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Ma davvero ci siamo ridotti così?

Il caso “Open Arms” e le minacce ai Pm.

by Antonino Schilirò
29 Settembre 2024
in Attualità
Reading Time: 5 mins read
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Iniziamo dai fatti.

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Tra il 1 e il 10 agosto 2019 la «Open Arms» era intervenuta tre volte al largo della Libia, soccorrendo più di 150 migranti. Fin dall’inizio la ONG aveva chiesto alle autorità italiane di poter attraccare in un porto del nostro paese. Intanto, però, il 5 agosto il Senato aveva approvato il cosiddetto «decreto sicurezza bis», fortemente voluto da Salvini, che, tra le altre cose, dava al governo il potere di vietare a qualsiasi nave l’ingresso nelle acque e nei porti italiani dove presentasse una minaccia per la sicurezza nazionale. Un provvedimento la cui legittimità è apparsa da subito controversa:

il soccorso in mare in caso di pericolo e il diritto di asilo, infatti, sono regolati da numerose convenzioni internazionali, recepite nel nostro ordinamento, che non possono essere scavalcate da una legge nazionale.

Però in base alla recentissima novità legislativa, il governo aveva risposto negativamente alla richiesta della «Open Arms», vietandole l’ingresso nelle acque territoriali italiane, con un provvedimento emanato dal ministero di Salvini, ma firmato anche dagli allora ministri dei Trasporti (Danilo Toninelli) e della Difesa (Elisabetta Trenta).

I legali di «Open Arms» avevano allora fatto ricorso al TAR del Lazio, che il 14 agosto sospese gli effetti del divieto d’ingresso. In quel momento la «Open Arms» era in navigazione, stracarica di naufraghi, già da quasi due settimane, e a bordo la situazione stava diventando sempre più difficile. Ma, grazie alla sentenza del TAR, il 15 agosto poté finalmente entrare nelle acque territoriali italiane e arrivare fino alle coste dell’isola di Lampedusa, dove chiese ufficialmente il permesso di sbarcare le persone soccorse. Ma Salvini si oppose resistendo e poi, alla fine, accettò di far scendere almeno i 32 minori che erano a bordo. Arrivati alla sera del 20 agosto, dopo 19 giorni, per ordine del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che lo impartì dopo aver visitato la nave e constatato le condizioni di sfinimento dei profughi fu consentito alle persone ancora sulla Open Arms di sbarcare.

A seguito di questi fatti, nel novembre 2019, Salvini venne indagato con l’accusa di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. Il Tribunale dei Ministri, recependo le conclusioni della Procura, nel febbraio successivo chiese al Senato l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro. Così il 30 luglio del 2020, il Senato diede al Tribunale di Palermo l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. La difesa, con l’avvocato Giulia Bongiorno, chiese il non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste”. Ma il GUP di Palermo ritenne che il processo fosse da fare, dando così l’avvio, in aprile, al dibattimento andato avanti per due anni e che in queste settimane è arrivato alla sua conclusione.

Fin da subito il commento del vicepremier, alla notizia della richiesta dei PM è stato:

“L’articolo 52 della Costituzione italiana recita che la difesa della patria è un sacro dovere del cittadino. Mi dichiaro colpevole di aver difeso l’Italia e gli italiani, mi dichiaro colpevole di aver mantenuto la parola data”

dichiarando che non avrebbe mai patteggiato la pena:

«No, non patteggio perché ritengo di aver difeso la sicurezza del mio paese e di aver mantenuto una promessa, da politico dissi ‘Votatemi e riduco gli sbarchi'”.

I PM, però, dopo aver ricordato che, dal punto di vista giuridico, «le convenzioni internazionali sono chiarissime», e che in base ad esse «non si può chiamare in causa la difesa dei confini senza tenere conto della tutela della vita umana in mare», hanno insistito nella requisitoria su un punto ancora più fondamentale:

«C’è un principio chiave non discutibile: tra i diritti umani e la protezione della sovranità dello Stato sono i diritti umani che nel nostro ordinamento, per fortuna democratico, devono prevalere».

Arriviamo a metà settembre di quest’anno quando dalla Procura di Palermo viene richiesta una condanna a 6 anni per il vicepremier Matteo Salvini, allora Ministro degli Interni, e alla richiesta dalle parti civili, poco dopo, al risarcimento per un totale di 1 milione di euro. Da qui tutti la classe politica italiana di centro destra ha lanciato accuse alla Procura di Palermo dichiarando inammissibile questa richiesta. Addirittura lo stesso Salvini fece un video di quasi 4 minuti che pubblicò su tutti i social e venne trasmesso per intero in alcuni programmi della TeleMeloni, dove dichiara:

“6 ani di carcere per aver bloccato gli sbarchi e difeso l’Italia e gli italiani? Follia. Difendere l’Italia non è un reato. Io non mollo, né ora né mai. Mi dichiaro COLPEVOLE di aver difeso l’Italia. Avanti, a testa alta” e da lì è partita pure una raccolta firme nelle piazze d’Italia per “ribadire che la difesa dei confini non è reato”.

Dopo tutti questi attacchi alla Procura di Palermo da parte di tutta la classe politica italiana di centro destra, a partire dalla Premier Giorgia Meloni, chiunque si è sentito legittimato ad insultare e minacciare la procura e i pm che portano avanti questo processo. Così, inevitabilmente, sono dovute scattare le misure di sicurezza allertando il Comitato per l’ordine e la sicurezza della prefettura perché valuti come intervenire, rafforzando eventualmente le misure di protezione. Stiamo parlando del procuratore aggiunto Marzia Sabella e dei sostituti procuratori Giorgia Righi e Gery Ferrara.

Ma davvero siamo arrivati a questo punto?

Attaccare, insultare e addirittura minacciare, facendo spendere tempo e soldi in più al “sistema Stato” per aver portato a processo un potenziale delinquente? (qualora verrà condannato). Siamo tutti innocenti fino a prova contraria quindi anche in vicepremier Salvini deve dimostrare la sua innocenza e se verrà condannato significa che ha violato la legge. Però poi ci si riflette e si capisce che si sta parlando di Salvini, del centro destra, del populismo che fanno aizzando chiunque per attaccare chi la pensa diversamente da loro o semplicemente chi vuole far rispettare la legge lavorando. Poi si vede il pacchetto di norme che stanno realizzando, tutti a favore dei pubblici amministratori, e allora si capisce del perché tutto questo.

In un incontro con l’Associazione Stampa estera Matteo Salvini dichiara:

“Una eventuale condanna non sarebbe un problema per me o preoccupante per me, sarebbe un enorme problema per l’Italia, per lo Stato di diritto, per il contrasto all’immigrazione clandestina, a livello internazionale sarebbe un precedente pericoloso. Sono convinto che la giustizia si pronuncerà in maniera sensata e serena, rimarrò in carica qualunque sia la sentenza che mi auguro di assoluzione. Ritengo che sia un processo politico, istruito dalle parti politiche della sinistra e conto che un giudice indipendente arrivi a conseguenze che a me appaiono ovvie. Se non fosse così in primo grado, fortunatamente in Italia ci sono altri due gradi di giudizio. Il giorno dopo la sentenza, se sarà di assoluzione sarò in ufficio a lavorare sull’alta velocità tranquillo, fosse di condanna sarò altrettanto in ufficio a lavorare sull’alta velocità tranquillo, un po’ più incazzato però in ogni caso in ufficio”.

Se ci siamo ridotti ad accogliere queste prepotenti dichiarazioni vuol dire che siamo arrivati al baratro.

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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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