il suo romanzo Ragazzi di Vita (Garzanti, 1955), dove Pasolini calca il dialetto romano con il gergo delle borgate romane. Ma prima di Ragazzi Di Vita troviamo la sua prima raccolta poetica interamente scritta in lingua friulana Poesie a Casarsa (Libreria Antiquaria Mario Landi,1942), una lingua che fino ad all'ora era stata solo ed esclusivamente un suono e Pier Paolo Pasolini decise che quel suono doveva essere trascritto iniziando proprio dalla parola rosada. 

Pasolini però non è solo uno scrittore, è un intellettuale vivo,  che si confronta con la realtà, la osserva, ci vive, l'affronta, la spoglia, tuffa tutto il suo corpo. Pier Paolo Pasolini non è il classico intellettuale che osserva in silenzio in compagnia dei suoi libri, nel suo rifugio: Pasolini si getta nella folla, la vive, non ha paura. E tutti questi aspetto ce lo fanno amare, ammirare, lo rendono unico ma Pasolini va protetto, va letto, coperto, riscoperto, va rispettato.

Pasolini non è un giocattolo, è un umano, una pelle che incarna vizi, gentilezza. Pasolini è un figlio, un fratello, un ragazzo che non imbraccia nessun'arma se non la penna e la scrittura. È questa la sua Resistenza.

Nel 1950 Pasolini si trasferisce nella capitale italiana: Roma. Pier Paolo Pasolini sarà anche regista, esordendo con Accattone (1961), un regista poeta, che porta sulla settima arte il mondo del sottoproletariato dove gli attori non sono attori ma persone autentiche, appartenenti a quel mondo. Quel regista poeta non sa niente sulla tecnica cinematografica ma i suoi primi piani sono un qualcosa di straordinario, destinati a rimanere nella storia del cinema italiano e non solo. Nel suo cinema troviamo molti  autori della seconda arte: da Giotto a Velásquez. L'unica certezza in Pasolini è che non si è mai certi. Pasolini sorprende, molto spesso scandalizza ma tutta la sua opera è una sorpresa. Sorprenderà anche quando deciderà di fare un film che rappresenterà sul Vangelo Secondo Matteo: lontano dal Gesù biondo, occhi azzurri, capelli lunghi, molto hollywoodiano. Il suo Cristo deve essere un poeta ma lo troverà nei lineamenti di Enrique Irazoqui (recentemente scomparso).

Pasolini è anche L'odore dell'India (Longanesi, 1962), non un profumo ma un odore, una prima volta che lo lascerà innamorato. È un Pasolini che decide di conoscere, di osservare l'India durante la notte «io vado in giro, perdutamente solo, come un segugio dietro le peste dell’odore dell’India. […]Le strade sono ormai deserte, perdute nel loro polveroso, secco, sporco silenzio. Hanno qualcosa di grandioso e insieme di miserabile.»

L'ultimo Pasolini è un Pasolini preoccupato, bestemmia che “Siamo tutti in pericolo”, è un Pasolini teso che si è reso conto della grande e disumana violenza che sta colpendo la società. Proprio in quell'incontro  del 1 novembre 1975 con Furio Colombo, l'intervistato decide di non accendere la luce ma urlerà a bassa voce: «La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per "scegliere"». Queste parole uscirono postume su La Stampa-Tutto Libri l'8 novembre 1975.

Lettere Luterane (Einaudi, 1975) è di una potenza disarmante. Scritti Corsari (Garzanti, 1975)  è un inno a riflettere sempre, ad analizzare, a capire, senza correre ai ripari dei pregiudizi. In Teorema (Garzanti, 1968) Pasolini decide di ascoltare il suo urlo  ponendolo in versi «Ad ogni modo questo è certo: che qualunque/ cosa/ questo mio urlo voglia significare,/ esso è destinato a durare oltre ogni possibile/ fine».

L'ultimo ritratto vero, reale di Pasolini è quello di un uomo che nonostante il forte pestaggio è ancora vivo, aggrappato fortemente alla vita perché la ama ferocemente e disperatamente.

Perché ci piace Pasolini? Ci piace per la sua contraddittoria coerenza, il suo essere fedele a sé stesso. Ci piace per il suo coraggio, per la sua lucidità. Siamo d'accordo con lui anche quando non lo siamo e cerchiamo così fortemente di capirlo, di comprenderlo. Quando lo leggiamo, accarezziamo la sua parola che ci appare così forte, invincibile, violenta, aggressiva che in realtà è amore e dolcezza.

Continuiamo a leggerlo, attratto dal suo modo di scrivere, di scegliere e di porre ogni parola dove anche una virgola ha un peso disarmante: Pasolini sembra conoscerci, più di noi stessi. E quando scopriamo la sua morte, ci troviamo nelle parole di Oriana Fallaci: avremmo voluto trattenerlo, senza farlo andare via. Ci piace per la sua voce, per la sua gentilezza in quei lineamenti assai marcati. Ci piace perché era così tremendamente vicino, direttamente interessato che sembra irraggiungibile, protetto dalle sue lenti. Lo abbiamo forse vissuto come un  personaggio senza mai considerarlo una persona?

Pasolini non merita di diventare un oggetto di consumo, un oggetto Pop da citare quando non sappiamo cosa dire o una didascalia fotografica. Lo dobbiamo proteggere da tutto questo. Non deve diventare lui stesso il protagonista sotto una chiave contemporanea de La Rabbia.

Dobbiamo prendere la mano di Pasolini, stringerla più forte che si può, perché solo così si può comprendere, e dal comprendere si può creare e costruire. Perché Pasolini è stato anche un pedagogo, un pedagogo che ancora oggi ci offre tanto e che a volte si diverte nel diventare complice dei suoi lettori che amavano scrivergli e che aspettavano con tutto l'entusiasmo la risposta dal loro scrittore.

Non basta ricordarlo solo il 2 novembre.

Il 2 novembre 1975 non è solo morto Pasolini, è morta una persona, un figlio, un amico, una madre perde per la terza volta un figlio. I lettori da quel 2 novembre sono rimasti orfani di quella penna, di quella Olivetti che non sempre era d'accordo. Una penna che aveva cessato di amare i giovani.

Lunga vita a Pier Paolo Pasolini.

 

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

 

Leggi anche:

– «Questa è la mia verità, ma non posso documentarla»

- «Siamo tutti in pericolo». L’ultima intervista di Pasolini (di Furio Colombo)

- Profezia

- Un intellettuale scomodo

– La realtà

- Poesia in forma di rosa

 

 

- Cos'è questo golpe? Io so

- Supplica a mia madre

- Ballata delle madri 

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2020-11-02 16:19:24

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