Alessio Cordaro e Salvo Palazzolo, siete arrivati terzi nella sezione letteraria della II Edizione del Premio Nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini con il libro “Se muoio sopravvivimi”. Un vostro pensiero su questo premio e vi aspettavate questa posizione?
Ricevere un riconoscimento legato al nome di Pier Paolo Pasolini rappresenta per noi un grande onore. Pasolini è stato una voce libera, capace di raccontare le contraddizioni della società senza arretrare di fronte alla verità. Sapere che il nostro lavoro è stato premiato in un contesto che porta il suo nome ci riempie di gratitudine. Più che la posizione in classifica, ciò che conta è che la storia di Lia Pipitone continui a essere letta, conosciuta e condivisa. Non avevamo aspettative particolari, quando si scrive una storia così dolorosa e importante, l’obiettivo è contribuire a mantenere viva una memoria che per troppo tempo è stata soffocata dal silenzio.
Avete ricevuto il terzo premio con il libro “Se muoio sopravvivimi” per Zolfo. Chi era Lia Pipitone?
Lia Pipitone era una giovane donna palermitana che ebbe il coraggio di rivendicare il diritto di essere libera. Figlia di un importante esponente mafioso, scelse di allontanarsi da quel contesto e di costruire autonomamente la propria vita, le proprie relazioni e il proprio futuro. In un ambiente dominato da regole ferree e da una cultura patriarcale che pretendeva obbedienza assoluta, quella scelta venne considerata una colpa imperdonabile. Lia è diventata il simbolo di tutte quelle donne che hanno pagato un prezzo altissimo per difendere la propria libertà e la propria dignità.

Stiamo parlando della Palermo degli anni ’80. Quanto era difficile ribellarsi alla mafia soprattutto per lei che la aveva in famiglia?
Era estremamente difficile. Negli anni Ottanta la mafia esercitava un controllo capillare sul territorio e sulle vite delle persone. Per Lia, però, la sfida era ancora più complessa perché il nemico non era soltanto fuori casa, ma anche dentro le mura domestiche. Ribellarsi significava rompere non solo con un sistema criminale, ma con una struttura familiare e culturale che pretendeva sottomissione. La sua scelta richiese un coraggio straordinario. Lia non impugnò armi né cercò vendetta, rivendicò semplicemente il diritto di vivere secondo la propria coscienza. Ed è proprio questa semplicità a rendere la sua storia così potente e attuale.
Cosa manca ancora da parte dello Stato in questa storia?
La storia di Lia Pipitone rappresenta ancora oggi una ferita aperta non soltanto per la sua famiglia, ma anche per il nostro Paese. Nonostante le sentenze, le indagini e gli elementi che hanno fatto emergere il contesto mafioso in cui maturò il suo omicidio, Lia non è ancora riconosciuta ufficialmente come vittima innocente di mafia. Questo accade a causa di un vuoto normativo che, nei fatti, finisce per negare tutela e riconoscimento a chi, come lei, è stata uccisa proprio perché ha scelto di ribellarsi alla cultura mafiosa.
Paradossalmente, Lia è vittima di una delle forme più crudeli di violenza mafiosa, quella consumata all’interno della stessa famiglia. Era la figlia del proprio carnefice, un boss mafioso che non tollerava la sua volontà di essere una donna libera. Eppure, ancora oggi, le istituzioni non hanno trovato il coraggio e la responsabilità di certificare formalmente ciò che la storia e i fatti raccontano con chiarezza, Lia Pipitone è una vittima innocente di mafia.
Quello che manca, quindi, non è soltanto una norma capace di colmare questa lacuna, ma anche la volontà politica e istituzionale di guardare questa vicenda senza esitazioni, riconoscendo finalmente a Lia la dignità che le spetta. Perché il riconoscimento non sarebbe soltanto un atto di giustizia nei confronti della sua memoria, ma un messaggio forte a tutte le donne che ancora oggi combattono contro ogni forma di sopraffazione e di cultura mafiosa.
Quanto, dopo il suo omicidio, ha impattato la storia di Lia nella lotta alle mafie?
Per molti anni la storia di Lia Pipitone è rimasta confinata nel silenzio e nell’oblio. Raccontarla attraverso il libro “Se muoio sopravvivimi” ha rappresentato un punto di svolta fondamentale. Quel lavoro di ricerca, memoria e divulgazione ha contribuito a riportare l’attenzione pubblica e giudiziaria sul suo caso, favorendo la riapertura dell’inchiesta e consentendo a una nuova generazione di conoscere una vicenda che rischiava di essere dimenticata.
Oggi Lia è diventata un simbolo di libertà e di resistenza alla cultura mafiosa. La sua storia ha superato i confini della cronaca per trasformarsi in un patrimonio collettivo, capace di ispirare associazioni, scuole, movimenti e cittadini impegnati nella promozione della legalità.
Tra le realtà che hanno scelto di raccogliere il suo testimone c’è il figlio Alessio Cordaro, che ha fondato l’associazione di promozione sociale “Ali per Lia”, con l’obiettivo di realizzare un museo commemorativo dedicato alla madre, un luogo vivo, aperto alla città, che possa diventare uno spazio di aggregazione, formazione e crescita per giovani e donne.
Anche Libera Contro le Mafie ha riconosciuto il valore simbolico della sua storia, intitolando a Lia Pipitone quattro presìdi territoriali a Modica, Latina, Parma e Belluno, affinché il suo nome continui a parlare alle nuove generazioni come esempio di coraggio e libertà.
A Palermo, inoltre, la Millecolori APS – ETS ha fondato un Centro Antiviolenza intitolato a Lia Pipitone, creando un presidio concreto di sostegno e tutela per le donne vittime di violenza.
Questi risultati dimostrano che la mafia può togliere una vita, ma non può spegnere un’idea. Oggi Lia continua a vivere nelle coscienze di chi sceglie la libertà, nella voce di chi racconta la sua storia e nell’impegno quotidiano di tutte quelle realtà che hanno trasformato il suo sacrificio in un seme di cambiamento sociale e culturale.





