Uno dei condannati per l’assassinio di Lea Garofalo è stato dichiarato ufficialmente suicida in carcere, i funerali sono stati celebrati nelle scorse settimane. In Chiesa e con tante presenze di ogni livello o quasi. Nel merito della vicenda, di cosa è accaduto e delle successive reazioni il nostro direttore Paolo De Chiara sta pubblicando sin dall’inizio (siamo stati i primi a dare la notizia della morte di quanto accaduto il giorno dei funerali) svariati articoli. Non sarà questa la sede in cui aggiungere altro.
C’è invece una circostanza su cui è doveroso tornare e sottolinearla.
Esattamente trent’anni fa Papa Giovanni Paolo II gridò da Agrigento quello che fu definito un anatema contro i mafiosi, è considerata la prima scomunica della Chiesa nei confronti degli appartenenti alle organizzazioni mafiose.
Quattro anni fa, citate qui in Abruzzo da chi si espresse sulle attività del terzogenito di Totò Riina e il comportamento di larghi settori sociali nei suoi confronti, Papa Francesco andò ancora oltre affermando che un mafioso è scomunicato di fatto, che chi è mafioso si pone automaticamente fuori dalla Chiesa. Chi è scomunicato, secondo diritto canonico e antica tradizione di Santa Romana Chiesa, non può accostarsi ai sacramenti e non può ricevere l’estremo saluto dentro le sacre mura. Stesso trattamento riservato, anche se negli ultimi decenni pare attenuarsi, nei confronti dei divorziati risposati (senza nessuna distinzione se si è divorziati, per esempio, per fuggire da violenze e abusi o se il coniuge si è rivelato criminale) o di altre categorie.
Ci si aspetterebbe, quindi, soprattutto dopo le parole di Bergoglio di quattro anni fa, determinati comportamenti conseguenti. Al di là del merito della vicenda che stiamo raccontando in queste settimane, su cui come già sottolineato oggi non si vuol entrare minimamente, c’è una circostanza che rimanda a quanto riportato in questo articolo sulle scomuniche di Woityla e dell’attuale suo successore sul soglio di Pietro. Dalla Curia arcivescovile ci hanno risposto che quelle scomuniche sono state solo verbali, nulla c’è di scritto da parte del Pontefice o di altri di competenza e quindi di fatto non esiste. Sono personaggi pienamente nella comunione di Santa Romana Chiesa, possono accostarsi ai sacramenti e nulla impedisce loro di essere parte integrante della Chiesa Cattolica.
Non fu la stessa cosa tredici anni dopo l’anatema di Woityla e tredici anni prima delle parole di Bergoglio con (anzi contro) un malato di distrofia muscolare ormai incatenato al letto del dolore e della sofferenza. Quanti lo ricordano? Non sono passati ancora vent’anni ma dalla memoria collettiva è stato rimosso o quasi. Quanti ricordano ancora Piergiorgio Welby? E le motivazioni per cui qualcuno decise di sbarrargli le porte delle sacre mura?
Abbiamo ricordato cosa accadde nel 2006 in un nostro articolo nell’aprile dell’anno scorso. Tornare ad esercitare memoria, ritornare a scrivere cosa accadde con (anzi, ribadiamo, contro) Welby è più che doveroso.
«Sono io personalmente che ho preso quella decisione per un motivo di ordine logico»
(Camillo Ruini, vescovo, all’epoca presidente della CEI)
«Nessuna pietà per chi soffre. Ci sono motivi di ordine logico. E quindi un solo istante è bastato per spazzare via la sofferenza di un uomo e tutti i bei discorsi catechistici sulla pietà e sull’amore cristiano» si scrisse all’epoca in un articolo sul sito dell’associazione PeaceLink. Questo uno stralcio di quell’articolo: « Le parole di Ruini fanno paura, spaventano, violentano. Nella chiesa che santifica il confessore di Francisco Franco e dimentica il vescovo che sfidò la dittatura militare salvadoregna questa è la situazione. […]
Alcune settimane fa un politico italiano di un partito sedicente cattolico ha affermato che i politici italiani sono giustificati a frequentare le prostitute perché i loro stipendi sono troppo bassi per garantire anche le trasferte nella capitale alle famiglie.
Quindi in mancanza della propria moglie i poveri parlamentari devono rivolgersi altrove … Né Ruini né altri moralisti italici hanno detto una sola parola. […]
Le ambiguità, le omissioni, i moralismi a buon mercato, lo sfruttare la propria posizione di potere è violenza. È violenza allo stato puro. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e straordinaria voce profetica della Chiesa degli “ultimi” in Italia, ha affermato che Ruini non rappresenta nessuno.
Bisognerebbe spiegarlo ai baciapile dell’informazione omologata e accucciata che immediatamente hanno rilanciato le sue parole …».





