È passato ormai quasi un mese dall’arresto di Matteo Messina Denaro e l’onda mediatica, al contrario di quanto accaduto troppe volte negli anni di fronte mafie e sistemi criminali, sta proseguendo. Un’onda in cui grandi televisioni e giornaloni ci hanno ammorbato anche con ogni dettaglio da mero gossip.
Piuttosto che intrattenerci con queste chiacchiere futili interesse pubblico dovrebbe essere accendere i riflettori su fiancheggiatori e complici, sugli affari dei suoi sodali economici (che sfiorarono non dimentichiamolo mai il governo giallonero mentre il sottosegretario di un precedente governo è stato condannato in via definitiva e da dicembre è in carcere) e politici, quali potentati e padrini si sono accresciuti e rafforzati accanto all’ex primula rossa, quale ruolo effettivo avesse ormai Matteo Messina Denaro e quali ruoli ed equilibri nelle mafie siciliane e non solo.
Cercando di portare avanti il nostro compito da settimane stiamo cercando di raccontare, approfondire, ricordare. Quando si fa riferimento a Matteo Messina Denaro la memoria doverosamente torna al piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito, ucciso e sciolto nell’acido per ricattare il padre e impedirgli di continuare ad essere collaboratore di giustizia. Messina Denaro fu uno dei mandanti insieme a Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Giuseppe Graviano. Dopo l’arresto e l’arrivo nel carcere aquilano la street artist Laika Di Matteo ha realizzato, nei pressi dell’istituto penitenziario, il murales nella foto di copertina.
Rimosso dopo alcuni giorni, la memoria di Giuseppe Di Matteo a pochi passi dal carcere in cui si trovano Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano a quanto pare ha dato fastidio a qualcuno …
Vincenzo Chiodo, uno degli ultimi carcerieri (Giuseppe Di Matteo fu rapito il 23 novembre 1993 e assassinato l’11 gennaio 1996) e tra gli esecutori materiali dello strangolamento e dello scioglimento nell’acido del bimbo, ha raccontato nei dettagli in tribunale durante un’udienza il 28 luglio 1998 come avvenne il barbaro e disumano crimine.
«Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era … come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle … anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro … cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba … e una parte … però era un attimo perché sono andato … uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era … cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire».
Don Maurizio Patriciello si trovava a Palermo il giorno dell’arresto di Matteo Messina Denaro e, ha raccontato sui social, è «stato qualche anno fa, a San Giuseppe Jato, nel covo dove, dopo 779 giorni di orribile prigionia, fu strangolato il piccolo Giuseppe Di Matteo, prima di essere sciolto nell’acido» in cui gli «sembrò di scendere all’inferno». Per ricordare il piccolo Giuseppe Di Matteo e come importante segnale di lotta alle mafie Patriciello ha lanciato l’appello ad intitolargli strade in ogni città. «Insieme al mio carissimo confratello Don Fortunato Di Noto e a tante persone buone, e interpretando il desiderio della stragrande maggioranza di italiani, chiediamo che in ogni paese siciliano – e non solo – venga intitolata una strada al “Piccolo Giuseppe Di Matteo. Martire della mafia”» scrive don Maurizio – o giovani di oggi e di domani debbono conoscere il calvario cui fu sottoposto questo loro innocente coetaneo. Perché non abbia a ripetersi mai più. Per non dimenticare. Per sperare di essere domani migliori di come fummo ieri».
«Il covo di Matteo Messina Denaro sarà trasformato in luogo di legalità. Così dicono. Andranno a concludere manifestazioni … mi aspetterei che si facesse una processione/manifestazione al luogo dove fu ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo» ha scritto don Fortunato Di Noto rilanciando l’appello di don Maurizio Patriciello: «mi piacerebbe che ogni città siciliana dedicasse una via al piccolo Giuseppe e ai bambini vittime dalla mafia. Già chiesta da Padre Maurizio Patriciello e che trova la mia assoluta condivisione». «La Sicilia e i siciliani onesti meritano di più, molto di più – ha concluso il fondatore di Meter – facciamolo per i bambini di ieri, di oggi, del futuro. Contro l’acido corrosivo della mentalità mafiosa».





