(foto di quest’articolo particolare della copertina del libro)
I funerali di Papa Francesco sono ormai archiviati, passati alcuni giorni l’emozione collettiva si sta spegnendo e l’interesse è già oltre, a quel che accadrà dal 7 maggio con l’elezione del nuovo Papa. Ci sono state tante letture di dodici anni di pontificato e delle ore del congedo terreno a Bergoglio.
È stato descritto come il Papa degli ultimi, degli emarginati, dei poveri. E per giorni tanti fiumi di inchiostro e ore di trasmissione tv sono state dedicate alla loro presenza al funerale.
Una presenza, come dedicata ai riflettori per altro, e la loro fugace apparizione solo lungo il corteo alla fine che appare altrettanto marginale. O meglio marginalizzata. Mentre l’attenzione agli ultimi, qualcuno decenni fa la definiva «opzione preferenziale per i poveri», messa su una teca, un altarino, pio esercizio di santità del Papa. Il rischio, o meglio l’opportunità per le classi dominanti e chi narra la fine della Storia da trent’anni almeno, è che tutto venga recintato: era ovvio e facile per lui, era il Papa, lui lo faceva perché era un Papa eccezionale (quante volte questo concetto è stato espresso nei giorni scorsi? Innumerevoli). E quindi calato il sipario, volto lo sguardo ad altro, tornati alla quotidianità gli ultimi resteranno ultimi, i senza tetto sotto i porticati delle città invisibili, i lavoratori schiavizzati ignorati (mentre sugli scaffali del mercato si alimenta la schiavitù), i migranti una categoria buona solo all’occasione e così via.
Ma così non è, non può essere, non deve essere. E ci sono storie che lo dimostrano. Così come le cause non sono calate dall’alto, non sono destino ineluttabile (come la santificazione e l’altarizzazione dei giorni scorsi di fatto vuol far credere). Non esistono i poveri, ci sono impoveriti per cause strutturali, di quel che un Papa (e non era un pericoloso sovversivo marxista) definì “strutture di peccato”.
Esistono non gli emarginati ma i marginalizzati, gli esclusi da un sovversivismo delle classi dirigenti che ha forgiato e guida la società, il sistema socio-politico esistente. E sono persone, in carne e ossa, con cuori, menti, vite, voce. Quella voce che, anche in questi giorni di gran retorica, non è stata fatta ascoltare. Mentre santificavano il “Papa degli ultimi”.
Ma il destino non è ineluttabile, la Storia non è unica e univoca e non è vero che chi non ha voce non ne ha. Gli viene negata e calpestata. Che è ben diverso. Ed è, invece, ascoltarla, farli parlare, renderli protagonisti, camminare con loro, far camminare queste persone, questi esseri umani (non pupazzi di cartapesta) e costruire un’altra Storia.
Ce lo dimostra, anche, il calendario. Il cui avanzare tra poche settimane ci riporta al 5 giugno, il giorno del compleanno e della morte di Dino Frisullo. «Per riprendere il filo della lettura del mondo c’è un solo modo: mettersi dalla parte delle vittime. Guardare il mondo, anche il nostro, con i loro occhi. Con gli occhi dei profughi, dei discriminati, degli affamati. Ma questo non è possibile se, anche solo per un attimo, non si condivide una parte della loro vita». Così scrisse Dino e, soprattutto, così fece nella sua vita. Nelle corse in bicicletta dalla Puglia a Roma, nel conoscere e vivere accanto ai migranti all’epoca, a persone che ci raccontò in poesie e volantini, lotte e manifestazioni, cortei e convegni, da conoscere le storie dei loro Paesi, nel sapere come se fosse casa sua (e, in realtà lo era) cosa vi accadeva, nell’andare fino in Palestina e nel Kurdistan immergendosi così tanto che in Italia arrivavano carrette del mare col suo nome sulla fiancata. Lo testimoniò anche il suo funerale, quell’addio multietnico come lo definì Il Manifesto.
«I kurdi, uomini e donne, lo hanno vegliato tutta la notte. Non vogliono staccarsi un attimo da quella bara strana sulla quale hanno steso la loro bandiera, la bandiera del Kurdistan, che era anche la bandiera di Dino. Piangono, come piangono tutti gli altri, immigrati e non solo, che sono venuti a salutarlo per l’ultima volta». Lacrime per un familiare, perché Dino era un loro familiare, uno di tutti, un ultimo, un emarginato, un italiano dal cuore kurdo e palestinese, pakistano e bengalese e di mille altre bandiere. Come fece, e quest’anno saranno trent’anni dal suo commiato, Alexander Langer. Che non aveva bandiere ma era tutto con tutti, ponte lungo tutte le frontiere d’Europa.
Ricordiamo Dino, lo ricordano persone marginalizzate e impoverite, senza diritti e senza libertà, donne e uomini in carne ed ossa, mille e più Alì che battono i denti per la febbre e le mille e più Leyla dagli occhi più profondi del mare, perché è stato, ed è ancora, la dimostrazione che quel filo della lettura del mondo esiste ed è possibile afferrarlo. Scartando quel che scarta, spazzando via ogni tatticismo, politicismo, retorica, narrazione. Quante volte si è sentito parlare di fine della sinistra, della storia, di sconfitta, di stanchezza, di resa. Non si possono arrendere i popoli sotto le bombe, non si può arrendere chi fugge e si trova in mezzo al mare, non si può arrendere l’impoverito nei sotterranei della storia, il bracciante schiavizzato, l’ammalato che lotta contro una sanità che non cura. Sono lussi che non si possono permettere.
Quell’addio multietnico, quella militanza assoluta e totalizzante di Dino, ci ricordano questa barricata. Qualcuno disse che o si è da una parte o dall’altra della barricata. Se ci si vuol permettere il lusso, se ci si può permettere il lusso, si è scelto da che parte stare. Quello che santifica sugli altarini per fare altro nella quotidianità, quello della narrazione di tanti in questi giorni. Quello di aver gettato e calpestato il filo della lettura del mondo.
Siamo per un altro mondo, in cui nessuno possa decidere della vita o della morte altrui schiacciando un pulsante, che si tratti del telecomando di una bomba o del comando di lancio di un jet. In cui nessuno debba guardare al cielo con paura.
Livide d’improvviso le luci di montagna.
Ferma e dolente la luce delle stelle.
Ammutoliti i richiami degli uccelli.
Alle quattro del mattino
la luna piena chiede silenzio al mondo.
Poggia l’orecchio al suolo e ascolta…
Dopo ogni scoppio la lunga eco
è un milione di cuori di madri all’unisono
è il loro respiro affannoso
che l’Eufrate porta al mare come un grido.
Dorme Khawla la principessina
sulla corona di plastica preme un cuscino sua madre
si chiede se dovrà premere più forte
quando giungerà l’onda d’urto della bomba.
Dopo gli scoppi il tuono immenso
Sono limitati i computer dei signori della guerra.
Non registrano il respiro il palpito il pianto.
Non avvertono il terrore e l’ira del mondo.
(Dino Frisullo)
Se morissi adesso o fra due giorni o un anno, ecco il mio testamento, il testamento di un comunista
Avido di conoscenza e d’amore, vissuto e morto povero e curioso.
Lascio tutto il mio disprezzo a chi mi ha usato.
Lascio tutto il mio odio a chi mi ha dato un mondo senza gioia, da attraversare a denti e pugni stretti.
Lascio la nostalgia per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia ed ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino
Lascio fiumi di dolcezza alle donne che ho amato.
Lascio fiumi di parole dette e scritte spesso con rabbia, raramente con saggezza, in malafede mai, un mare di parole che già evapora al vento rovente del tempo.
Lascio a chi vorrà raccoglierlo, il testimone del mio entusiasmo, nella folle staffetta mozzafiato -volgendomi indietro dopo vent’anni non so più se ho corso da solo.
Lascio il mio sorriso a chi sa ancora sorridere
E le mie lacrime a chi sa piangere ancora.
Non è poco. In cambio, voglio essere sepolto senza cippi e lapidi fra le radici di una albero grande in piena nuda terra rossa e grassa perchè il mondo con me respiri ancora e si nutra con me di ogni mia fibra.
Con me (non vi sembri retorica) solo una bandiera rossa
E la nave del Ritorno intagliata con le unghie nella pietra di un prigioniero assetato di vita nel deserto del Neghev
(Dino Frisullo)





